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Breve cronistoria dell'area porto Margherita-Mestre
Mercoledì 21 Luglio 2010 10:18

Porto Margherita-Mestre

BREVE CRONISTORIA DELL'AREA PORTO MARGHERA-MESTRE
(a cura di Luigi Forigo)

“... il fatto non sussiste,
i miei compagni morti non sono
mai esistiti
sono svaniti nel nulla.
I miei compagni operai
Morti
Non possono tollerare
questa vergogna”.

(F. Brugnaro: tutti assolti al processo dei petrolchimico )



Venezia è sempre stata nella sua lunga storia, anche una città industriale. Dante Alighieri menziona l'arsenale nella Divina Commedia (Inferno) come un brulichio di gente intorno ai legni, al fuoco ed alla pece. Qualche storico afferma che l'arsenale rimase fino al 1500 il più grosso stabilimento di tutta la cristianità e forse del mondo.
A cavallo tra l'ottocento ed il novecento nasce la necessità di sviluppare la vocazione industriale e, per l'impossibilità di farlo nel centro storico, si apre la strada per la terraferma. Il polo industrialedi Marghera nasce nel 1917 dall'investimento dei profitti della grande guerra e da un'operazione che nascondeva una grande evasione fiscale. Laprima zona nasce attorno ad un preesistente insediamento a forte impatto ambientale, la seconda viene realizzata sui rifiuti della prima epoi si è estesa con il piano regolatore approvato nel 1962 che esplicitamente al terzo comma dell'art. 15 del piano di attuazione prevede “Nella zona industriale troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell'aria fumo, polveri od esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell'acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori”. Non si sono accorti che nella stessa zona c'era un insediamento che arriverà poi a 200.000 abitanti: Mestre.
Fino agli anni sessanta la classe operaia, reclutata in gran parte nelle campagne venete, è costituita da chi proviene dalla campagna veneta e resta ancora contadina poco sindacalizzata e politicizzata. In seguito, con il clima mutato e con l'immigrazione di operai dal Sud Italia, con la protesta e mobilitazione studentesca che ha cercato di collegarsi con gli operai di Marghera, nasce la nuova figura dell'operaio massa e si apre la fase della conflittualità sociale e politica che culminerà con i delitti delle Brigate Rosse dei due ingegneri del petrolchimico Sergio Gori e Giuseppe Taliercio e del dott.Alfredo Albanese dirigente della Questura di Venezia. La presenza operaia nella zona è arrivata a contare oltre 35.000 persone riducendosipoi alla metà a causa delle ristrutturazioni. In questo periodo emerge anche la questione della nocività, dapprima la nocività in fabbrica, ma diventerà sempre più la questione della sicurezza e dell'impatto ambientale dell'intero territorio.
Porto Marghera è una delle aree industriali più inquinate d'Europa; inItalia è al primo posto nell'elenco dei siti industriali da bonificare secondo la legge 426 del '98 e 471 del '99. L'accordo per Porto Margheradel 1998 prevede un investimento di 4500 milioni di euro per un risanamento entro il 2005.
Nel 1998 nell'area del petrolchimico sono stati identificati 1498 camini da cui venivano immesse annualmente nell'aria 53.000 tonnellate di 120 sostanze diverse tossiche, 550 tonnellate di composti cancerogeni; 5.000.000 di ossido di carbonio, 2.000.000 di polveri. In tutta l'area lagunare attorno il polo chimico sono state localizzate circa 120 discariche abusive per un totale stimato di circa 5.000.000 dimetri cubi di rifiuti tossici e nocivi senza parlare degli scarichi abusivi in laguna prima del 1998.
Riportiamo un dato significativo: nel Veneto, secondo il registro dei tumori di Padova, ci sono 20.000 casi di tumore l'anno. A Venezia centrostorico ce ne sono 2096, nella terraferma 2888. In base alla popolazione, l'USL che è unica dovrebbe avere il 5% di tutti i tumori del Veneto, ne ha invece il 17%! Un abitante di questa zona ha più del triplo delle probabilità di ammalarsi rispetto a tutta la regione.

