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Potere disciplinante e libertà controllata. Esiti morali della moderna configurazione del potere
Lunedì 18 Febbraio 2019 17:03

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George Orvel

 

Questo testo nasce dalla rielaborazione della conferenza Nuove configurazioni del controllo sociale. Dalla libertà negata alla libertà apparente, tenuta il 17/06/2013 presso l’Aula Magna del Consorzio Universitario di Velletri (RM), nell’ambito della rassegna Le ragioni della politica, organizzata dall’«Osservatorio filosofico», con il supporto di «MicroMega» e «Critica liberale» http://www.radioradicale.it/scheda/384096/totalitarismo-e-democrazia
 
Abstract
 
            Contemporary society is very different from the previous ones, but sign these differences a discontinuity between the contemporary one and the previous societies, or are changes, although deep, contained into the same line of development? And so, mark the contemporary Western democracies a discontinuity with the totalitarianism of the last century, or are them different in proceedings but not in purposes? In other words, live we really in a post-ideological era or not? And whether not, which is the form of the current ideology and its framework?
            Trying to answer to these issues, which are essentially a question of “power”, is useful to delineate a possible theory of the social transition and to analyze if changes are essential or just formal – a sort of upgrade of the domination of man over man and over nature.
            Developing this reasoning will be taken into account, integrating each other, the political theory and the moral philosophy of Th-W. Adorno, M. Foucault, J. Habermas, M. Horkheimer, H. Marcuse, A. Negri, P.P. Pasolini, in order to disclose a critical way for observing reality and its main phenomena.
 
            Premessa       
 
            Le società contemporanee sono organizzate in modo significativamente diverso da quelle precedenti, in particolare, le moderne democrazie occidentali si pongono in assoluta discontinuità rispetto ai precedenti sistemi totalitari. E tuttavia, è sostanziale questa discontinuità o solo apparente? La tesi che qui si vuole sostenere è che le nostre democrazie siano contenute nella stessa linea di sviluppo dei regimi totalitari del secolo scorso, ponendosi così come un’evoluzione degli stessi. Ciò segna una transizione nella continuità, il persistere, in forma aggiornata, di una ideologia, di cui va quindi condotta una descrizione, che designa una sorta di totalitarismo post-totalitario, sotto il nome di democrazia, individuabile nel persistere di dinamiche di potere (inteso come dominio diffondentesi relazionalmente) che prendono ora anche l’idea di libertà, che nella conclusione del testo verrà ricalibrata come auto-determinazione, sotto la loro influenza. Sotto questa prospettiva, si dischiude un nuovo sguardo nellosservazione dei grandi fenomeni sociali del Novecento e odierni, quali la Seconda guerra mondiale, il crollo del Muro di Berlino o le correnti primavere arabe e i vari movimenti di protesta.

           

Introduzione
 
L’affermazione politico-sociale per eccellenza che il mondo occidentale moderno pronuncia su se stesso, è che oggi, dopo il crollo dei regimi politici totalitari, siamo finalmente entrati, pur con una serie di difetti da correggere, nel regno della libertà. Ma è così pacifico che le cose stiano così? Ovvero che i grandi eventi della storia recente, in primis la Seconda guerra mondiale, segnino una transizione all’insegna della discontinuità fra due mondi completamente diversi? O forse dovremmo intendere i grandi fenomeni politico-sociali dei nostri tempi come un traumatico passaggio di consegne fra vecchi, obsoleti e nuovi, aggiornati modelli di controllo sociale? Dunque una transizione all’insegna di un’assoluta continuità.
Liberi, si diceva, ci viene ripetutamente e da più fronti detto che siamo finalmente liberi. Dopo essere stati schiavi, plebei, servi della gleba, funzionari dei totalitarismi, kapos del potere e del denaro, ora siamo finalmente liberi! Ma in cosa si sostanzia questa libertà? Siamo liberi di acquistare ciò che vogliamo, tra una gamma di prodotti accuratamente predeterminati, liberi di andare dove vogliamo, tra una molteplicità di luoghi ontologicamente identici, liberi di informaci come desideriamo, tra una pluralità di mass media, nessuno dei quali destabilizzante per lo status quo, liberi di dire ciò che vogliamo, parlando un linguaggio (e pensando un pensiero) talmente omologato e impoverito da non riuscire ad indicare nulla all’infuori di quello che è già dato, liberi di divertirci come preferiamo, grazie ad un’industria del divertimento che intrattenendo controlla, in breve, liberi di vivere, così come veniamo ammaestrati a vivere.
Il presente lavoro vuole essere un invito a riflettere sul fatto che le correnti democrazie occidentali rappresentino il contrario ma non l’opposto delle precedenti società totalitarie, una loro evoluzione, la prosecuzione, quindi, di un sistema di controllo che ha modificato i suoi modelli di dominio, così da renderli più efficaci, ad iniziare dall’inserimento, nella coscienza degli individui, della convinzione di vivere in un regime di autentica libertà, determinando così quella che Herbert Marcuse chiama “falsa coscienza felice”[1]. Il membro idealtipico di questa società è quindi colui che è colonizzato nella sua coscienza dalle istanze che tale tipo di società (pro/im)pone come necessarie o desiderabili, al punto tale da non avvertire i condizionamenti cui è sottoposto o, qualora li percepisse, da non riuscire né a tematizzare né, conseguentemente, ad esprimere il proprio disagio, progettando delle alternative. In tal senso egli, e la società tutta, è (ricorrendo ancora al vocabolario marcusiano) “unidimensionale”, non riuscendo ad immaginare un mondo diverso[2] da quello esistente; vivendo, con il corpo, il linguaggio, il pensiero, unicamente nella dimensione dello status quo. Sotto questa prospettiva, grandi fenomeni recenti e/o ancora in corso di svolgimento, come ad esempio i cambiamenti politico-sociali nell’Europa dell’Est dopo l’apertura (1989) e la caduta (1990) del Muro di Berlino o le recenti primavere arabe, appaiono sotto un’altra luce.
L’esito finale del processo si manifesta nel fatto che questo nuovo potere dominate non ha neanche bisogno di opporsi ad una eventuale richiesta di libertà da parte degli individui, poiché questi, semplicemente, dimenticano cosa essa sia, non potendone così né avvertire la mancanza né formulare la richiesta.
 
