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Telespettatori candidati alla morte dell’anima
Sabato 09 Luglio 2011 07:29

Angela Felice

 

Telespettatori candidati alla morte dell’anima

 

 

“Per ora” – proclama trionfalmente la Voce ufficiale - “solo quattromila abbonati hanno il telecinema in casa: tra un anno si conteranno a decine di migliaia”.

“No, a milioni.” – risponde la Voce in prosa – “Milioni di candidati alla morte dell’anima”.

Questo scambio di battute, come tra un integrato e un apocalittico, fa parte della sceneggiatura che nel 1962, tra estate e autunno, Pasolini stese in vista del film di montaggio La rabbia. Fu, quello, un tormentato docu-film, poi realizzato nel 1963, in cui immagini di repertorio e spezzoni dai cinegiornali di Mondo libero erano commentati da voci fuori campo, in versi o, appunto, in prosa. Era anche un nuovo progetto per il regista-poeta Pasolini, che allora aveva già alle spalle le esperienze della trilogia filmica “romana” (Accattone del 1961, Mamma Roma del 1962, La ricotta del 1963) e che in quella impresa da documentarista voleva trovare l’occasione per l’invenzione di un inedito genere cinematografico (“un saggio ideologico e poetico con delle sequenze nuove”, scrisse su “Paese Sera” del 14 aprile ’63), sulla spinta di un inesausto sperimentalismo, incalzante nella ricerca e nella pratica di forme linguistiche e stilistiche sempre rinnovate, fino agli esiti del non-finito e dell’opera continuamente aperta e programmaticamente incompiuta.

La rabbia non fu comunque un’esperienza fortunata. La produzione, per scrupoli di natura soprattutto ideologica, affiancò alle sequenze montate da Pasolini altre realizzate separatamente dall’anticomunista viscerale Giovanni Guareschi, nell’intento di dar vita ad una possibile alternanza tra posizioni ideologiche opposte e secondo un antagonismo ritmico tra Visto da sinistra e Visto da destra, come si usava appunto nelle vignette del settimanale “Candido” diretto dallo stesso Guareschi. E il film compiuto, a cui Pasolini pensò in un primo momento di ritirare la propria firma, ebbe vita breve e, tempo pochi giorni di proiezione e di fiasco annunciato, scomparve dalle sale.

E’ il caso tuttavia di tornare al dialogo da cui siamo partiti. In quei pochi tratti verbali, di incisiva lapidarietà dialettica, Pasolini contrappone al sicuro ottimismo di chi esalta il boom della modernità, con le sue meraviglie televisive, la rabbrividita preoccupazione morale e umanistica di chi, invece, assiste all’avanzata della tecnologia e vi legge in embrione un futuro mostruoso: in termini cioè non solo di capillare espansione quantitativa e numerica, ma soprattutto di influenza qualitativa nell’abbrutimento interiore di tutta una società, livellata a “massa” indifferenziata di consumatori passivi di immagini irreali, falsamente tolleranti e di fatto alienanti.

Non era la prima volta che Pasolini metteva sull’avviso circa i guasti impliciti nel mezzo televisivo, che in quel 1962 aveva già otto anni di vita e pure si connotava allora, in piena era democristiana, per una sorta di ben precisa, e sia pure ingessata, vocazione pedagogica: era la paleo-televisione, diciamo oggi, rievocabile retrospettivamente perfino con nostalgia intenerita rispetto alla Tv involgarita del presente, la neo-televisione, come vuole Umberto Eco, con la sua dichiarata finalità commerciale, i suoi palinsesti da intrattenimento permanente, la sua deriva visiva da nirvana surrettizio e anestetizzante.

Eppure, su quel piccolo schermo da educande, con sorprendente anticipazione, in un’intervista rilasciata nel 1958 ad Arturo Gismondi (su “Vie Nuove” del 20 dicembre), Pasolini inscrive il medium già potenzialmente di massa nel fenomeno del neocapitalismo e, come tale, lo stigmatizza come “potente mezzo di diffusione ideologica” della classe egemone e dei suoi modelli borghesi, dai quali, almeno all’altezza di quegli anni, ancora influenzati da distinzioni sociologhe di area gramsciana, ritiene che si possano salvare solo certi strati popolari, protetti da proprie tradizioni culturali e propri costumi di vita.

