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INTERVISTA AD ANTONIO IOSA SU “IL LIBRO DELL’INCONTRO
Martedì 31 Ottobre 2017 14:51

INTERVISTA AD ANTONIO IOSA SU “IL LIBRO DELL’INCONTRO.

A cura di Luca Guglielminetti

  • Prima di parlare de “Il libro dell’incontro”, quando hai incontrato il terrorismo?

Negli anni Settanta molti giovani dei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare, che fecero allora la scelta di lotta armata erano frequentatori del Circolo culturale Carlo Perini, da me fondadato nel lontanissimo ottobre del 1962 ai tempi della “Nuova Frontiera Kennediana, dell’Apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II ad opera di Papa Giovanni XXIII e alla realizzazione del Primo Governo di Centro-sinistra teorizzato da Aldo Moro nel Congresso nazionale della DC a Napoli e realizzato nella primavera del 1963 con l’inserimento del Partito Socialist dell’on. Pietro Nenni nella conduzione del governo del Paese.

Dall’Ossevatorio del Circolo culturale Perini a Quarto Oggiaro, in via Val Trompia 45/A fino al 2004 e in via Aldini, 72 dal 2004 in poi, ossia da oltre 55 anni, continua ad essere un luogo e uno spazio sociale del dialogo interculturale e del confronto civile e democratico.

Il clima del quindicennio 1968-1983 era incandescente di scontri politici e ideologici; io ero un cattolico democratico aderente alla sinistra di Base della DC mianese e in quanto tale eri un simbolo, un “nemico di classe” da abbattere.

Un primo atto terroristico lo subimmo il 21 giugno 1971 da parte di 80 picchiatori neofascisti che assalirono la sede del nostro circolo, con relativa devastazione dei locali del Centro Sociale e due feriti lievi. Il processo, per la presenza di un magistrato al nostro dibattito, fu spostato aò Tribunale di Venezia e solo cinque anni dopo si potè celebrare con la condanna di 15 neofascisti molti dei quali indagati per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Non furono sufficienti i fascisti del gruppo “la fenice”, fondato da Giancarlo Rognoni di Pavia e collegato a Ordine Nuovo dei padovani Freda e Ventura. Per mettere il bavaglio al Circolo culturale C. Perini.

Dieci anni dopo, il 1° Aprile 1980, sono stato oggetto personalmente di un secondo attentato terroristico da parte delle brigate rosse della colonna Walter Alasia e fui gambizzato nella sezione della DC di via Mottarone 5, in un quartiere popolare della periferia di Milano, assieme ai tre amici di partito (Emilio De Buono, Eros Robbiani e l’on. Nadir Tedeschi), in un’azione di rappresaglia terroristica da parte dei brigatisti alla sezione della DC di via Mottarone 5 a Milano, per vendicare i quatro terroristi uccisi dai Carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Fracchia a Genova.

Fui processato, derubato, insultato e sparato alle gambe al grido “Ecco quello che merita il servo di Kossiga”! Fui accusato di essere colpevole di fare cultura, col Circolo Perini, per il sistema politico dominante, ingannando gli abitanti del proletariato e sottoproletariato urbano della periferia milanese.

  • Dal saggio di Franco Bonisoli e Agnese Moro (da pag. 351 a pag. 371) si apprende che avevi già incontrato gli ex terroristi ben prima dell’esperienza nel Gruppo descritta nel libro …

Dal momento del mio ferimento, che ha traumatizzato per sempre la mia vita, ho sperimentato per cinque anni un percorso di straordinaria umanità fatta di conoscenza, vicinanza e comprensione con gli ex terroristi, con incontri, testimonianze, confronti e scontri. Volevo lasciarmi alle spalle la mia vicenda dolorosa degli “Anni di piombo” e cercare di capire una tragedia nazionale, per verificare sia se si potesse raggiungere una “verità riconciliata”, sia se si potesse dare voce anche alle vittime, allora silenti (e che avrebbero poi vissuto per 30 anni nella solitudine e nell’emarginazione.