Il processo

Nel 1994 iniziano le indagini del pm Felice Casson sulle morti correlate al CVM nello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera.
Il 13 marzo 1998 inizia il processo.
Quando si apre, il 13 marzo del 1998, nell'aula bunker di Mestre, sonoimputati 28 dirigenti Montedison ed Enichem (che alla Montedison è subentrata nel 1988 e che oggi sta a sua volta vendendo a “pezzi” ciò che le resta del polo chimico avendo deciso, per ragioni di mercato, di abbandonare la chimica di base: è così che oggi a Marghera sono entrati,ad esempio, Dow Chemical – vecchia conoscenza dei nostri chemical papers –, EVC, attuale proprietaria degli impianti che producono CVM e PVC, ora controllata dalla belga-inglese INEOS-ICI, pure quest'ultima ben presente nei chemical papers , o Polimeri Europa, controllata dall'Eni ma da tempo, anch'essa, sul mercato in una situazione in rapida e non sempre chiara evoluzione).
Le parti civili presenti sono 546 tra familiari di operai deceduti - 157 - e operai ammalati - 103. Si sono costituiti parte civile anche sindacati, associazioni ambientaliste, enti pubblici e istituzioni (Comuni, Provincia e Regione), e il Ministero dell'Ambiente e la Presidenza del Consiglio rappresentati dall'Avvocatura dello stato. Pocoprima dell'inizio del dibattimento, circa 400 parti civili vengono risarcite dalle aziende, per un totale di 63 miliardi di lire. Alcuni, tra i quali Beatrice e Gianluca Bortolozzo, i figli di Gabriele, non accettano l'offerta e restano in giudizio. Per altri 103 casi il pubblico ministero Felice Casson presenterà contestazioni suppletive durante il processo.

Mestre, aula bunker del Tribunale di Venezia.
Udienza del 22 maggio 2001.


Conclusioni - Pubblico ministero Felice Casson:
“[...] Ricorderemo tutti come questa vicenda sia nata a seguito di un esposto datato 22 agosto del 1994, presentato dall'Associazione MedicinaDemocratica, movimento di lotta per la salute, alla Procura della Repubblica di Venezia [...]”.
“Per l'associazione l'esposto era stato firmato da Gabriele Bortolozzo che illustrava un po' la vicenda di questa sostanza, quelle che erano leconvinzioni della scienza medica dell'epoca sia per il CVM che per il PVC, parlava di patologie, in particolare di angiosarcoma, e presentava un elenco dei lavoratori deceduti per tumore [...]. E va ricordato che alla fine di quella fase iniziale delle indagini, Gabriele Bortolozzo aveva segnalato circa 110-120 nomi di persone, e di queste persone oltrela metà risulteranno anche alla fine di questa istruttoria dibattimentale confermate come colpite da patologie attribuibili a CVM ePVC”.
“Va detto che in alcuni casi è stato anche estremamente preciso, perché per esempio tutti i casi di angiosarcoma li aveva anticipati e addirittura aveva anticipato anche gli iniziali accertamenti dei consulenti del pubblico ministero [...]”.
Edoardo Bai e Franco Berrino, consulenti del pubblico ministero FeliceCasson, scrivono nella perizia consegnata al tribunale: “Il Petrolchimico ha impiegato negli anni d'oro fino a 7000 operai. Ne sono stati ‘studiati' 1658 e l'incidenza di angiosarcomi epatici è stata di 600 volte la norma per gli addetti alle autoclavi: se l'angio-sarcoma colpisce uno su un milione, tra gli autoclavisti ha colpito uno su 1600".
“[...] Voglio dire che chi ha perso furono i singoli lavoratori, prima tenuti all'oscuro di tutto e poi ingannati, presi per i fondelli, svillaneggiati, sfruttati, ricattati e, peggio ancora, fatti morire o ammalare mentre un direttore di stabilimento, oggi imputato, li accusavasul giornale di essere degli scansafatiche e dei vagabondi, mandava a casa la visita fiscale a uno di loro deceduto pochi mesi dopo per due patologie tumorali, e altri due direttori dal 1973 al 1996 lanciavano accuse di sabotaggio e denuncia agli operai per sviare l'attenzione della gente e degli inquirenti dalle gravi e preoccupanti situazioni chestavano emergendo”.
“Per questi operai, a tutela della loro integrità e della loro dignità, per questi uomini lasciati anche a un certo punto soli in fabbrica per portare a casa un tozzo di pane, chiedo che il Tribunale voglia emettereuna sentenza di condanna nei confronti degli imputati”.
(Dalla requisitoria del pubblico ministero Felice Casson.)

