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Gianni Berengo Gardin Ottant' anni in bianco e nero
Martedì 05 Ottobre 2010 11:16

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MILANO Dopo un milione e trecentocinquantamila scatti archiviati, Gianni Berengo Gardin, il più grande narratore italiano in bianco e nero, sta per infilare nella sua Leica M6 i rullini del suo imminente compleanno, ottant' anni il prossimo 10 ottobre, festa a Milano allo Spazio Forma, folla di fotografi amici, folla di ricordi. «I compleanni - dice - sono come gli archivi, ti circondano, ti rassicurano, ma a un certo punto sembrano un assedio». Lui sta al centro dell' assedio - occhi azzurri, barba bianca, gilet multi tasca, scarpe da camminatore, Nikon F a portata di mano - in questo lungo sottotetto che è il suo studio, da cui si vedono i cieli d' alta moda milanesi e la navigazione dei tram. Ogni scaffale archivia l' intero mondo. Una inquadratura alla volta. Estratta dai flussi della folla, del tempo e dei viaggi che non ritornano, cominciando dalle primissime sequenze di Venezia quando aveva quindici anni e girava con una Ica a soffietto che gli aveva regalato sua madre e tutto lo emozionava, il grigio della nebbia, i passanti riflessi nel bagliore di una vetrina, la luce di laguna. Racconta: «Cominciai sentendomi artista, cercando l' inquadratura poetica, il bel tramonto, il volo dei gabbiani. Ma erano superfici sciocche, inanimate, che morivano sulla carta. Scoprii che la vita stava altrove. Più o meno dove i fotografi di allora non guardavano mai, nei luoghi ordinari, nei gesti più semplici, in un pescatore che fuma, in una ragazza che saluta». Fu quella rivelazione a aprirgli gli occhi e il grandangolo. A generare quell' incanto «per la vita che ti corre intorno», e che dura ancora adesso, voltato il secolo, dopo aver girato per cinque volte il mondo, mille l' Italia, passando per i latifondi del Sud, le fabbriche del Nord, i manicomi smantellati da Franco Basaglia, le geografie di Italo Calvino, le periferie degli immigrati, gli accampamenti degli zingari, le università in rivolta, i racconti di Cesare Zavattini, gli interni delle case italiane e i villaggi del Madhya Pradesh, India, le architetture di Renzo Piano, il silenzio ventoso della Sardegna. Ogni mondo un viaggio. Ogni viaggio un libro: «Dopo i primi duecento pubblicati ho smesso di contarli».E ora sonoi libri che contano la lunghezza della sua storia. Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Famiglia borghese. Padre veneziano, funzionario della Camera di commercio. Madre svizzera, direttore de L' Imperiale, il solo albergo, nell' Italia degli anni Trenta, ad avere tutte le camere con bagno. «Aveva un parco magnifico, le palme, la spiaggia. Ci venivano contesse inglesi e principi russi. Mia madre mi ha raccontato che uno dei Savoia fu padrino al mio battesimo, ma spero che non sia vero, me ne vergognerei troppo». L' Imperiale diventa la sede del comando tedesco, poi un mucchio di macerie. Il padre finisce prigioniero in India. Loro scappano a Roma, la guerra passa, riemergono a Venezia, titolari di un negozio di vetri. Ma il solo vetro che lo interessa è quello degli obiettivi. Le riviste pubblicano "vedute", lui cerca segni e traiettorie. Ha uno zio in America, gli chiede libri, riviste, qualunque cosa apra lo sguardo. Lo sguardo arriva: «Le prime volte che sfogliavo Life, mi batteva il cuore. Eugene Smith raccontava in dieci pagine di foto la vita di un medico di campagna. Jacob Riis fotografava gli operai del Lower East Side, Dorothea Lange viaggiava tra i disperati della Grande Depressione. Scoprii che la fotografia era il racconto del mondo». Parte per Parigi. Cameriere di giorno all' Hotel de Paris, di notte fotografo. «Mi comprai la mappa dei quartieri e cominciai a fotografarli uno alla volta, da cima a fondo, in una specie di euforia che non mi è più passata». Diventa amico di Henri Cartier-Bresson, ammira i suoi lampi di vita che cattura «mettendo nella stessa linea di mira la mente, l' occhio e il cuore». Così per due anni. Poi Lugano, bagnino part time («anche