I primi tentativi di dialogo iniziarono a partire dal 1981 in poi, ma già nel 1971 avevo ospitato, in una giornata di Domenica, Renato Curcio col suo collettivo metropolitano nella sede del Perini, pensando ingenuamente, che si trattasse di giovani bisognosi di uno spazio per incontrarsi e discutere senza violenza,

Nel lontano 1988 fui fautore della nascita di un’esperienza di Circolo culturale, fondato da Franco Bonisoli, nel carcere di San Vittore con il sostegno della “ Nuova Corsia dei Servi” di Padre David Maria Turoldo. Ricordo di avere sottoscritto lo Statuto del Circolo versando una quota sociale d’iscrizione e di essere e andato, l’anno dopo, a trovare l’animatore del centro culturale, Franco Bonisoli e gli altri detenuti terroristi, a S. Vittore che avevano allestito una mostra dei loro lavori artistici e ritrovai molti carcerati conoscenti che frequentavano il mio Circolo culturale Carlo Perini

Nel frattempo, tra il 1984 e il 1987, avevo iniziato un epistolario con altri “terroristi carcerati dell’area omogenea di Bergamo” e fra gli altri Bruno Laronga militante di Prima Linea. Avevo incontrato anche Marco Donat Cattin e Mario Ferrandi   all’interno della Comunità Exodus di don Antonio Mazzi; mentre incontrai Silveria Russa puerpera, moglie del Laronga e implicata nell’uccisione del magistrato Guido Galli, nella sua casa a Bresso ed altri terroristi in permesso o in libertà.

Ho incontrato nel corso degli anni molti altri terroristi che si erano avvicinati all’associazionismo del mondo cattolico e alle cooperative sociali della sinistra del vecchio Partito comunista e del Partito Radicale di Marco Pannella,

  • Che impressione ricavasti dai quei primi incontri?

Alcuni rivendicavano il diritto all’oblio, ma la maggioranza si giustificava e rivendicava un’onorevole militanza nel volere costruire una Italia migliore e comunista. Faticavano e faticano, ad ammettere di essere stati assassini in un conteso storico incandescente, che rese possibile la loro scelta disumana e mortifera.

Mi sono quindi trovato di fronte ad ex terroristi pentiti che erano uomini completamente diversi, che rinnegavano certamente il loro passato. Spesso, però, giustificavano l’assassinio politico per dare un senso aòla loro militanza rivoluzionaria, anche se oggi sono persone che predicano contro la violenza.

  • Com’è nato il Gruppo, che fa riferimento il Libro dell’incontro?

Con tale pregressa esperienza di incontri e colloqui privati con gli ex terroristi, fu per me naturale aderire nel 2006 alla nascita del gruppo, convinto che solo un percorso umanitario e religioso riabiliti le persone con l’insriemtno nella società e la sistemazione di lavoro.

C’era poi un motivo ulteriore: sia uno dei mie figli, sia quello di Marco Ferrandi (ex terrorista), davano segno di quella che oggi si chiama radicalizzazione; volevano vendicare, in qualsiasi modo, la violenza subita dai loro padri. Ci siamo preoccupati e abbiamo pensato si dovesse fare qualcosa per evitare il peggio.

Ero poi convinto con il Gruppo mi avrebbe aiutato a svolgere meglio l’attività pedagogica che ho sempre fatto nelle scuole. Quella di testimoniare contro la violenza di ieri e di educare i giovani alla legalità, alla non violenza, al rispetto della vita umana, contro i pericoli della radicalizzazione violenta di oggi.

  • Cosa doveva essere per te il Gruppo?

Un aiuta a crescere e a superare la quotidiana sofferenza; una sorta di seconda famiglia allargata con il reciproco sostegno al grave disagio psicologico e nel mio caso anche di dolore fisico quotidiano.