La libertà sembra subire la stessa sorte della virtù per Valery: non viene contestata, ma dimenticata e in ogni caso imbalsamata, come la parola d’ordine della democrazia dopo l’ultima guerra. Tutti si trovano d’accordo sul fatto che la parola “libertà” non debba più essere usata se non come vuota frase, e che sia utopistico prenderla sul serio[3].
 
Quello che qui si vuole sostenere quindi è che la modernità è ben lungi dall’aver superato la problematica del dominio, riproponendolo anzi in forme perfezionate, che vivono di vita propria. Per sostenere questa tesi si prenderà in considerazione il pensiero di diversi autori moderni, ad iniziare da coloro che per primi furono esposti a queste dinamiche di modificazione delle modalità di controllo sociale, trovandosi in quei Paesi, Est Europa, in cui è stata più tangibile la transizione da vecchie a nuove forme di dominio.
 
Primi segnali di modificazione
 
Nell’ormai classico 1984 George Orwell introduce il tema della “neolingua”. E proprio questo è, secondo Václav Havel, lo strumento con cui un nuovo potere totalitario (di cui Havel intravede l’avvento nella Cecoslovacchia degli anni Settanta e Ottanta) impedisce il sorgere di un “pensiero eretico”. In alternativa alla liquidazione fisica di tutti quegli strati della popolazione che non aderiscono agli assunti dell’ideologia-verità, tale nuovo totalitarismo mira ad una  strumentalizzazione del linguaggio, finalizzata all’inibizione di ogni giudizio indipendente e, così, all’accettazione passiva di determinati comportamenti. Da un “totalitarismo violento”, che si insedia al potere a “colpi di fucile”, si passa così ad un “totalitarismo mite”, che mantiene il potere a “colpi di linguaggio” (omologato), originando pertanto delle vere e proprie “logocrazie di massa”. La manipolazione linguistico-concettuale rappresenta quindi uno dei pilastri dei nuovi meccanismi di controllo sociale.
 
La neolingua di Orwell esprime questa disgiunzione tra parola e linguaggio nella sua finalità ultima e metafisica: come rendere semplicemente impronunciabile la critica? […] Come impedire l’articolazione stessa di un pensiero che sia critico rispetto alla realtà [? …] Si tratta di un particolare processo di impoverimento e di elementarizzazione del linguaggio che rende impossibile pensare in modo divergente dal principio imposto dal sistema dell’Altro[4].
   
A ciò si collega un’alterazione della memoria storica. Non sfugga come il potere sia sempre interessato a (ri)scrivere la storia (troppo spesso si sente di tentativi di riscrittura, politicamente indirizzati, dei manuali di formazione in materia). Non a caso, oggi non si assiste ad una distruzione della memoria storica, come nel caso del nazi-fascismo, ma al sorgere di una “cattiva memoria storica”, subordinata al controllo del potere, ovvero ad una sorta di industria della storia che produce i ricordi ufficiali, in modo talmente pervasivo da riuscire a contaminare la memoria personale, colonizzandola.
            Il potere non è più interessato all’adesione fideistica ad una ideologia[5], ma all’instaurarsi di un regime di conformismo che risulti, senza spargimenti di sangue, impossibile da rifiutare. Conseguentemente, la colpevolizzazione e la criminalizzazione di tutti i comportamenti ostili al o non integrati nel sistema, non è altro che uno dei modi con cui quest’ultimo preserva se stesso da possibili cambiamenti. Per tal via, tutti risultano coinvolti nella struttura di questo nuovo potere “autototalitario”, la cui legittimità dipende, come in un circolo vizioso, dall’adesione ad esso da parte di ciascuno.
 
Nell’universo post-totalitario il male non produce più l’immenso numero di cadaveri degli uomini “di troppo”, perché nella demoralizzazione sistematica che abbassa a vittima innocente nel momento in cui eleva a colpevole, ognuno ha trovato la propria collocazione […] l’autototalitarismo sociale […] dà all’uomo l’illusione di essere una persona con un’identità ed una dignità; gli permette di ingannare la propria coscienza e di mascherare al mondo il suo inglorioso modus vivendi; di confondere il proprio ruolo di vittima con quello di parte in sintonia con l’ordine cosmico[6].   

 


Scritto da Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it   
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