Era un primo campanello di allarme, ma già destinato poco dopo a cedere il passo a considerazioni polemiche ben più dure e via via più intransigenti, dagli anni Sessanta fino alla disperazione “corsara” degli anni Settanta, man mano che si consuma il passaggio traumatico dall’Italia contadina all’Italia consumistica, si cancellano a vista d’occhio e irreversibilmente le identità particolari e si perpetua il “genocidio culturale” di un popolo. E’ per Pasolini una “mutazione antropologica” di cui la televisione è uno dei veicoli dominanti e dei principali imputati: non solo, scrive poi nel 1973 sul “Corriere della Sera” del 9 dicembre, come un “luogo attraverso cui passano i messaggi”, ma come “un centro elaboratore di messaggi, (…) dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare”.

Con rifiuto umanistico-etico che si accompagna via via anche all’analisi teorica e tecnica, Pasolini individua dunque nel piccolo schermo la convergenza di significati e significanti, temi e forme, in una comune azione comunicativa, i cui esiti comportano per il telespettatore l’appiattimento in basso su un unico, obbligato modello piccolo-borghese di comportamenti e di valori.

Non si tratta di fastidio estetico, per quanto Pasolini, costretto nel 1966 da una grave malattia al riposo forzato e perciò anche alla visione televisiva, bollasse nei suoi appunti privati il video senza mezzi termini come “infinitamente peggiore e più degradante di quanto la più feroce immaginazione potesse supporre”. Di fatto, però, il rigetto affonda le sue radici in ragioni etiche, politiche e culturali ben più sofferte e profonde. E infatti per Pasolini, critico implacabile della modernità anche in quella situazione personale di malato, la Tv propina e impone una visione edulcorata e rassicurante della realtà, priva di difficoltà o, se difficoltà ci sono, sempre appianabili. Asseconda orizzonti culturali degradati di massa (di fatto, come si è visto, piccolo-borghesi e perbenisti), per la formazione di un‘Opinione Pubblica “servilmente servita per ottenerne il totale servilismo”.

E infine – ma qui siamo ormai negli anni “corsari”-, a catastrofe avvenuta, quando “i modelli culturali reali sono rinnegati” e “l’abiura è compiuta”, non gli resta che constatare la definitiva “omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza”. “Il Centro –scrive sul “Corriere della Sera del 9 dicembre 1973 - ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali”. Si sono imposti i soli modelli “voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo”. E infine, con la vittoria schiacciante della cultura tecnologica e della mentalità strettamente pragmatica, “l’anima del popolo italiano” è non semplicemente “scalfita”, ma “lacerata, violata, bruttata per sempre…”. E’ in atto insomma un disastro da entropia antropologica, che non era riuscito a realizzare neanche il centralismo fascista, dove almeno le varie culture con la loro tradizione millenaria “continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli” e la repressione si limitava a ottenerne l’adesione retorica e a parole.

Questo orizzonte agghiacciato da grado zero dell’umanità moderna si è potuto spianare proprio attraverso il tipo di rapporto, sbilanciato in sé, che si instaura tra il medium di massa e il suo pubblico. Il video –scrive Pasolini in un intervento sul “Tempo” del 28 dicembre 1968- non permette il dialogo: è una “cattedra” ontologicamente autoritaria, che conferisce a chi appare dal piccolo schermo, chiunque egli sia e qualunque cosa dica, una consacrazione ufficiale e tale da tenere così “in soggezione l’ascoltatore”.