La venuta dei mediatori fu salutata, inizialmente, con entusiasmo dai quattro fondatori del gruppo: Bonisoli, Ferrandi, Marano, Semeria e il sottoscritto. Tutti eravamo convinti che i mediatori dovessero fare da guide al nostro percorso, riconoscendo le loro capacità professionali di organizzare e disciplinare gli incontri, invece ne sono diventati i padroni imponendo la loro visione progettuale, secondo obiettivi di percorso da loro indicato e che nel tempo ha assunto connotazioni politiche con posizioni vetero-catto - comunista, radicaleggiante e di perdonismo falsamente religioso. E intriso di sano egoismo per liberarsi dai mostri che affligevano le vittime.

Le riunioni del gruppo si svolgevano con la massima riservatezza sotto la benevole protezione del gesuita del Centro San Fedele, P. Guido Bertagna, amico del Cardinale Carlo Maria Martini, che era informato della nostra iniziativa ci accoglieva, ci ascoltava ma non dava mai direttive lasciandoci liberi di crescere umanamente e spiritualmente secondo le nostre convinzioni di vittime e carnefici.

  • Cos’è stato invece?

Il gruppo originario fu praticamente esautorato diventando sempre più ininfluente, quando i tre mediatori loallargarono alla partecipazione di altri: Agnese Moro, Luca Tarantelli, Adriana Faranda, Valerio Morucci e Alberto Franceschini, Manlio Milani della Casa della Memoria di Brescia e poi Alessandro Santoro di Udine.

L’apertura alla società civile significò accogliere la partecipazione di studenti del corso dei due docenti universitari e di qualche rappresentante di associazione del volontario legati al Centro gesuitico di San Fedele. I “Garanti del Gruppo”, da altri chiamati “Primi Terzi”, furono accuratamente selezionati dai tre mediatori con un carattere preordinato e a senso unico nell’area ideologica affine alle ideologie dei mediatori stessi che cerarono di garantirsi consensi esterni di sostegno al loro operato.,

Un percorso quindi chiuso al dissenso e precluso agli eversori di destra.

Ho cercato personalmente di convincere Valerio Fioravanti ad entrare nel gruppo, ma ebbi un netto rifiuto. Non trovò utile entrare in un gruppo composto escclusivamente di eversori di sinistra, anche se lui lavora tuttora, on la moglie Francesca, all’Associazione “Nessuno Tocchi Caino” del Partito Radicale che fu di Marco Pannella.

Sono state poi bocciate le mie proposte integrative di allargare i Garanti ad altri goornalisti, studiosi e varie personalita comeLuca Telese, Giovanni Fasanella, il Generale Mori, il professor Franzinelli ed altri, che potevano configurarsi come voci fuori dal coro a senso unico e sinistrorso e ne potessero minare la compattezza che non ammette dissenso.

Si è così sviluppato un dialogo sostanzialmente monocorde, riservato solo ai “compagni di sinistra” che hanno sbagliato ad uccidere, ma che lo hanno fatto in buona fede, combattendo per nobili ideali che non avevano nulla a che fare con le formazione neofasciste. Il Gruppo ha cioè rinunciato ad ascoltare le ragioni della destra eversiva (alla quel sono state poi dedicate in modo posticcio poche pagine de “Il libro dell’incontro” dedicate agli ex terroristi neri, Mambro e Fioravanti). Tanto meno è stato capace di fare, anche solo per un minuto, una riflessione sulla radicalizzazione violenta di migliaia di giovani oggi fanatizzati dal terrorismo ideologico, politico e religioso di matrice islamica nelle società occidentali e segnatamente in Italia.

  • Quando sei uscito scontento dal Gruppo?

Sì, la prima intenzione di uscire fu il 17 giugno 2012 quando, nel corso di un seminario del gruppo, andai con gli amici a Tiburna Tiberini sulla tomba dell’on. Moro assieme agli ex terroristi. Fu in questo luogo ove maturò la decisione di ritirarmi dal Gruppo, dopo quattro anni. Non ebbi il coraggio di comunicarlo subito ai mediatori e partecipai, poi, all’ultimo seminario di una settimana, a fine Luglio 2012, nel ritiro di un ex eremo di caccia reale dei Savoia, a San Giacomo d’Entracque, di proprietà dei Padri Gesuiti torinesi, dove organizzano le loro settimane bibliche durante l’estate assieme ai gesuiti milanesi.

