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Fonti per una storia ancora da scrivere. Convegno Organizzato dalla Rete degli archivi per non dimenticare
Martedì 24 Agosto 2010 18:29

Fonti per una storia ancora da scrivere. Convegno Organizzato dalla Rete degli archivi per non dimenticare

Fonti per una storia ancora da scrivere. Convegno Organizzato dalla Rete degli archivi per non dimenticare

con l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica

7 maggio 2010, ICPAL – Roma

di Ilenia Imperi

 

Dalla Cultura dei documenti alla Cultura della memoria: è questo il percorso ideale che unisce le esperienze di lavoro di raccolta e custodia delle fonti presentate al convegno Rete degli archivi per non dimenticare, tenutosi venerdì 7 maggio 2010 presso la sede dell’ICPAL a Roma.

Dopo due anni di attività passati sotto silenzio, anni in cui si è svolto un importante lavoro sul territorio di collaborazione con le scuole e le università, il progetto Rete degli archivi per non dimenticare ha finalmente raggiunto la visibilità che merita. Il convegno ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il progetto è stato presentato al Quirinale in occasione della celebrazione della Giornata della Memoria per le vittime delle stragi e del terrorismo, istituita nel 2007 (in coincidenza della giornata del 9 maggio) dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 

Nella cornice del convegno è stata presentata la Guida alle fonti per una storia ancora da scrivere, curata dalla coordinatrice del progetto Ilaria Moroni, una pubblicazione che raccoglie i risultati di un primo censimento delle fonti e di tutto il materiale conservato nei tanti archivi e centri di documentazione sparsi su tutto il territorio nazionale[1]. L’obiettivo è quello di evitare la perdita della documentazione raccolta e creare una rete di collaborazione e coordinamento tra i vari soggetti, al fine di salvaguardare questo patrimonio e offrire un servizio non solo agli storici, ai ricercatori, agli studiosi ma in generale a tutti i cittadini, rendendo tali documenti accessibili a tutti.

Ilaria Moroni ha evidenziato come significativamente ampia sia la varietà dei soggetti che hanno aderito al progetto della Rete e sono confluiti nella Guida. Il filo conduttore che ha unito l’operazione di questo primo censimento è stato il fatto di possedere una selezionata documentazione relativa alle tematiche del terrorismo, stragismo, violenza politica e criminalità organizzata. Hanno aderito finora alla Rete 44 soggetti tra archivi, pubblici e privati, e centri di documentazione. Molti altri, anche se fortemente interessati e motivati, non sono conferiti nel censimento per mancanza di fondi e personale d’archivio, problema affatto trascurabile e tristemente comune a tutti i partecipanti. Tuttavia, è proprio grazie al lavoro virtuoso di tanti cittadini comuni, di volontari, dei comitati dei familiari delle vittime, delle associazioni, dei direttori dei centri che è stato possibile fino ad oggi, con pochissime risorse, conservare i documenti e renderli, per quanto possibile, accessibili al pubblico. L’esigenza più immediata pertanto è proprio quella di riuscire a trovare strategie comuni per favorire un lavoro coordinato di adeguata visibilità, accessibilità e fruibilità da parte dell’utente. Certo è che tutti finora hanno dimostrato e continuano a dimostrare, nel portare avanti tenacemente contro mille difficoltà il lavoro di raccolta e conservazione delle fonti, una profonda sensibilità, un forte senso di responsabilità civile e la ferma consapevolezza dell’importanza della salvaguardia di un patrimonio che appartiene a tutti e che a tutti dovrebbe essere divulgato, un’eredità documentale che offre importanti strumenti d’indagine e custodisce preziose chiavi di lettura per reinterpretare e comprendere meglio alcuni eventi che hanno profondamente segnato la nostra storia repubblicana.

Dopo il saluto di benvenuto di Armida Batori, direttrice dell’ICPAL di Roma (Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario) che ha ospitato il convegno ed ha partecipato alla realizzazione della Guida, il Direttore Generale per gli Archivi Luciano Scala è entrato subito nel vivo del problema della reale conservazione dei documenti. Il problema dello spazio è drammatico: c’è una totale carenza di luoghi fisici idonei alla manutenzione delle carte e troppo spesso i depositi di cui si dispone sono in condizioni assolutamente inadeguate. Per questo motivo è fondamentale creare nuovi spazi, affidandoci alle nuove tecnologie per la digitalizzazione dei documenti, aprendo così a modalità di conservazione alternative. Scala ha definito lodevole e interessantissimo il progetto della Rete degli archivi ma ha anche precisato che sottende delle prerogative che non spettano ai soggetti direttamente coinvolti: a monte ci deve essere la volontà e l’impegno delle istituzioni.