E’ serrata e perfino l’ossessiva la requisitoria anti-televisiva che Pasolini consegna in ordine sparso, ma con intermittente ricorrenza, ad articoli, interviste o in mezzo a riflessioni della più varia occasionalità tematica, e in cui rielabora alla sua maniera inconfondibile anche l’eco anti-illuministica della Scuola di Francoforte, incrociata con la sua personale e gramsciana sensibilità umanistico-letteraria. E, se tale è la diagnosi, altrettanto radicale è la terapia, in controrisposta al potere della Tv, devastante e perfino demoniaco, se il suo capo è il Diavolo, come immagina nel 1973 con visionarismo grottesco nella sceneggiatura per un film (poi non andato in porto) tratto dall’Histoire du soldat. Per il Pasolini del 1975 (sempre sul “Corriere della Sera”, del 18 ottobre), armato provocatoriamente anche di un acre umorismo “swiftiano”, tanto vale dunque “abolire immediatamente la televisione”, insieme a quell’altra agenzia di deformazione piccolo-borghese che è incarnata dalla scuola dell’obbligo. E’, questo, uno degli ultimi interventi pasoliniani, nato sull’onda dello sbigottimento di tutto un paese per i fatti del delitto del Circeo. Ma, anche in questo caso, Pasolini va oltre la reazione del puro sdegno emotivo e legge nella freddezza criminale dei giovani –così perduti, così lontani dalla felice innocenza vitale degli antichi “ragazzi di vita”- nient’altro che l’effetto obbligato, quasi deterministico, dei modelli “rappresentati” attraverso la televisione. “E se i modelli sono questi –si chiede -, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? (…) Dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità”.

E conclude: “E’ stata la televisione che ha, praticamente (….) concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè”. Non sfugga il lessico religioso, sotteso a quest’ultima lapidaria sentenza. L’allusione alla “pietà” (e al suo valore di discrimine per una cesura epocale) rimanda direttamente al capo d’accusa fondante e decisivo che Pasolini lancia alla Tv. L’imputazione pertiene a quell’area del sacro, e cioè del rapporto reale e totale, dunque mitico, tra l’uomo e le cose, che la televisione ha definitivamente contribuito a bandire, in omologia con la parallela desacralizzazione della società operata dall’edonismo neo-laico e dal materialismo neo-capitalistico. “Il sacro, esso sì, e soltanto esso” –aveva scritto nel 1966, sempre durante la sosta forzata della malattia, in un flusso magmatico di appunti sciolti allora inediti e ora leggibili sui “Meridiani” mondadoriani- “scandalizzerebbe veramente le varie decine di milioni di piccolo-borghesi che tutte le sere si confermano nella stupida ‘idea di sé’ davanti al video…”. E perciò in quella occasione aveva liquidato anche il film Francesco d’Assisi di Liliana Cavani, mandato in onda: perché è un “prodotto tipicamente televisivo” che familiarizza ai pubblici più conformisti “la protesta falsamente scandalosa di un ‘capellone’ del Duecento”, senza sfiorare e saper fissare in linguaggio tecnico non realistico il mistero dell’Altro da Sé, del Diverso, e cioè del Santo.

E’ certo che questa base di categorie valoriali, ideologiche e sentimentali (il sacro, il mito, la tradizione, l’autenticità del reale, l’odio per la borghesia) mette Pasolini nella condizione di poter contrapporre anche un’alternativa e una via di fuga al severo e polemico giudizio sulla televisione, che pure è la pars destruens persistente e negli anni sempre più radicalizzata del suo pensiero pessimistico sulla modernità.

In realtà, la parola di Pasolini si scagliava non tanto contro il medium in sé, ma semmai contro la sua gestione e il suo controllo da parte della classe egemone nazionale. E infatti, come scrisse ancora nel 1975 (“Corriere della Sera, 29 ottobre), “il mio odio teologico” (anche qui, con slittamento nell’area lessicale e semantica della religione) “non va contro la televisione, ma contro la televisione italiana”.

Più di ogni altro intellettuale del suo tempo, con interviste, presenze a dibattiti e tentativi di collaborazione, Pasolini si è accostato al tubo catodico con una frequenza perfino insolita per quella stagione di televisione ancora povera di talk-show e poco incline a programmi di approfondimento. Negli archivi Rai vi è traccia di 45 apparizioni di Paolini sul piccolo schermo, ivi comprese anche le partecipazioni a popolari rubriche sportive come Sprint o Processo alla tappa. Nel conteggio, da cui vanno escluse le collaborazioni andate perdute alla rubrica Controcampo, brillano anzi delle vere perle di Tv alternativa, come la memorabile intervista Un’ora con Ezra Pound (1968) o i reportage Appunti per un film sull’India (1968) e Appunti per un’Orestiade africana (1968-1969), esempi audaci, e formalmente originali, di un “cinema da farsi”, altrimenti di difficoltosa circuitazione nella sale cinematografiche tradizionali.