Qui, dopo un vivace scontro con gli stessi altri familiari di vittime, fui processata dalla Pasionaria del Gruppo perché criticavo i mediatori e mi rifiutavo di sottoscrivere una lettera di risposta agli ex terroristi che ci avevano scritto una loro lettera.

Nel settembre del 2012 mi congedai dal Gruppo. Ebbi la forza di abbandonarlo ufficializzando la mia uscita, con una semplice mail in cui mi prendevo una pausa di riflessione, perché non condividevo un ulteriore percorso che si presentava come una forma anomala di giustizia riparativa con annesso un revisionismo storico degli “Anni di piombo” che sosanzialmente legittimava la lotta armata, col riconoscimento di vittime anche aglii ex terroristi a causa della carcerazione patita, considerata repressiva e causa di sofferenze per i cosiddetti militanti della lotta armata, che non avrebbero dovuto avere un trattamento da assassini, ma dacombattent sconfittii”.

Per circa quattro anni, ci eravamo parlati e scambiati opinioni con franchezza, imparando ad ascoltare con umiltà le esperienze individuali; a comprendere le sensibilità, le sofferenze e le paure, sia pure ben distinte e da angolazioni diverse; con la capacità di ascolto avevamo imparato anche ad avere un dialogo – scontro su posizioni diverse. Tale percorso però non poteva assumere un valore paradigmatico: eravamo comunque una sparuta rappresentanza di famigliari di vittime ed ex militanti della lotta armata di un solo orientamento plasmato dai mediatori, ma non avevamo il diritto di parlare a nome di migliaia di familiari di vittime e di feriti e tanto meno di migliaia di giovani della galassia rivoluzionaria marxista –leninista.

Ho scelto quindi un ritiro dignitoso e silenzioso come, oltre a me, ha fatto l’amico Alessandro Santoro di Udine figlio della guardia penitenziaria uccisa da quel famigerato mandante Cesare Battisti, sempre fuggitivo da oltre 35 anni. Ho interrotto il mio percorso, senza rinnegare la mia posizione originaria, che intendeva gli incontro scevri da ogni considerazione politica e velleità di riscrivere la Storia degli anni di piomnbo.

  • Che idea ti sei fatto, in generale, della giustizia ripartiva?

La civiltà del diritto consente misure alternative alla detenzione che possano agevolare il percorso di ravvedimento, di ripensamento e di ricostruzione dell’autore del reato.

Le tragiche condizioni di vita in cui versano i detenuti in carceri sovraffollati, ove scontano le pene loro comminate dal nostro sistema giudiziario, trovano una giusta e genuina soluzione nei percorsi di “giustizia riparativa”, come alternativa alle pene detentive.

Nel percorso del “Gruppo” si è sperimentata, al contrario, una mediazione penale che trovo politicizzata quando gli autori del libro dichiarano in modo sbalorditivo la “equiprossimità”, definendo gli ex terroristi appartenenti alla “lotta armata” equiparandoli, quaranta anni dopo, alle vittime come se queste fossero state una controparte belligerante.

Il discrimine è tutto qui: noi non scegliemmo di essere colpiti, di diventare vittime. Per questo non possiamo essere posti sullo stesso piano, e non è ammissibile la “equiprossimità” di chicchessia, a cominciare dai curatori del volume che predicano la neutralità pelosa, i arrogano anche la titolarità del perdono per conto terzi.

  • Una revisione della storia quindi?

Come scrive a pagina 233 il criminologo Ceretti: “Le persone con le quali siamo entrati in stretto contatto dopo la metà degli anni duemila erano, di fatto, alcuni reduci di quella guerra civile a bassa intensità, finita quasi trent’anni prima, la maggior parte dei quali aveva lasciato il carcere già negli anni ottanta, proprio in ragione delle legislazioni premiali”.

Questa concezione degli “Anni di piombo” come “guerra civile a bassa intensità” e il ruolo politico della lotta armata come antifascismo militante, sono per me spia di come i mediatori abbiano trasceso i confini, diciamo disciplinari della materia. Un conto è sviluppare la capacità di ascolto, uno straordinario percorso di umanità. Un altro conto è la pretesa di cambiare la Storia.