Oltre all’adeguata conservazione, l’altro aspetto altrettanto importante è la divulgazione dei documenti. Si devono trovare degli standard, delle regole comuni, per far sì che tutte le associazioni pubbliche e private adottino il medesimo linguaggio di traduzione per poter comunicare tra loro e portare avanti un progetto comune, con il fine ultimo di portare alla completa conoscenza degli avvenimenti tutti i cittadini, soprattutto le giovani generazioni[2].

Al momento la Direzione Generale per gli Archivi sta lavorando alla creazione di un portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN), nel quale potranno confluire le diverse raccolte di materiale e documenti effettuate da vari soggetti su tutto il territorio, così da consentire agli utenti un accesso più agevole alle informazioni attraverso un unico strumento.

È stato firmato un accordo, sottoscritto anche dal Ministro dei Beni Culturali Bondi, per una collaborazione forte con gli enti statali (regioni, province, comuni) e l’impegno assunto dal dott. Scala è stato quello di stipulare un atto di convenzione con la Rete degli archivi per inserire un suo portale all’interno del SAN (così come in quello di Archivi del Novecento)[3].

Ricreando il contesto in cui agisce la Rete, l’intervento di Piero Corsini de La Storia siamo noi, si è aperto con un video, una rapida suggestione visiva di alcuni dei tragici episodi che hanno segnato la storia repubblicana, dalla strage di Portella della Ginestra alle stragi di mafia, attraversando la lunga scia di sangue degli anni di piombo. E, soffermandosi proprio sul terrorismo, Corsini ha offerto un’interessante rilettura in chiave mediatica di quegli anni. “Si dice sempre che il Vietnam sia stata la prima guerra in diretta televisiva – ha spiegato il giornalista – a me sembra che il terrorismo e almeno la seconda parte dello stragismo mafioso sia stato il nostro Vietnam, la nostra guerra televisiva in diretta”. Non solo le carte, quindi, nel progetto di raccolta della memoria, della quale esse rappresentano comunque la colonna vertebrale, ma è importante tenere in considerazione anche le immagini, i volti, i suoni, le testimonianze.

Altri relatori hanno sottolineato nei loro interventi l’importanza delle fonti audiovisive nel processo di ricostruzione storica: Letizia Cortini dell’AAMOD e Elisabetta Ranieri di Radio Popolare.

L’Archivio audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico – AAMOD conserva soprattutto fonti audiovisive (cinematografiche, fotografiche, sonore) ma anche cartacee. La Fondazione nasce nel 1979, eredita il patrimonio filmico del Pci e della Unitelfilm, la società di produzione legata al partito. Conserva moltissimo materiale opera di registi come Ettore Scola e i fratelli Taviani e una vastissima documentazione filmica non-finita, la cosiddetta “non-fiction”, in gran parte inedita (documentari, riprese di comizi, eventi, manifestazioni, opere di propaganda). La parte più consistente di questo materiale riguarda il periodo compreso tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, relativo quindi al fenomeno dei movimenti politici, della strategia della tensione, del terrorismo e stragismo.

È possibile consultare il materiale dell’AAMOD ed effettuare ricerche accedendo attraverso il sito www.aamod.it alla banca dati dell’archivio: è disponibile non solo la documentazione riguardo ai singoli eventi ma anche quella relativa al contesto storico, sociale e politico del periodo.

Letizia Cortini ha posto l’accento sull’efficacia della fonte audiovisiva, fondamentale per la conservazione della memoria: è una fonte storica di grande impatto, molto apprezzata ad esempio dagli studenti durante gli incontri nelle scuole e risulterebbe quindi molto utile anche in campo didattico.