se non sapevo nuotare»), viaggiatore tra i paesaggi che poi sarebbero diventati il suo pane nei vent' anni di lavori per il Touring Club e per l' Istituto Geografico De Agostini in compagnia delle sue Hasselblad. Infine (e per sempre) Milano, primi anni Sessanta, Miracolo economico, giornali che aprono invece di chiudere, boom dei rotocalchi, della pubblicità, dell' editoria. Passa anche lui per il Bar Giamaica, conosce i pittori seduti al sole, incontra i giovani fotografi approdati da altre provincie, altri viaggi, Mario Dondero, Fulvio Roiter, Uliano Lucas, Gabriele Basilico. «A Milano scoprii che non c' erano solo i grigi nella fotografia, ma anche i neri di Ugo Mulas, le immagini incise dentro la luce vera». Per vivere fotografa di tutto, un po' di moda, un po' di pubblicità, anche i matrimoni. Poi incontra Mario Pannunzio e il suo settimanale Il Mondo. «Sono partito una notte per Roma, vagone di terza classe con le panche di legno. Arrivo da lui alla mattina, gli porto una decina di fotografie di quel F le che vivono di una sola immagine, un uomo e un cane, una ragazza sotto la pioggia. Pannunzio le compra tutte, mi dice "È quello che cercavo, mandamene altre ogni settimana". Esco da lì e sono felice, ho il mio primo contratto da vero fotografo». Per Berengo Gardin il «vero fotografo» è un testimone. Non ruba immagini. Registra, esplora, racconta: «Ho avuto la fortuna di lavorare sul tempo lungo dei libri e non sulla fretta del reportage». È un viaggiatore solitario: «Facevo fino a cinquantamila chilometri in automobile ogni anno». È un artigiano, non un artista: «Ho sempre stampato da solo, senza forzare mai né i contrasti, né il racconto». Berengo ha quasi sempre lavorato in bianco e nero perché quella è la sua memoria. Non ha mai usato il flash «dove vede l' occhio umano, vede la Leica». Non ha mai abbandonato la pellicola, perché il digitale è contro la sua etica: «La foto non va ritoccata, altrimenti diventa un inganno. La foto devi riconoscerla all' istante, mentre inquadri, non dopo, quando hai fatto un milione di scarti». Gli interessa poco la cronaca. E pochissimo i personaggi: «Mai fatto vip, mai fatto star. Hanno addosso una specie di febbre che li rende finti. Ti concedono dieci minuti e in quei dieci minuti ti nascondono l' essenziale». Ha fatto qualche eccezione per Jean-Paul Sartre, Edith Piaf, Juliette Greco. «Una volta andai a fotografare Anna Magnani, c' era una luce molto violenta che le segnava il volto. Le chiesi se voleva spostarsi verso la penombra. Mi disse: queste rughe me le sono conquistate una alla volta, voglio che si vedano». Anche le sue rughe non sono rimpianti. «Nella vita ho fatto quello che volevo. E a dirla tutta non ho mai lavorato un giorno, sono stato un flaneur salarié, un viaggiatore incantato». Ha avuto un sacco di maestri, cominciando da Willy Ronis e il suo «realismo poetico». Ha imparato dai quadri di Giorgio Morandi, dalle velocità di Hemingway, dal ritmo del jazz. Ha ammirato Berlinguer e ha votato Pci «fino all' ultimo giorno». Ha visto quel sogno dissolversi, come ha fatto il paesaggio italiano. Si è innamorato di molte donne. Si è sposato, ha avuto due figli, si è separato, ma in realtà condivide con la moglie la terrazza sui tetti, gli alberi di limone e il tempo. Nella sua camera da letto, dentro a una grande scatola di vetro, ci sono tutte le sue macchine fotografiche, a parte due Nikon e due Contax che gli hanno rapinato un giorno su un marciapiede di Trastevere. Dice: «Me le guardo ogni sera prima di addormentarmi, devo a loro tutto quello che ho fatto e che sono». Gli archivi che lo circondano sono il suo bilancio: «Tra cento anni racconteranno com' era la vita da queste parti». Non crede in Dio, ma gli è sempre piaciuto fotografare le processioni, «quelle facce trasfigurate dalla luce delle candele». Dice di essere «terrorizzato dalla morte». Ma poi sorride: «Non so neanche immaginarmela. Come un nero assoluto, forse. Un buio che neanche una Leica saprebbe fotografare». - PINO CORRIAS

Scritto da Quotidiano La Repubblica   
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