La sentenza del giorno dei morti


Dopo quasi quattro anni e 150 udienze, con 1.500.000 pagine di documenti accumulate e l'intervento di oltre 200 esperti e di un centinaio di avvocati che si sono dati battaglia, il processo si conclude con la sentenza del 2 novembre 2001, nel pomeriggio del giorno dei morti.

Mestre, 2 novembre 2001
Aula bunker del Tribunale di Venezia.

In nome dei popolo italiano
Visto l'ari. 531 c.c.p.
Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cefis Eugenio,...
Visto l'art. 530 c.c.p.
Assolve i predetti imputati dai reati di “lesioni personali colpose”... perché il fatto non costituisce reato.
Assolve i predetti imputati dai reati di “omicidio colposo”... perché il fatto non costituisce reato.
Assolve i predetti imputati dal reato di “disastro innominato colposo”... perché il fatto non costituisce reato.
Assolve... per non avere commesso il fatto.
Assolve... perché il fatto non sussiste.
Assolve... perché il fatto non sussiste.
Assolve... perché il fatto non sussiste.

Il presidente estensore
Ivano Nelson Salvarani
Il giudice estensore
Slefano Manduzio
Il giudice estensore
Antonio Liguori

Montedison ed Enichem vincono su tutta la linea, il collegio giudicante dà loro ragione su tutte le questioni affrontate. Il pubblicoministero annuncia il ricorso in appello.

I fantasmi di Porto Marghera

“[...]
il fatto non sussiste.
I miei compagni morti non sono
mai esistiti
sono svaniti nel nulla.
I miei compagni operai
morti
non possono tollerare
questa vergogna.
[...]”.

(Ferruccio Brugnaro, Tutti assolti al processo per le morti al Petrolchimico , 5 novembre 2001, Medicina Democratica, n. 136/138).