Quello di Radio Popolare invece, ha spiegato Elisabetta Ranieri, è un archivio sui generis: conserva suoni, rumori, voci di persone ed eventi spesso considerati “minori” e lasciate fuori dai mezzi di comunicazioni maggiori. Negli anni settanta era una prerogativa della radio, una scelta di condotta quella di prestare attenzione ad altri aspetti trascurati per esempio dalla Tv di Stato; per questo il materiale conservato da Radio Popolare è estremamente interessante per riuscire ad avere un quadro completo del contesto storico e sociale dell’epoca a cui risalgono i fatti. Il patrimonio della radio comprende 1220 bobine di nastro con registrazioni tra il 1976 e il 1998; 30.500 musicassette con registrazioni tra il 1978 e il 2002; 339 cassette DAT con registrazioni tra il 1992 e il 2002; 109 CD-Rom con registrazioni tra il 2000 e il 2007[4]. Questa è una sommaria suddivisione dei documenti di archivio conservati da Radio Popolare, risultato dell’ultimo censimento del materiale che è però in realtà tuttora custodito non in un archivio costituito e ordinato ma in oltre 150 scatoloni che giacciono piene di nastri, bobine e cassette. Certo la carenza di fondi è una delle cause della mancata catalogazione e riordino del materiale ma lo è stata anche la mancata consapevolezza, da parte di coloro che si sono trovati fin dall’inizio a lavorare in Radio, di avere tra le mani uno straordinario patrimonio di fonti di grande interesse relativo agli anni ’70 e ’80 della mostra storia, che testimonia i cambiamenti politici e sociali, i mutamenti del modo di fare radio e del linguaggio giornalistico[5].

Molti, ricchissimi e di grande interesse sono stati gli altri interventi che si sono succeduti nella  mattinata: da Lorenzo Frigerio di Fondazione Libera Informazione, che ha ricordato l’importanza della legge 109/96 sul riutilizzo dei beni confiscati alle mafie, a Cristina Saggioro che ha presentato quello che è stato il promotore e il nucleo fondante della Rete degli Archivi per non dimenticare: il Centro documentazione Archivio Flamigni; da Giovanna Maggiani Chelli dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, impegnata sul doppio versante terrorismo e mafia (essendo stata quella di via dei Georgofili una strage terroristica ed eversiva compiuta dalla mafia) a Cinzia Venturoli, direttrice del CEDOST, Centro di documentazione storico-politica sullo stragismo e rappresentante dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, la prima associazione di questo tipo a formarsi in Italia. L’Associazione ha dato vita nel 1998 al Centro di documentazione storico-politica sullo stragismo (CEDOST): dopo dieci anni di attività il Centro è stato “congelato” per mancanza di finanziamenti e accordi con le istituzioni locali. Fino al 2008 comunque il lavoro del CEDOST è stato quello di incrementare e arricchire l’archivio dell’Associazione e soprattutto aprirlo all’esterno ripensandolo come archivio per la didattica, avviando collaborazioni con le scuole e laboratori didattici, con l’obiettivo di dare ai ragazzi stimoli e strumenti per affrontare lo studio della storia contemporanea e in particolare il fenomeno del terrorismo[6].

È stata poi la volta degli Archivi di Stato di Milano e Viterbo, del Centro di Documentazione Cultura della Legalità Democratica della Regione Toscana e dell’Archivio del Consiglio Regionale della Toscana.

Tra i vari argomenti trattati nel corso del convegno, di notevole importanza è stato il tema della digitalizzazione dei documenti. Tutti i soggetti della Rete sono in qualche modo coinvolti e impegnati in processi di dematerializzazione delle carte, ritenuto ormai percorso indispensabile per garantire una sicura conservazione della documentazione e una migliore e più agevole consultazione.

Esemplare a questo proposito l’esperimento condotto tra Milano e Cremona presentato al convegno da Benedetta Tobagi e Pierpaolo Beluzzi, magistrato del Tribunale di Cremona, che hanno più volte sottolineato l’importanza delle carte dei tribunali nell’affrontare uno studio completo degli eventi: di qui l’esigenza, come affermato da Benedetta Tobagi, “di portare la conoscenza degli atti dal piano degli accertamenti giudiziari a quello della ricerca storica[7]”, per potersi così avvalere di un ulteriore importantissimo strumento conoscitivo nella ricostruzione degli eventi.