Ma spiccano come particolarmente rilevanti anche le partecipazioni di Pasolini a occasioni di confronto e dibattito televisivo, come la celebre trasmissione III B: facciamo l’appello di Enzo Biagi, registrata nel 1971, ma subito congelata in base alla disposizione interna che bloccava la messa in onda di persone soggette ad azione giudiziaria (Pasolini era allora sotto processo per istigazione a delinquere in quanto direttore del giornale “Lotta continua”) e infine ripescata solo nel novembre del 1975, a pochi giorni dalla morte del poeta e sull’eco emotiva del momento. E, come in altre apparizioni, anche in quella circostanza che radunava alcuni antichi compagni di liceo, Pasolini finì per essere per tutti la calamita mediaticamente irresistibile, la ragione stessa della riunione, il centro dell’attenzione. Effetto di cui lui stesso era consapevole, come attore del suo essere “personaggio”, per quanto allora un po’ sulle spine, intimidito e messo alle strette da un Biagi vagamente infastidito. Ma anche lì, con quei suoi modi seduttivi e garbatissimi, con quella sua voce morbida e pacata, non perse l’occasione di rimanere coerente a sé e al suo rigetto anti-televisivo e di motivarne le ragioni, infilando la sua tagliente polemica nel cuore di quella “cattedra” mediatica di cui nel contempo si serviva. E dunque, al pensiero della “sprovvedutezza” di certi spettatori in ascolto, dichiarò di autocensurarsi in diretta (“No, non posso dire tutto quello che voglio”), come a ribadire il tenore di insincerità, di ipocrisia e dunque di irrealtà, congenito all’autoritarismo del medium di massa, dietro la sua vernice surrettiziamente pedagogica.

Non in contraddizione con se stesso, ma propositivo, problematico, conflittuale e soprattutto non del tutto o non sempre rassegnato, Pasolini entra spesso nella cittadella del nemico e, con consapevole astuzia strategica, gli ritorce addosso, dall’interno, i suoi stessi strumenti negativi. Un po’ come fa con i corrosivi articoli pubblicati tra il 1974 e il 1975 sul “Corriere della Sera”, l’organo più autorevole e diffuso della borghesia, o come fa con il cinema dai grandi mezzi, preferito rispetto a quello d’essai e underground.

Nel già citato articolo del 29 ottobre 1975, in cui riprendeva una proposta “politica” avanzata anche nel 1968, Pasolini si spinge fino a ipotizzare che la garanzia dell’effettivo pluralismo televisivo possa venire dall’equa ripartizione delle trasmissioni tra i partiti, magari proporzionalmente alla loro rappresentanza parlamentare, così da sottrarre alla Tv il suo “orrendo valore carismatico” e da abbatterne il monolitismo ideologico. Era ricetta ingenua e illusoria, quasi da involontario Manuale Cencelli, ove si pensi che, dopo Pasolini, propria una simile riforma ha dato la stura all’esatto contrario, alla pratica della lottizzazione spartitoria e al favoritismo nepotista di cordate da casta autoreggente e privilegiata.

Quel che conta qui è che, nel rapporto con la televisione, nutrito di teoria sociologica e semiotica, ma soprattutto vissuto con sofferto sentimento e fisica partecipazione, oltre che variamente sperimentato sul campo, Pasolini i conti li lascia spesso aperti e, se da un lato fa tabula rasa, dall’altro non si esime dal prospettare possibili fuoriuscite riformiste e, come si è visto, dall’ offrirne degli esempi concreti.

Dopo e senza di lui, la televisione ha preso pieghe perfino più degradate delle sue ipotesi lungimiranti. Ne abbiamo gli esiti sotto gli occhi, nel supercontenitore mediatico di un permanente show di greve trivialità, capace di fagocitare in nome dell’intrattenimento e del maggior ascolto il “di tutto, di più” del nulla, chiacchierato o urlato.

E perciò Pasolini ci parla, ci interroga e rimane oggetto imprescindibile di attenzione, fino a diventare un’icona, questa sì discutile e fastidiosa. Ma egli fa da specchio al nostro vuoto da”sviluppo senza progresso” e a quello che avremmo potuto diventare, anche con il suo genio misterioso, e che invece non siamo diventati e non siamo. Anche televisivamente parlando.

 

 

Scritto da prof. Angela Felice   
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