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Cucchi, la catena di falsi nell’Arma e i «non ricordo» dell’ex comandante di Roma
Giovedì 28 Febbraio 2019 06:59

L’autopsia su Stefano Cucchi non era ancora terminata, ma al Comando generale dei carabinieri era giunta una nota con i dati parziali. Un particolare emerso nel corso dell’udienza di oggi, in cui è stato ascoltato il generale Vittorio Tomasone, ex comandante provinciale dell’Arma di Roma. Il pm Giovanni Musarò ha fatto emergere che il 23 novembre 2009 fu disposta l’autopsia, il successivo 6 dicembre il medico incaricato auspicava la nomina di altri specialisti, «ma il primo novembre il generale Tomasone, in un atto indirizzato al Comando generale, scrive dei risultati ”parziali” dell’autopsia che ancora non era stata fatta».

Il generale: «Non ho memoria»
Il particolare è di non secondaria importanza, in quanto potrebbe celare la presunta macchinazione ai più alti vertici dei carabinieri per insabbiare il “caso Cucchi”, l’allora 31enne arrestato per spaccio di droga e morto dopo le violente percosse subite - stando alle indagini - da un manipolo di carabinieri. Tomasone ha detto che «sul modo con il quale è stata assunta l’informazione» relativa ai primi risultati dell’esame autoptico, «non ricordo. Non ho memoria». Il generale ha aggiunto che «chiesi a tutti coloro che avevano avuto a che fare con la vicenda Cucchi di fare relazioni e di venire al comando da me per dire quello che avevano fatto, dal momento dell'arresto e fino alla consegna alla polizia penitenziaria: il motivo della riunione era anche quello di cogliere dal loro viso la reazione a quanto avevano scritto». Da quella riunione emerse che «le condizioni fisiche generali di Cucchi non erano ottimali».

 

I dubbi dei pm sulla deposizione di Tomasone
L’audizione come testimone del generale Tomasone ora sarà analizzata dal sostituto procuratore Musarò, in quanto lo stesso pm ha sollevato numerose perplessità in ordine alle dichiarazioni rilasciate dall’ex comandante provinciale di Roma. Allo stato, però, nessun atto d’indagine è stato avviato sull’alto ufficiale dei carabinieri.

Gli indagati

Nel registro degli indagati figurano il colonnello Lorenzo Sabatino, ex comandante del Nucleo operativo di Roma, il tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma, il tenente Tiziano Testarmata e l’avvocato Gabriele Giuseppe Di Sano. Gli altri indagati sono il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante stazione Tor Sapienza; il carabiniere scelto Francesco Di Sano, il tenente colonnello Luciano Soligo, all’epoca dei fatti comandante della compagnia Talenti Montesacro; e il comandante della stazione Appia, il maresciallo Roberto Mandolini. Stando all’accusa, sarebbero stati compiuti falsi a più livelli. Addirittura, è l’ipotesi dei pm, sarebbe stata falsificata anche l’informativa al Parlamento fatta all’epoca dei fatti dall’allora ministro Angelino Alfano, ovviamente estraneo alla catena di documenti contraffatti dai carabinieri.

L’informativa al Parlamento falsificata
L'attività di depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi iniziò il 26 ottobre del 2009 dopo un lancio dell’agenzia Ansa in cui Patrizio Gonnella e Luigi Manconi denunciano pubblicamente che Stefano Cucchi al momento dell’arresto stava bene e che non aveva segni sul volto, visti poi dal padre il giorno dopo nel processo per direttissima. È quanto emerge dai documenti depositati in aula dal pm Giovanni Musarò in apertura dell’udienza a carico di cinque carabinieri. «A partire dal 26 ottobre del 2009 iniziano a pullulare richieste di annotazioni su ordine della scala gerarchica dell'Arma, comprese quelle false e quelle dettate. Cosa successe quel giorno? Il lancio di agenzia delle 15.38 scatena un putiferio. Dal Comando generale dell’Arma partono richieste urgentissime di chiarimenti. E tutte queste annotazioni non servivano al pm ma all’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano che avrebbe dovuto rispondere al question time alla Camera». Il pm aggiunge che «il ministro, per paradosso, si limitò a riferire il falso su atti falsi». Insomma, secondo l’accusa, fu inconsapevolmente indotto con atti falsi a riferire il falso.

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Il tentativo di incolpare gli agenti della polizia penitenziaria
Parlando davanti ai giudici della prima corte d'Assise, il pm ha aggiunto che «Alfano nel corso del question time disse, tra l’altro, che Cucchi era stato collaborativo al momento dell’arresto, omettendo ogni passaggio presso la compagnia Casilina e che era già in condizioni fisiche debilitate quando venne fermato». «Da qui -ha detto il pm in aula- parte una difesa a spada tratta dell’Arma e si traduce in una implicita accusa nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che avevano preso Cucchi in custodia per il processo». Musarò fa presente che in quel momento «il fascicolo dei pm Barba e Loy era contro ignoti ma per un gioco del destino il 3 novembre del 2009, quando Alfano ha finito di rispondere all’interrogazione, nel pomeriggio compare davanti ai magistrati il detenuto gambiano Samura Yaya che riferisce di aver sentito nelle camere di sicurezza del tribunale una caduta di Cucchi. Dichiarazione che è stata ritenuta inattendibile con sentenza definitiva».

Scritto da Ivan Cimmarusti Il Sole 24 Ore   
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