Per introdurre il tema della digitalizzazione dei documenti è stato mostrato un video-documentario che ha illustrato le fasi del progetto “Digit&Work” realizzato a Cremona presso la Casa Circondariale, promosso dalla Presidenza del Tribunale di Cremona e dal magistrato referente per l’informatizzazione presso la Corte d’Appello di Brescia, dott. Beluzzi e in collaborazione con il Tribunale e l’Archivio di Stato di Milano. Si tratta di un progetto di notevole interesse e utilità sociale finalizzato a un risultato di grande significato storico e culturale, permettendo sia alle parti processuali sia al ricercatore una migliore e immediata fruibilità delle carte ed una consultazione estremamente semplificata. Il progetto è consistito nel lavoro di digitalizzazione di tutta la documentazione relativa all’ultimo processo per la strage di Piazza Fontana. La gestione dell’operazione è stata affidata alla Cooperativa Labor di Cremona: sono stati formati e istruiti alcuni detenuti sulle modalità di scannerizzazione e acquisizione di documenti cartacei. Le oltre 70.000 pagine del processo sono state dematerializzate e riversate in file digitali (OCR); gli originali cartacei sono stati posti in buste sottovuoto per una migliore conservazione e versati, insieme ad una copia digitale, presso l’Archivio di Stato di Milano.

L’operazione di digitalizzazione è volta alla creazione di una copia digitale fedele all’originale. I file realizzati sono tutti in formato pdf/A, conforme allo standard ISO 19005 del 2005 previsto per la conservazione della documentazione a lungo termine, in grado di mantenere tutte le informazioni relative alle caratteristiche del documento originale (con la possibilità di inserire anche file multimediali), informazioni che in qualsiasi momento e su qualsiasi supporto sarà possibile recuperare e riprodurre. Questi pdf sono concepiti in modo da poter integrare di volta in volta tutte le nuove versioni del software, così da permettere un’elevata qualità di portabilità e consultazione del materiale. Il processo di Piazza Fontana è composto da circa 77.000 pagine, raccolte in 77 faldoni da mille pagine l’uno: tutto questo materiale è custodito in formato digitale all’interno di un singolo file, organizzato in una serie di sub-faldoni che contengono a loro volta tutta una serie di “bookmark” per la rintracciabilità dei singoli documenti. I tempi di consultazione sono estremamente  rapidi: tramite la ricerca per parole chiave (es. nomi propri di persona) nel giro di pochi decimi di secondo il sistema visualizza l’elenco di tutti i documenti interessati e la loro posizione. Questo comporta anche un incredibile risparmio di tempo e soprattutto di risorse per quanto riguarda la riproducibilità della documentazione: attraverso una semplice chiavetta USB l’utente può avere a sua disposizione una copia delle 77.000 pagine del processo di piazza Fontana in 24 secondi. Le copie sono protette: è possibile inserire speciali filigrane che ne permettano la personalizzazione dell’utente che ne ha fatto richiesta e la tracciabilità in qualsiasi momento, oltre a varie applicazioni che ne possono bloccare la copia o la stampa. I fascicoli dei documenti sono anche liberamente consultabili on-line in accesso remoto: in questo modo la conoscenza di questi atti inizia quindi a circolare ed essere libera a tutti gli effetti. Nel caso di esigenze particolari, attraverso specifiche tecnologie si possono rendere all’occorrenza invisibili e inaccessibili alcune parti del documento (ad es. quelle riservate, coperte da segreto di stato o per decisione della commissione) e lasciare libera consultazione al resto.

Il progetto precursore è stata l’opera di digitalizzazione condotta dalla Casa della Memoria di Brescia delle carte del processo di piazza della Loggia, come spiegato da Filippo Iannaci. In questo caso si è trattato dell’applicazione di tecniche di digitalizzazione a un procedimento in corso che ha permesso di semplificare e agevolare notevolmente il lavoro di tutti i soggetti coinvolti (avvocati, giudici, cancellieri, parti), con un larghissimo risparmio di tempo e costi. Ciò è stato possibile grazie ad un accordo con l’Archivio di Stato di Milano dopo che nel 2006, a seguito di una nuova istruttoria, si è presentato un serio problema di gestione delle 930.000 pagine del fascicolo del processo. È così partito un progetto pilota di digitalizzazione che in pochi mesi ha trasferito interamente gli atti su supporto digitale, secondo la stessa procedura di creazione di file pdf utilizzata successivamente per le carte di piazza Fontana e recentemente adottata anche dal Tribunale di Catanzaro[8]. Questa soluzione ha rappresentato una svolta nella gestione del processo di piazza della Loggia, consentendone una maggiore efficienza nello svolgimento[9].

La stessa procedura è stata applicata anche presso il Tribunale di Milano, sempre a seguito di un accordo con l’Archivio di Stato di Milano: come ha spiegato Giovanni Liva, è tuttora in corso un progetto di scansione della documentazione dei maggiori processi per strage e terrorismo degli anni ’70 e ’80. Il progetto prevede la partecipazione e il contributo del Ministero di Giustizia, della Regione Lombardia e della Direzione Generale per gli Archivi ed è realizzato sempre attraverso la collaborazione della cooperativa Cremona Labor.

