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Coop padane, il buco reggiano della Lega Nord
Venerdì 17 Dicembre 2010 07:30

Bossi_e_Zaia

Lo scandalo delle cooperative padane, il tentativo leghista della fine degli anni '90 di convertire il sistema delle coop "di sinistra" a favore dell'ideale padano, ha prodotto alla fine dei conti solo un buco da diverse centinaia di milioni di lire e una serie di fallimenti a catena, oltre alla scia di delusioni e debiti lasciati in giro che ha lambito anche l'Emilia, e nemmeno troppo marginalmente, avendo toccato in prima persona la stessa militanza reggiana del partito del Nord. La vicenda, raccontata ora dal giornalista Leonardo Facco - ex redattore del quotidiano verde "La Padania" - nel suo ultimo libro "Umberto Magno, la vera storia dell'imperatore della Padania" (edizioni Aliberti) risale all'ultimo scorcio del secolo scorso e coinvolge direttamente i big del Carroccio, a partire dal senatùr e gran capo della Lega Nord, Umberto Bossi, fino all'attuale ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli.

La strategia delle cooperative leghiste, tra le tante iniziative promosse dal partito con l'obiettivo di finanziarsi, pubblicizzare e dare concretezza al progetto indipendentista padano, ha visto fin da subito nomi illustri: se

l'idea viene dallo stesso vertice del movimento politico, infatti, all'atto costitutivo - sottoscrittori di quote per centomila lire - figurano anche i nomi dei parlamentari Davide Caparini e Paolo Grimoldi e di Ludovico Maria Gilberti (amministratore del quotidiano "La Padania" e vicepresidente della prima coop di Paderno Dugnano), Piergiorgio Martinelli (già sindaco di Chiuduno e amministratore della Lega lombarda), Davide Boni (oggi presidente del Consiglio regionale lombardo ed ex presidente della Provincia di Mantova), Andrea Angelo Gibelli (parlamentare e vicegovernatore della Regione Lombardia). Non manca naturalmente Roberto Calderoli, a quel tempo segretario della Lega lombarda, in veste di legale rappresentante e presidente della neonata società cooperativa a responsabilità limitata.

Nell'atto costitutivo, registrato il 27 maggio 1998 presso lo studio di Guido Malusa, notaio di Carate Brianza, repertorio n. 2805I, si legge: "È costituita con sede in Milano in Corso Italia n. 16 una società cooperativa a responsabilità limitata denominata in breve Made in Padania Coop Scrl". Il patrimonio sociale della società è costituito da un capitale sociale variabile formato da un

numero illimitato di quote, ciascuna delle quali di valore nominale non inferiore a 50mila lire, e da un numero illimitato di azioni nominative trasferibili di valore nominale pari a 500mila lire.

Tra gli azionisti anche numerosi militanti reggiani, organizzatisi sul territorio locale per dare manforte al progetto di Bossi e Calderoli. Il documento che attesta uno dei numerosi versamenti in favore della neonata società è infatti, tra i tanti, proprio quello relativo a un bonifico autorizzato l'8 aprile del 1999 da una filiale modenese della Cassa di Risparmio di Carpi e indirizzato, per l'importo di un milione di lire, da Fabio Ferrari (attuale consigliere comunale del Carroccio a Scandiano e capogruppo della Lega Nord nell'unione dei comuni Tresinaro-Secchia) alla "Made in Padania Coop Scrl" con la causale "quota di adesione a socio coop".

Una società da subito apparsa mal gestita e disorganizzata, finanziariamente destinata al fallimento per la sua conduzione dilettantistica, con una facciata dallo spirito puramente padani ma con un 'dietro le quinte' paradossale, fatto di magazzini in costante esubero di merce, scaffali con prodotti griffati col Sole delle Alpi, debiti

nascosti, controlli inesistenti, volontari che lavoravano pagati in nero, favori e assunzioni per le persone vicine ai leader del Carroccio e ai suoi fedelissimi.

Lo sa bene Mario Morelli, ex dirigente del Carroccio nel ruolo di segretario provinciale della Brianza e quindi membro del consiglio di amministrazione della "Made in Padania Coop" dalla sua costituzione, in seguito presidente della stessa società al posto dell'uscente Calderoli e infine commissario ad hoc e curatore fallimentare delle stesse cooperative del nordest, tra i primi ad essere coinvolto nello "scandalo" di Reggio Emilia. Coinvolto, ma non certo al corrente.

"La vicenda - ricorda Morelli - ebbe inizio con una raccomandata intestata a me. Fu così che un giorno venni a sapere che esistevano degli azionisti emiliani della cooperativa. Essi, per diventare soci, avevano versato diversi milioni all'ex presidente Calderoli. Nei loro programmi c'era l'intenzione di aprire un punto vendita in una città della loro regione. Il made in Padania non andava bene e loro, per mezzo di un responsabile, mi chiedevano indietro i quattrini che avevano investito. Io, che sino ad allora non sapevo nulla della questione,

m'incazzai ancora una volta. Ero ormai abituato a caricarmi sulle spalle le magagne della vecchia gestione, che ogni tanto venivano a galla. Io sapevo solo che i soldi reclamati (giustamente) da loro io non li avevo".

Le lamentele provenivano direttamente da Genesio Ferrari, a quei tempi presidente nazionale della Lega Nord Emilia (una sorta di segretario sovraprovinciale del partito per i territori da Bologna a Piacenza) e fortemente intenzionato a realizzare un punto vendita della catena "Made in Padania Coop" nella città di Reggio: Ferrari si era dunque adoperato sia per trovare i locali necessari all'apertura sia per mettere in piedi l'organizzazione necessaria alla sua gestione, compreso l'arruolamento dei soci necessari ad avviare le attività. Dopo aver ottenuto l'ok all'operazione direttamente dai vertici della Lega, lo stesso Ferrari aveva anche versato una parte dei soldi necessari, raccolti grazie all'impegno e alla generosità dei militanti locali.

Tuttavia, a dicembre del 2000, l'assenza di risposte dai vertici del partito aveva spazientito Genesio Ferrari e la Lega reggiana tutta, non più disposta - dopo tanti sforzi - ad accettare di subire in silenzio questasituazione di stand-by. Da qui la raccomandata al presidente della "Made in Padania Coop Scrl" e per conoscenza allo stesso segretario federale Umberto Bossi, con la richiesta di poter avere indietro quanto versato a suo tempo nelle casse della società cooperativa, una somma pari in tutto a 8 milioni e 150mila euro.

Tuttavia il tempo passava senza riscontro alcuno. Anzi da via Bellerio (sede federale del Carroccio) cominciarono a negarsi. La verità è che il sogno delle cooperative padane, che già allora accusavano un'emorragia di soldi per la costante escalation di sprechi e negligenze, era destinato al capolinea: di lì a poco, infatti, la società iniziò il lento declino verso la definitiva liquidazione, e con esso la speranza dei leghisti reggiani di rivedere il denaro così fiduciariamente accordato alla causa.Flavio Maioccode - Reggio24ore

Scritto da 24 ORE   
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