Noi siamo quelli che sono morti per niente. Siamo il prezzo del progresso, anche se a noi, da quel progresso, cosa è venuto? Forse non era neanche un vero progresso. Noi siamo, in realtà, il costo sepolto, rimosso, di un'ignoranza e di un azzardo. Siamo quelli che non potevano non pagare, che non potevano non morire – siamo anzi coloro i quali dovevano . Qualcuno doveva , infatti, affinché il progresso, o cos'era, avvenisse.
Quanto al prezzo, si dice che nessuno sapesse quale fosse e che nessuno potesse comunque evitarlo. Solo noi potevamo , solo noidovevamo pagare quel prezzo – tutte le mattine dovevamo ,e i giorni, e le notti, entrare in quella fabbrica, e dovevamo faticare in quegli impianti, e tenerceli addosso, impressi nella pelle enelle viscere, sempre.
Solo noi – l'ordine era chiaro.
Gli altri non dovevano niente – non dovevano fare niente per evitare che il prezzo fosse quello, per evitare che noi fossimo il prezzo. Gli altri potevano non sapere, e potevano perciò non agire, non prevenire, non curare, e non indagare. Potevano invece, anzi dovevano , azzardare, sperimentare su di noi, a ogni costo, anche se il costo – la cavia – aveva il nostro nome.
Noi siamo il segreto che spiega il progresso, un segreto impronunciabile. Per questo di noi non si sarebbe neanche dovuto riparlare. E quanto alla Giustizia (nelle mani di chi era autorizzato, dalla Storia e dalla Legge, dicono, a non indagare, a non controllare), era anch'essa autorizzata a non potere, a non esserci nemmeno, a non vedere. A non vedere noi , in particolare.
Non ci siamo mai incontrati, noi e la Giustizia. Quando noi c'eravamo,era lei a non esserci. Ora che lei ci sarebbe, non ci siamo più noi.
Siamo morti, noi. Così a suo tempo siamo stati rubricati.
Deceduti.
Eppure, è stato detto, la nostra morte è un fatto che non sussiste, un fatto non commesso da nessuno . Come è possibile che unfatto non sia stato commesso? Come può una morte non sussistere? Come possiamo noi essere soltanto assenze , al più ricordi? Siamo o non siamo stati qualcosa, qualcuno ? E perché, poi, dovrebbe essere nostro il dubbio? Non avevamo dubbi, noi, tra essere e non essere. Volevamo vivere, senz'altro. Vivere . Se eravamo in fabbrica è perché cercavamo la vita. Non siamo noi, ma la Giustizia a dubitare di sé – e a pretendere che si dubiti di noi. Della nostra vita, di quello che è stata, non possiamo dubitare. E nemmeno della nostra morte. Non dubitavamo infatti, fino a un certo giorno.
Poi c'è stato un processo, che non avrebbe neanche dovuto incominciare , dicono, ma un processo in cui comunque, da ciò che eravamo, siamo stati dissepolti. Abbiamo dovuto rivivere tutto, soffriredi nuovo dolori che si erano spenti in fondo alla terra, riaccendere passioni orgogli e rabbie. Indossare i nostri panni, la nostra dignità. Riavvertire la speranza di avere giustizia, la speranza che avevamo già perduta, e conoscere di nuovo l'amarezza della sconfitta. Era proprio ilgiorno dei morti, il 2 novembre del primo anno di un nuovo secolo, il giorno di quest'altra sconfitta: innocenti, innocenti, innocenti, quantevolte innocenti sono stati proclamati coloro, tutti, che delle nostre vite avevano deciso. Era il giorno dei morti, ma non un giorno di memoria, anzi, un giorno in cui la memoria si è persa. Non è stato nemmeno un giorno di lutto, perché il lutto produce silenzio e lacrime di pena e in giorni come questi servono invece parole e lacrime di rabbia. Non si torna in fondo alla terra, in giorni come questi. Non ci lasceremo seppellire di nuovo, adesso che sappiamo che la nostra morte non è stata commessa e che non è altro che un fatto che nonsussiste . No, non ci lasceremo ricacciare giù in fondo.
Un poeta – uno che è vissuto con noi e che di noi ha parlato – ha scritto una volta che vogliono cacciarci sotto, dentro : ebbene, non lasceremo che avvenga e niente potrà costringerci, nessuno potrà di nuovo intimarci degli ordini – non ci sono ordini di servizio, qui, e neanche gerarchie.
Se la nostra morte non sussiste, se davvero non è stata commessa ,allora non è neanche accaduta. La morte non ci può più annichilire.
Siamo morti per niente, è stato detto, anche se noi lo sappiamo di aver vissuto per qualcosa. Ma tra la vita che avevamo e la morte che abbiamo avuto è stato aperto un altro spazio, una nuova dimensione. Siamo stati richiamati, e non ce ne andremo facilmente.
Parleremo.
Aggiungeremo le nostre voci, le nostre stesse presenze, a quelle di chi, fino a oggi, ci ha prestato la sua voce.
Gabriele, il nostro compagno e amico Gabriele Bortolozzo, che ha parlato per tutti noi, che ha riaperto la storia, per tutti. Che ha scritto:
“Era dal 1974 che protestavo per la gravissima situazione dei lavoratoridei reparti del cloruro di vinile, dove ho operato per trentacinque anni. Ho rifiutato di sottostare alle visite mediche obbligatorie per legge (‘non servivano come prevenzione ma solo per indicare ai lavoratori la strada: la morte per cancro'); ho presentato esposti alla Magistratura dal 1981 sulla nocività per la salute degli addetti (con lacondanna del pretore di Mestre nei confronti di due dirigenti del Petrolchimico); ho fatto l'obiettore di coscienza alle lavorazioni cancerogene, con comunicati, lettere alla stampa e dati sulla mortalità fra gli addetti al CVM. Tutto inutile! Alla fine ho deciso di fare una ricerca su tre gruppi di lavoratori dei CV: 424 su 1728, stilando gli elenchi dei morti di tumore, con nomi e cognomi e presentando il tutto alla Magistratura”.
Gabriele, entrato in fabbrica nel '56 e rimastoci fino al 1990, unico sopravvissuto tra gli operai del suo gruppo, ammalato del morbo di Raynaud – le mani fredde, esangui, fino alla completa insensibilità al tatto –, il nostro compagno che riesce, col pubblico ministero Felice Casson, a portare finalmente davanti alla Legge e alla Giustizia coloro che mai avrebbero pensato di potervi finire. Gabriele, che purtroppo nonvede l'inizio del processo, e non ne vede quindi la prima conclusione (per fortuna, ci verrebbe da dire), perché muore travolto da un camion mentre corre in bicicletta sul Terraglio nel settembre del 1995, a sessantun anni.