Se dunque è da più parti riconosciuto come fondamentale il lavoro di digitalizzazione della documentazione, restano tuttavia alcune problematiche di fondo da affrontare: le modalità di consultazione, l’utilizzo dei documenti e delle fonti consentito dalla legge e la tempistica da rispettare per accedere alle carte dei tribunali imposta dal segreto di Stato. Proprio questo punto è stato ripreso da Benedetta Tobagi nel corso del suo intervento: la necessità di rivedere la durata dei tempi stabilita dalla legge prima di poter accedere alle carte e ridurla dai quaranta anni previsti almeno a trenta o a venti, considerata appunto la velocità dei mezzi con cui oggi si può accedere alla conoscenza del nostro passato.

Il versamento anticipato presso gli Archivi di Stato ha costituito in questo senso un’importante conquista[10]. Prima i fascicoli dei procedimenti conclusi rimanevano negli archivi dei tribunali per 40 anni dopo la chiusura del processo. Un esempio su tutti: il processo di Piazza Fontana (la strage è del 1969) si è chiuso nel 2005. Bisogna forse aspettare il 2045, si chiede la Tobagi, prima che gli atti di Piazza Fontana vadano all’Archivio di Stato e si possano consultare liberamente? È semplicemente assurdo, anche perché sarebbe impossibile riuscire a conservare le carte per tutti questi anni all’interno degli archivi storici dei tribunali per mancanza di fondi, spazi e condizioni adeguate di manutenzione. Per non parlare poi della difficoltà e dei tempi lunghissimi di attesa per riuscire solo ad individuare i fascicoli nei meandri labirintici degli archivi, la mancanza di postazioni per poterli esaminare e studiare o il problema della sicurezza. Nel passaggio dai tribunali agli archivi di stato la situazione migliora notevolmente anche se resta aperta la questione della scarsa fruibilità dei documenti: il passo successivo quindi è proprio quello della digitalizzazione delle carte, un passaggio che diviene pertanto assolutamente necessario.

Ulteriori interessanti spunti di approfondimento sono emersi dalla tavola rotonda che ha concluso il convegno, alla quale hanno partecipato Paolo Biondani, giornalista dell’Espresso, come coordinatore e i relatori Piera Amendola (Archivi Commissioni Parlamentari d’Inchiesta), Emilia Campochiaro (Archivio del Senato), Paola Carucci (Archivio storico della Presidenza della Repubblica), Madel Crasta (Archivi del Novecento), il magistrato Giuliano Turone e Cinzia Venturoli dell’Università degli Studi di Bologna. È stato presentato il quadro dello stato attuale del lavoro di informatizzazione della documentazione conservata presso gli archivi istituzionali e sono state fornite informazioni riguardo modalità, procedure e tempi di accesso alle carte e consultazione del materiale. Il punto centrale, che è stato poi quello su cui si è basato tutto il convegno, è stata la consapevolezza della necessità di implementare le strutture e gli strumenti informatici degli archivi, in questo caso istituzionali, per venire incontro alle esigenze della ricerca storica e al diritto dei cittadini ad essere informati per costruirsi una corretta opinione ed un equilibrato giudizio sul comportamento e l'azione dei poteri pubblici, come in altre sedi sostenuto da Cinzia Venturoli[11].

 

Esce allora rafforzata la necessità di conservare, salvaguardare e divulgare la conoscenza del nostro passato e l’importanza fondamentale di una ricerca storica che abbia a disposizione la più ampia varietà di fonti possibile.  A questo proposito, occorre segnalare che il Tribunale di Cremona, nella persona del dott. Beluzzi, è ben lieto di mettere a disposizione per chiunque fosse interessato (enti, istituti, archivi, pubblici e privati) tutto il know-how in merito alla digitalizzazione e conservazione dei documenti secondo lo standard pdf/A e che l’Archivio del Senato della Repubblica sta ultimando il lavoro di informatizzazione della documentazione relativa ai 27 filoni della Commissione Stragi: entro l’estate, come annunciato dalla dott.ssa Campochiaro, tutto il materiale sarà disponibile alla consultazione sul sito www.senato.it.

