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Caso Cucchi, nell'intercettazione il carabiniere dice: "Magari morisse"
Giovedì 25 Ottobre 2018 06:49

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Stefano Cucchi

L'Italia ha una lunghissima storia di depistaggi da parte dei vertici delle Forze dell'Ordine, dal caso De Lerenzo, il mancato golpe scoperto da Eugenio Scalfari, direttore dell' Espresso. Le stragi, tristemente definite di Stato, vedono i vertici istituzionali ampiamente coinvolti. Un doppio Stato che, ha sempre manovrato affichè la "verita" non venisse svelata. Il caso più eclatante, l'abbattimento dell' aereo civile nei cieli di Ustica, decine di occhi chiamati radar, dislocati su tutta la penisola,registrarono l'intero combattimento e l'abbattimento dell'aerio di linea Bologna-Palermo. La tenacia di Ilaria Cucchi lascia sbalorditi, se alla fine riuscirà ad ottenere giustizia, sarà una vittoria per tutte le associazioni che, da anni si battono per far cadere il muro di omertà, dietro il quale si nascondono mandanti ed esecutori. Nel caso Cucchi abbiamo la fortuna di avere dalla nostra parte Il Presidente della Repubblica. Il Presidente Mattarella è il familiare di una vittima.

A.M.

Negli atti depositati oggi dal pm Giovanni Musarò durante l'udienza per il processo sulla morte del geometra romano spuntano intercettazioni: così Vincenzo Nicolardi parlava di Stefano Cucchi il giorno dopo l'arresto. E otto giorni dopo il decesso ci fu una riunione "tipo alcolisti anonimi" al Comando provinciale dei carabinieri di Roma

 "Magari morisse, li mortacci sua". Con questa frase shock, secondo quanto riportato negli atti depositati dal pm Giovanni Musarò durante il processo sulla morte di Cucchi, uno dei 5 carabinieri imputati, Vincenzo Nicolardi, parlava di Stefano il giorno dopo l'arresto.

Il generale e gli ufficiali, così i vertici dell'Arma depistarono su Cucchi

3 e le 7 del mattino del 16 ottobre del 2009, tra il capoturno della centrale operativa del comando provinciale e un carabiniere la cui voce è stata ricondotta dagli inquirenti a quella di Nicolardi, oggi a processo per calunnia.

Nella conversazione si fa  riferimento alle condizioni di salute di Cucchi, arrestato la sera prima: "Mi ha chiamato Tor Sapienza - dice il capoturno della centrale operativa -. Lì c'è un detenuto dell'Appia, non so quando ce lo avete portato, se stanotte o se ieri. E' detenuto in cella e all'ospedale non può andare per
fatti suoi". Il carabiniere risponde: "E' da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua".

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"Riunione al Comando provinciale tipo alcolisti anonimi"

Non solo. Sempre secondo quanto emerge dalle carte depositate oggi dall'accusa alla I Corte d'Assise del Tribunale di Roma, otto giorni dopo la morte di Stefano Cucchi, il 30 ottobre 2009, ci fu una riunione "tipo gli alcolisti anonimi" al comando provinciale di Roma, convocata dall'allora comandante, generale Vittorio Tomasone, con i vari carabinieri coinvolti a vario titolo nella vicenda della morte del geometra romano. Lo afferma Massimiliano Colombo, comandante della stazione dei Carabinieri di Tor Sapienza, intercettato mentre parla con il fratello Fabio. 

"Il 30 ottobre, la mattina ero di pattuglia con Colicchio. Soligo mi chiama, mi chiede: 'Fammi subito un appunto perché poi dobbiamo andare al Comando provinciale perché siamo stati tutti convocati, 'cioè quelli dall'arresto di Cucchi a chi lo aveva tenuto in camera di sicurezza. Tu che sei il comandante della stazione, anche se non hai fatto nulla, il comandante della compagnia Casilina, il maggiore Soligo, comandante di Montesacro, il comandante del Gruppo Roma, stavamo tutti quanti. Ci hanno convocato perché all'epoca il generale Tomasone, che era il comandante provinciale, voleva sentire tutti quanti. Abbiamo fatto tipo, hai visto 'gli alcolisti anonimi' che si riuniscono intorno ad un tavolo e ognuno racconta la sua esperienza, così abbiamo fatto noi quel giorno dove però io non ho preso parola perché non avevo fatto nessun atto e non avevo fatto nulla".

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"Se non sei in grado di spiegarti con un superiore, come ti spieghi con un magistrato?" 

Colombo ha chiarito la vicenda anche durante l'interrogatorio tenuto la scorsa settimana davanti al pm Giovanni Musarò. A quella riunione presero parte anche "il comandate del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, il comandate della compagnia Montesacro, Luciano Soligo, il comandante di Casilina maggiore Unali, il maresciallo Mandolini e tre-quattro carabinieri della stazione Appia. Da una parte c'erano il generale Tomasone e il colonello Casarsa, mentre gli altri erano tutti dall'altra parte. Ognuno a turno si alzava in piedi e parlava spiegando il ruolo che avevano avuto nella vicenda Cucchi.