Penso fermamente che debbano essere gli storici a occuparsi di chiudere definitivamente il periodo della strategia della tensione e degli opposti estremismi.

  • Nel libro si parla a lungo della cosiddetta legislazione premiale. Cosa ne pens?

Sì, c’è un capitolo che spiega come lo Stato abbia sconfitto il terrorismo dapprima con la legislazione emergenziale d’aggravamento delle pene .. e poi con il contributo di leggi speciali…E’ vero! Soprattutto la legge Gozzini sulla dissociazione, entrata in vigore verso la fine del 1986, che ha consentito il riconoscimento verbale ella sconfitta militare e il recupero dei “ militanti rivoluzionari” al tessuto democratico del Paese. Migliaia di ex terroristi trovarono lavori fuori dal carcere grazie ad una gara di solidarietà fra associazioni del mondo cattolico e del mondo marxista e radicale, per recuperarli a lavori socialmente utili. Pur tuttavia, per tutti gli anni ’80, mentre s’infittirono i miei colloqui privati con molti ex terroristi pentiti o dissociati, protestai vivacemente per la priorità data dallo Stato e dalle forze politiche per concedere leggi premiali ai terroristi, dimenticando i famigliari delle vittime e i feriti privi di diritti e di assistenza.

  • Nel libro viene dato molto spazio al concetto di riconciliazione e al modello dell’esperienza Sud Africana…. Cosa ne pensi?

Trovo sorprendente che ben 51 pagine del libro siano dedicate alla descrizione sulla drammaticità della violenza dell’apartheid, nei saggi di Guido Bertagna e Adolfo Ceretti e nella postfazione di Luigi Manconi. Trovo una distanza siderale tra i casi di Sud Africa e Italia.

Da noi non ci fu tecnicamente nessuna guerra civile, perché il Paese era ed è rimasto democratico con un Parlamento liberamente eletto dal popolo. Le garanzie istituzionali e lo stato di diritto non ono mai venuti meno, per fortuna. Le vittime sono state cittadini inermi a fronte di attentati unilaterali e mirati, atti non certo da guerra civile, bensì banalmente eversivi col fine di destabilizzare e rovesciare l’ordinamento costituzionale dello Stato.

Da vittima mi chiedo, allora, riconciliazione con chi e per che cosa?

Le vittime hanno sempre chiesto verità sia allo Stato che agli ex terroristi, ma purtroppo è stato mancato – nel corso negli ultimi decenni e da parte di tutta le parti politiche - l’obiettivo di costituire, a livello parlamentare, una “Commissione di Riconciliazione Nazionale”.

Va detto che questo obiettivo è stato mancato nel corso degli ultimi decenni da parte di tutte le parti politiche,

Da ciò nasce la fatica di una riconciliazione politica tra vittime ed ex terroristi: è mancata la volontà politica da parte dello Stato. E questa mancanza non poteva essere sostituita dai parziali percorsi compiuti da una sparuta pattuglia gruppettaria di familiari di vittime ed ex terroristi.

  • Le vittime però hanno avuto una rivincita sul piano della memoria negli ultimi dieci anni….

La “Giornata della Memoria del 9 maggio”, istituita nel 2007, e quindi assai tardivamente, ha dato effettivamente visibilità, rispetto e centralità alle vittime, valorizzando anche il punto di vista storico dei familiari e dei feriti superstiti.

La memoria è fatta di parole, di un linguaggio che porta con sé, attraverso il tempo, il peso e la forza di un evento e ne conserva i contorni, pur nella selezione che la mente opera nella sedimentazione dei ricordi. Il “dovere della memoria”, ci impone di non dimenticare i 489 caduti e migliaia di feriti durante gli anni spietati di paura e di terrore; di odio e di violenza; di fanatismo politico e di follia rivoluzionaria, cause di atti delittuosi che hanno portato al sacrificio di centinaia di vite umane e di migliaia di feriti dimenticati. Di quel periodo, uno dei più sanguinosi della storia italiana, le nostre testimonianze - scritte e orali - sedimentate in molti libri e documentari sono diventati un campo d’indagine estremamente fecondo e di insospettato interesse per molto studiosi, dentro e fuori il nostro Paese.