 

 

 

Ilenia Imperi (Viterbo, 26.04.1976), è dottoranda presso l’Università degli Studi della Tuscia, corso di Dottorato di Ricerca in “Storia d’Europa: società, politica, istituzioni, XIX-XX secolo”. È autrice del saggio “Tra la pagina e lo schermo. E Unibus Pluram: un saggio di David Foster Wallace”, inserito nel primo numero dei “Quaderni DiSCom – Riflessioni sull’Europa”, rivista annuale del Dipartimento di Studi sulla Comunicazione dell’Università della Tuscia, Viterbo, Ed. Nutrimenti, 1/2009.

 

 

 

 

[1] La Guida alle fonti è una pubblicazione gratuita, non in vendita. Dal mese di settembre 2010 sarà disponibile alla consultazione sul sito del Centro documentazione Archivio Flamigni, www.archivioflamigni.org.

[2] È da osservare comunque che tutti i relatori della giornata hanno posto in primo piano questa necessità: elaborare strumenti operativi comuni al fine di giungere ad una totale condivisione delle strategie e delle tecniche utilizzate che possa favorire un lavoro coordinato ed efficace di salvaguardia della memoria e diffusione delle informazioni.

[3] Nel mese di luglio 2010 la Direzione Generale per gli Archivi ha deciso di dedicare alla Rete degli archivi uno dei cinque portali tematici in programmazione per la fine dell’anno.

[4] Si tratta di materiale analogico e digitale suddiviso in quattro macro aree: l’area del “pubblicato”, che comprende le registrazioni dei programmi radiofonici diffusi dal 1988; l’area della redazione giornalistica con i giornali radio; l’area della redazione programmi; l’area delle registrazioni storiche dei primi anni della radio.

[5] Per quanto riguarda la storia sociale e politica ad esempio, Radio Popolare conserva moltissimo materiale relativo al fenomeno della Lega fin dalle sue origini, quando era ancora totalmente sconosciuto al di fuori dell’ambito locale e nessuno dei giornali nazionali e delle televisioni se ne occupava.

[6] Al termine del suo intervento Cinzia Venturoli si augurava di poter al più presto ripartire con le attività del Centro (sospese nel dicembre 2008), in vista di un suo prossimo “scongelamento”. Purtroppo però le sue speranze sono state disattese e nel mese di giugno 2010 il CEDOST è stato chiuso così come il suo sito web, per il venir meno dei finanziamenti da parte delle istituzioni pubbliche che lo sostenevano (Regione Emilia Romagna e Provincia di Bologna).

[7] Benedetta Tobagi, Le fonti giudiziarie, in Guida alle fonti per una storia ancora da scrivere a cura di Ilaria Moroni.

[8] B. Tobagi, ivi.

[9] Il giudice Beluzzi ha spiegato che sono già state rilasciate alle parti tutte le copie in formato digitale del processo (ricordiamo un fascicolo di 930.000 pagine): si tratta di 26 copie per un totale di circa 25 milioni di pagine in formato digitale. I tempi di rilascio di una copia sono di circa due ore, a costo zero. Se si fosse dovuta realizzare anche solo una copia cartacea del fascicolo sarebbero occorsi 463 giorni lavorativi di una persona e il costo della copia per lo stato sarebbe stato di oltre 42.000 euro. Ciò significa che in questo modo, per le 25 milioni di pagine in copie digitali, lo stato è venuto a risparmiare oltre 1 milione di euro. Senza considerare poi tutto il lavoro di riversamento in digitale del materiale audiovisivo (registrazioni) del processo. Tuttavia, come ha tenuto a precisare il dott. Beluzzi, dal Ministero della Giustizia neanche un grazie…

[10] La possibilità di versare gli atti dei processi a breve termine dalla loro conclusione, ma relativi ad eventi verificatesi alcuni decenni fa, è oggi possibile nel caso di rischio di dispersione o danneggiamento ma anche per accordo tra il direttore dell’Archivio di Stato e l’ente versante, grazie all’emendamento dell’art. 41 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, presentato dalla prof.ssa Paola Carucci, Sovrintendente dell’Archivio storico del Quirinale, e accolto in sede di periodica revisione e aggiornamento del Codice (d.lgs. 26 marzo 2008) . Si veda il saggio di Paola Carucci L’accesso alle fonti, nell’introduzione della Guida alle fonti, cit.

[11] Relazione presentata al convegno tenutosi a Firenze il 22 giugno 2006 “Segreto, privacy e libero accesso ai documenti e agli archivi della contemporaneità”, organizzato da Regione Toscana, Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Archivio di Stato di Firenze.

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Scritto da Ilaria Moroni   
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