Ricordo che uno dei carabinieri di Appia, che aveva partecipato all'arresto, aveva un eloquio poco fluido, non era molto chiaro. Un paio di volte intervenne il maresciallo Mandolini per integrare cosa stava dicendo e per spiegare meglio, come se fosse un interprete. Ad un certo punto Tomasone zittì Mandolini dicendogli che il carabiniere doveva esprimersi con le sue parole perché - ha concluso Colombo - se non fosse stato in grado di spiegarsi con un superiore certamente non si sarebbe spiegato con un magistrato".


I medici del Fatebenefratelli: "Aveva una frattura vertebrale"

"Visitai Stefano Cucchi due volte: aveva una frattura vertebrale e gli proposi di rimanere ricoverato da noi. Lui rifiutò dicendo "Non voglio ricoverami, preferisco ritornare a Regina Coeli dove c'è il medico di cui mi fido che sicuramente mi dà più giorni". Nel corso del processo è stato ascoltato anche Fabrizio Farina, medico del pronto soccorso del Fatebenefratelli. Fu lui a visitare il giovane due volte, il 16 ottobre 2009 e il giorno successivo. Il primo intervento si concluse con Cucchi che, dopo aver rifiutato il ricovero, "si alzò e venne verso di me a firmare il foglio di rifiuto ricovero". Cosa diversa il giorno successivo: "Non riusciva a muoversi".

Circostanza, questa, confermata anche dal dottor Claudio Bastianelli, anch'egli del pronto soccorso del Fatebenefratelli, che accolse Cucchi in occasione del secondo 'accesso' in ospedale. "Arrivò e mi disse che voleva essere ricoverato; aveva cambiato idea perché aveva dolore in sede lombare. Gli chiesi com'era accaduto e mi rispose che era scivolato per una caduta accidentale. Ebbi io l'idea di trasferirlo all'ospedale Pertini perché da noi non c'era posto. Per questo attivai la procedura di ricerca del posto letto".


L'avvocato della famiglia Cucchi: "Siamo scioccati"

"Siamo basiti, scioccati, non sappiamo più cosa pensare. Quello che ci fa veramente molto male e arrabbiare è che da quest'inchiesta emergono fatti e comportamenti esecrabili, indegni per appartenenti all'Arma dei Carabinieri, di cui si sono rese responsabili persone che non erano coinvolte nell'arresto di Stefano Cucchi né direttamente coinvolte nella sua morte". Così l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, intervistato su Radio 24. "Io e Ilaria abbiamo preso atto che per i Carabinieri i problemi sono Casamassima, Rosati e Tedesco, noi abbiamo fiducia nell'Arma dei Carabinieri, ma qui emerge un quadro desolante ed esiste un grave problema da risolvere".

Intanto un altro ufficiale dei carabinieri è stato iscritto nel registro degli indagati: si tratta del colonnello Francesco Cavallo, all'epoca dei fatti numero due del gruppo Roma. Prossima udienza, il 7 novembre. Continueranno le audizioni testimoniali, e non sono esclusi ulteriori colpi di scena.
 

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Sono Ilaria Cucchi, 38 anni, madre di 2 figli, amministratrice di condomini. Vivo a Roma. Di Roma e' tutta la mia famiglia: Giovanni 64 anni geometra, Rita 63 anni, maestra in pensione. Boy-scout e parrocchia sono sempre stati i miei impegni extra familiari ed il mio piccolo mondo nel quale sono cresciuta. Non da sola... ma insieme a mio fratello Stefano, quello "famoso", Stefano Cucchi, "famoso" perché morto tra sofferenze disumane quando era in mano dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato. Sono alta un metro e sessanta centimetri, come Stefano, e peso 48 chili, come mio fratello Stefano. Non sono malata ma in ottima forma fisica e sono viva. Non mi hanno picchiato, non mi hanno pestato, non mi hanno rotto a calci la schiena, non ho avuto per questo bisogno di cure mediche. Non mi hanno torturato. Sono viva. Sono viva e combatto con una giustizia che non conoscevo, ostile, esosa, cieca, spietata, assassina. 
Ho una nuova famiglia che con me condivide un destino tragico, ma una determinazione incrollabile come incrollabile è la fiducia che abbiamo nel riuscire ad ottenere verità. La mia nuova famiglia è formata da Patrizia Moretti, Lucia Uva, Domenica Ferrulli. Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli sono i loro morti. Fabio Anselmo, colui che ci aiuta e che ci ha unite ed insegnato a combattere questa battaglia difficile l'una per l'altra, unite ed insieme. Sono persone meravigliose, semplici e vere, che non permettono che mi senta sola e che mi danno la forza per continuare quando la forza vacilla. Questo è ora diventato il mio mondo. La morte terribile di mio fratello non ha lasciato solo vuoto e dolore immenso, non ha lasciato solo la rabbia per l'ingiustizia subita, la ribellione alla irriguardosa mistificazione della verità, ma anche il calore ed il conforto di queste persone e quello di tante altre che ci aiutano e seguono affinché Stefano e gli altri non vengano seppelliti nell'oblio, senza dignità e senza giustizia. Per questo abbiamo costituito l'"Associazione Federico Aldrovandi - Le loro voci". Non so cosa sono diventata, ma so che non sono più quella donna serena e fiduciosa del mondo che la circonda e dello Stato che ero prima. Non so cosa sarò quando il mio  compito sarà terminato. Non so cosa mi rimarrà dentro, ma so che questo è il mio compito e che costi quel che costi lo porterò a termine.
Scritto da Quotidiano La Repubblica   
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