Occorre ricordare che prima di allora le vittime sono state considerate dallo Stato come un ingombro e un fastidioso fardello; e la storia degli “Anni di piombo” era stata narrata dagli accademici, dai politici, dagli ex terroristi e dai mass media con il proliferare di studi, ricerche, interviste giornalistiche e radiotelevisive spesso dirette a giustificare e a comprendere le motivazioni politiche di quanti avevano scelto la sovversione sanguinaria, praticando odio e violenza e seminando distruzione e morte.

Penso che chi ha vissuto il dramma della violenza, sia come vittima sia come autore del male, è chiamato, a distanza di oltre 40 anni dall’antagonismo armato, a superare il mito disumanizzante del nemico storico da abbattere e cancellare. Questa lezione dovrebbe trasformarsi in narrazioni e percorsi pedagogici da contrapporre alle propagande dei nuovi terrorismi, che nella disumanizzazione del nemico hanno sempre il loro irrinunciabile fulcro.

Poiché nessun crimine cancella la dignità umana di chi l’ha commesso, chi ha compiuto un vero percorso di cambiamento è un “uomo nuovo” che merita attenzione e rispetto. Anche se mantengono quello che per me è un fastidioso residuo di mentalità vetero-rivoluzionaria, con tutta la narrazione autoreferenziale, nostalgica e , magari, eroica della loro militanza, credo pur tuttavia che anche loro possano svolgere un ruolo utile di fronte alle forma di radicalizzazione violenta presenti nella realtà politica contemporanea.

 

  • Per finire, quel’è la tua idea di perdono?

“Il libro dell’incontro” suscita polemiche perché ha riaperto ferite e ha spaccato le coscienze delle vittime tra chi accetta e chi non accetta l’abbraccio tra vittime e carnefici. Soprattutto quando si palesa e si ostenta come perdono, come percorso liberatorio dai propri traumi psichici.

Il rischio al quale mi riferisco è quello che si crei discriminazione tra i famigliari delle vittime, tra quelle “buone” se perdonano e “carogne” se non perdonano, il cui esito è un penoso spettacolo di reciproco ostracismo e protagonismo tra chi si pone come esempio di misericordia e di chi si considera guerrigliero della memoria.

La cosa più assurda è che un’espereienza fatta da quattro gatti si sia posto come modello di riconciliazione nazionale, come se una rondine facesse primavera.

A parte questa considerazione, ho interrogativi che mi assillano in merito. Per quanto riguarda i familiari delle vittime mi chiedo: è proprio vero che solo il perdono cristiano o laico porta a superare la fragilità psicologica di una tragedia? Occorre perdonare per stare bene in salute o anche se non ci si libera dalle proprie sofferenze psicologiche o fisiche? Che senso ha il perdono che ottiene il proprio tornaconto egoistico e liberatorio dai mostri che ci affliggono?

Personalmente sono del parere che si deve perdonare indipendentemente dalle angosce nelle quali si vive e si debba farlo nel silenzio della propria coscienza. Il perdono si oppone alla complicità col male, che va sempre denunciato, cosi come il risentimento, la vendetta, il giustizialismo (che è altro dalla certezza della pena).

Il perdono può essere garanzia di una gestione umanitaria delle diverse situazioni, anche delle più gravi, per favorire la riabilitazione e il reinserimento del reo nella società. Insieme alla misericordia ci induce ad un radicale cambiamento della mentalità, una vera “metanoia”, costruendo una cultura dell’accoglienza che ha nella prossimità il suo fondamento.

Quest’ultima riflessione la rivolgo indistintamente a credenti e non credenti perché credo che perdono e misericordia siano virtù che concorrono ad edificare forme di convivenza, ad ispirare fraternità e solidarietà fra gli uomini.

Scritto da A cura di Luca Guglielminetti   
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