Vittoria, ha raccontato del marito Ennio (morto a cinquantasei anni, nel 1991, di cirrosi epatica e scompenso ascitico con epatocarcinoma):
“Il sogno di Ennio era questo: che io stessi a casa ad allevare i nostritre figli mentre lui andava a lavorare in fabbrica e si guadagnava il pane. In fabbrica c'era entrato nel 1961, e grazie alla prospettiva del lavoro sicuro, ci siamo sposati nel '63. Ennio era felicissimo di lavorare in fabbrica perché prima faceva lavori saltuari. La fabbrica sembrava aver risolto molti nostri problemi”.

E Maddalena, la figlia di Ennio.
“Quando mio padre ha cominciato a peggiorare avremmo voluto sollecitare l'Inail, ma lui diceva sempre: cosa volete fare, quelli della fabbrica sono troppo importanti, dobbiamo restare al nostro posto. Mio padre aveva timore dei dirigenti della fabbrica anche se sapeva che le sue condizioni di lavoro non erano certo state sicure. Era stato addetto alle autoclavi e ci raccontava che dopo averne terminato la pulizia gli mancava il respiro e si chiedeva: ma sarà pericoloso?”.

La ragazza senza nome che il 2 novembre del 2001, disperata, dopo l'assoluzione degli imputati del processo Petrolchimico, ha scritto al suo programma radiofonico preferito, per continuare a parlare, a dire ildolore e la rabbia, per ricordare ancora una volta, nel giorno in cui la Giustizia l'ha dimenticato, suo padre ucciso da quella fabbrica:
“Caro Jack, mio padre è morto sputando, vomitando sui muri della cucina perché non riusciva a controllare il suo corpo. Si vergognava perché in una casa di settanta metri quadri non ti puoi nascondere, non riesci a soffocare i rumori di un corpo operato tante volte senza sincere spiegazioni. Immaginate un uomo onesto, sensibile, un incredibile lavoratore mostrarsi così giorno dopo giorno per più di un anno alle figlie, alla moglie. L'espressione violenta di chi non vuole lasciarsi vincere dal male, di chi viene calmato solo dalla morfina, di chi viene sommerso di bugie a ogni ricovero (perché tanto ormai non c'era niente da fare). Da mesi per lui pranzo e cena erano solo un sacchetto di plastica molle, molto costoso, da attaccare a quel tubo che gli usciva dal corpo, necessitando con odio e rabbia l'aiuto proprio di quelle persone alle quali lui avrebbe voluto mostrarsi forte e bello come era sempre stato. Si vergognava ormai anche di andare al bar, si vergognava del sacchetto. I miei compagni di scuola avevano papà avvocato, professore universitario, pittore, conte, concertista, la mia migliore amica aveva il padre che era consigliere regionale e quando eravamo in ritardo a volte ci accompagnava a scuola il motoscafo riservato; io no, io ero figlia di un operaio e quante e quali espressioni ho visto quandocon candore dicevo di abitare a Marghera. Abito ancora qui, e da un anno o due sono tornate farfalle, licheni e rondini. Mio padre non torna, quel corpo rinsecchito rabbioso è rimasto nella mia memoria, riposa (mi vergogno a scriverlo) in un cimitero circondato da tralicci dell'Enel, in un terreno confinante con altri che nascondono rifiuti tossici, pieni di veleno. Oggi, sola, ho pianto davanti a una televisione e ho visto piangere, perché il mio paese, il mio governo, loha ucciso di nuovo. Quelli che hanno giudicato probabilmente hanno un bagno più grande di quello che aveva mio padre quando vi si nascondeva per non renderci partecipi dei sintomi del suo male; quanto a coscienza edignità non lo so”.

