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Falcone, Borsellino, Morvillo e gli agenti di scorta, martiri di giustizia
Lunedì 19 Luglio 2010 14:13

Le parole non servono. Non ci sono più lacrime. I confini invisibili di vita e morte, morale e fisica, individuale e collettiva, sono caduti. Forse per sempre. Il contratto sociale cittadini-stato è spezzato. La scure delle coscienze e della rivolta affonderà nelle colpe di ciascuno e di tutti, secondo sensibilità. Difficilmente in quella dei boia vigliacchi, esecutori e mandanti. Ma un giorno forse, leggi non scritte di nemesi e maledizione ricorderanno anche ad essi lo scempio dei fratelli. Ventitré di maggio: nell’autobus che corre sul ponte di Capaci, risate di ragazzi scandiscono ignare il crepuscolo sul mare infuocato di Sicilia. Forse quel signore dai baffi brizzolati, nell’incrociarli con la sua auto blindata e veloce, scortata da altre, ne ha percepito la gioia di vita. Il suo sorriso radiosamente triste e bello trasmette nostalgia e serenità alla sposa a lui accanto. Quelle risate ignare sono ormai lontane, lontane. Dopo minuti di eternità, il boato. Morente Giovanni Falcone protende l’ultimo sguardo d’amore per un impossibile aiuto al corpo straziato della moglie Francesca.. Che massaggio tra loro deve esservi stato. Dio solo sa. Attorno la terra divelta si tinge di rosso coprendo come madre eterna quanto resta dei tre giovani poliziotti che hanno protetto quel giudice sino all’ultimo. Le carni sono miste a motori e lamiere. Poi la storia di sempre: rabbia e discorsi per questo Stato debitore di vita. La lista è più lunga di altri cinque nomi di marmo: Giuseppe Falcone, Francesca Morvillo, magistrati, Antonio Montinaro, Vito Schifano, Rocco Di Cillo, poliziotti.

Quasi due mesi dopo tre auto si fermano dinanzi ad un alto palazzo di via D’Amelio, a Palermo. Gli inquilini sono quasi tutti fuori nell’afosa domenica di luglio,  altri riposano o accudiscono bimbi irrequieti. Una vecchia madre malata attende il figlio che viene a trovarla. Dita diverse disegnano nello stesso attimo due diversi destini, d’amore e di morte. Un uomo coi baffi sottili sceso dall’auto attraversa di corsa i pochi metri sino al portone. Una bionda esile ragazza lo segue con sguardo ansioso di poliziotta, quasi di figlia. Altri agenti sorvegliano attenti, mano alle armi. Un dito preme il citofono: “sono Paolo”. Il cuore della mamma sobbalza di gioia: ecco il figlio. Lì vicino in agguato anche il dito dell’uomo in coppola preme, il pulsante di un comando a distanza. Boato, distruzione e morte. Paolo Borsellino è ora quel corpo dalle braccia strappate che brucia sull’asfalto. Di Emanuela Loi, la bionda poliziotta, resta sul posto solo un’imbelle fondina di pistola. Più tardi una rosa, subito appassita. Lei e gli altri agenti di polizia sono brandelli di carni e divise dispersi sui muri, per terra, sugli alberi, tragiche macchie e frutti di sangue. Dal vile rifugio dell’omertà, la bieca smorfia del sicario tranquillizzerà il mandante, forse in qualche ovattato palazzo.

Ancora la storia di sempre: rabbia e discorsi, lacrime e promesse, messe ed applausi. Ancora riti per l’ interminabile fila di morti per questo Stato, debitore di  vita. La lista è più lunga di altri sei nomi: Paolo Borsellino, magistrato, Emanuela Loi, Vincenzo Limuli, Walter Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina, poliziotti. Lo scacciapensieri continua a suonare lugubre senza tempo sui monti di Sicilia, per i martiri di una giustizia perduta. E tu, Stato, dove sei? Che dirai, che diremo ai figli? Non servono le parole. Non ci sono più lacrime.

Scritto da Per non Dimenticare - Editrice Nova Italica   
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