Augusta, ha raccontato di Gianni (morto a sessantun anni, nel 1995, dipneumoconiosi):
“Mio marito è morto di pneumoconiosi, quella mattina mi aveva detto che era arrivato il giorno: il giorno in cui sarebbe morto, se lo sentiva, non ce la faceva più. Si è spento alle undici di sera. Mi ha detto che mi ha sempre voluto bene e che mi è stato fedele: so che è così. Quando ha cominciato ad ammalarsi si è come ritirato, era un omone grande e grosso, aveva vergogna che lo vedessero ridotto così. Soltanto con Gabriele Bortolozzo aveva parlato a lungo. Era stato così che Gianni aveva capito qual era la sua malattia: la pneumoconiosi. Gli ultimi tempi si è trascinato, non voleva morire perché non voleva lasciarmi sola. Per me la vita adesso conta molto poco, spero solo di continuare ad avere salute per poter andare a trovarlo tutti i giorni qui al cimitero di Marghera, è lì che ritrovo una parte di lui, che ancora parlo con lui”.

Silvia, ha fatto memoria del marito Giovanni (morto il 23 maggio del 1990, a cinquantacinque anni, di angiosarcoma):
“Nella solitudine delle mie giornate ripenso sempre a quello che è successo, perché a partire da quel momento è come se la mia vita fosse andata in frantumi. Nei primi giorni di quel maggio, Giovanni ha cominciato ad avere dei disturbi digestivi, era pallido e stanco. Eppurecontinuava ad andare a lavorare. L'ho accompagnato dal medico di base che gli ha prescritto una serie di esami da fare ai primi di giugno, quando sarebbe finalmente andato in pensione. Poi, un pomeriggio, d'improvviso, Giovanni si è sentito male, ha appena abbozzato il mio nome, mi ha chiamata. Quando sono entrata in bagno l'ho trovato svenuto.
“Sono quasi svenuta anch'io quando mi è stato riferito che l'anatomopatologo aveva trovato del cloruro di vinile nel pezzo di fegato che gli era stato tolto. Voleva dire che la fine di mio marito l'avevano decretata i giorni, i mesi, gli anni trascorsi in fabbrica mentre le nostre figlie crescevano e noi continuavamo a fare progetti per il futuro. Voleva dire che, allora, contemporaneamente, il cloruro di vinile gli penetrava dentro e si portava via la salute e la vita, goccia a goccia”.

Marica, ha del padre Guido (morto a cinquantaquattro anni, nel 1992, per adenocarcinoma e complicazioni polmonari):
“Mio padre non fumava, non beveva, mangiava poca carne, molte verdure, stava attento agli abbinamenti alimentari eppure faceva fatica a dormiree soffriva di vari disturbi. Era andato anche da uno psicologo perché sentiva che c'era come qualcosa che gli rodeva dentro. Ma il problema forse era la sua stessa consapevolezza: era uno che sapeva cosa era il CVM – era analista chimico di laboratorio – e cosa significava lavorare in un laboratorio in cui non si teneva conto delle più importanti regoledi sicurezza. Era allora che nasceva la sua rabbia, una rabbia profondache scaricava con foga quando tornava a casa, che lo faceva indignare.
“Mio padre diceva che il CVM da analizzare era prelevato direttamente dai rubinetti dell'impianto con un contenitore e poi raccolto in un altro recipiente con ghiaccio secco per mantenerlo allo stato liquido. Gli analisti, che campionavano il CVM a temperature inferiori allo zero,erano sottoposti a esposizione al gas appena questo veniva a contatto con la temperatura ambiente e si iniziava a manipolarlo.
“Mio padre andava su tutte le furie quando sentiva che agli operai che cominciavano ad avere problemi al fegato veniva detto che era perché erano alcolizzati. Anche lui soffriva di qualche problema al fegato e aveva delle strane macchie sul collo. Quando tornava a casa aveva un odore strano addosso. In laboratorio secondo lui si respirava un miscuglio impressionante di agenti chimici, CVM, nitrile acrilico, vari solventi eccetera. Lui più volte aveva denunciato le condizioni di lavoro all'Inail e a Medicina del Lavoro, ma senza successo. Aveva fattouna vera battaglia per avere una cappa aspirante in laboratorio. Ma nonlo hanno ascoltato”.

Annunziata, ha raccontato di Olindo, il marito (morto nel 1979, a quarantotto anni, per un tumore al cervello):
“Lo vedevo sempre più scuro in volto. Si sentiva le orecchie chiuse, soffriva di vertigini, andava tutto storto quando camminava. Il dottore diceva che non gli pareva avesse niente di speciale. Poi, un giorno, si èpiegato per infilarsi i calzini, ha perso l'equilibrio ed è finito con la testa sotto una sedia. Allora ho capito che mio marito covava un malegrosso. Ho cominciato a sostenerlo mentre camminava perché andasse dritto, gli facevo la barba. Poi, dopo avegli fatto Tac e scintigrafia cerebrale, i medici mi hanno detto che nel cervello c'era una massa, chedovevano toglierla. Mi hanno detto che era una metastasi, ma non sapevano da dove fosse partito il male”.
“Un giorno stavamo camminando in reparto, a Neurologia all'ospedale di Padova, e a mio marito è sembrato di vedere dentro a una stanza uno che aveva lavorato con lui, è entrato per salutarlo e io l'ho seguito. Sono rimasta di sale, perché quell'uomo sembrava Dracula: era senza capelli, con tutte le cicatrici fresche che gli attraversavano la fronte. Era come se avesse la testa mezza vuota sul davanti. Ho pensato: dio mio!, sarà così anche per Olindo?”.

Marvia, ha ricordato di suo padre, Aldo (morto a cinquantasei anni perun tumore polmonare e per metastasi diffuse), di suo padre e della propria ingenuità:
“Mio padre è morto che avevo poco più di vent'anni... Quando è morto nonpensavamo alla fabbrica. Pensavamo a una terribile disgrazia, poi abbiamo visto il nome di mio padre sul giornale, tra le liste di operai stilate dalla Magistratura. Allora abbiamo deciso di costituirci parte civile e siamo entrate nel comitato di Gabriele Bortolozzo. Ho scoperto che il nostro non era un caso isolato e mi è venuto in mente che quando sono andata ad attaccare l'epigrafe di mio padre fuori dalla fabbrica c'erano molte foto di cinquantenni morti prematuramente, molti di quellierano stati seppelliti dal CVM”.

E Anna, che ha narrato di suo padre, Rocco (morto a cinquantasei anni,nel 1987, di cirrosi epatica):
“C'è una scena, che mia sorella non è capace di dimenticare. Quando mio padre ormai era malato, un giorno l'ha accompagnato in bagno, l'ha vistoguardarsi allo specchio e, in silenzio, abbassare la testa perché non si riconosceva più. Negli ultimi tempi mio padre si era ridotto a pesaretrentacinque chili e il suo colorito era verde”.
“Mio padre sapeva che lavorava con sostanze tossiche, ma nessuno l'ha mai veramente messo in guardia, perlomeno fino a che non si è cominciatoa sapere, da alcune ricerche svolte in Italia e all'estero, che il CVM era cancerogeno. Credo sia stato all'inizio degli anni settanta che tra gli operai ha cominciato a diffondersi la paura. Mio padre non ci tenevaa sottoporsi a visite mediche, aveva il terrore che gli trovassero qualche malattia. Da tempo soffriva di tremori alle mani, che erano fredde ed esangui. Fino a qualche anno prima, capitava di sentire che uncompagno di lavoro morisse di tumore al fegato, ma si pensava che fosseperché mangiava male o beveva troppo. Mio padre però non usciva mai perandare con gli amici all'osteria, a lui piaceva stare con la famiglia, ebeveva un bicchiere di vino a pasto. Non l'ho mai visto bere superalcolici, eppure è morto di cirrosi epatica. Non ci ha mai detto nulla chiaramente, ma durante i tre mesi in cui era peggiorato il suo silenzio provava che aveva capito. A mia madre, in un momento di sconforto, ha detto: muoio anch'io. Era toccato anche a lui quello che era già toccato ad altri. Il suo killer si chiamava cloruro di vinile”.

Il suo killer, e anche il nostro. Per lui, per tutti noi e per quelli che ci ricordano, parleremo, resteremo. Sempre.

Tutto il materiale di questi interventi sull'area del polo industriale di Mestre/Marghera sono stati estrapolati dal libro PETROLKILLER di Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese edito dalla Universale Economica Feltrinelli nov. 2002.

Scritto da Luigi Forigo   
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