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Per amore del mio popolo non tacerò
Venerdì 27 Marzo 2009 11:59

per_amore_del_mio_popolo_miniUn vento di libertà impetuoso e travolgente si è abbattuto sulla terra di Gomorra. Centinaia di ragazzi urlanti e festosi hanno invaso pacificamente il paese dell'omertà e delle mille contraddizioni per ricordare Don Peppino Diana prete coraggio ucciso quindici anni orsono dalla camorra. Urla festose, slogan e cartelli coloratissimi si contrapponevano da un lato, alle sparute presenze di chi, fuori dal corteo  e sul ciglio della strada, l'osservava furtivo con dissacrante distacco e dall'altro ai lamenti grotteschi di chi sottolineava i disagi causati alla circolazione. Immersi in quel fiume umano abbiamo percorso le strade strette del paese che dal campo sportivo conducono al cimitero. Schiaffeggiato dal lusso sfrenato dei palazzi signorili piuttosto che dal degrado dei tuguri adibiti ad abitazione osservavamo l'entusiasmo contagioso dei tanti giovani accorsi. Accanto ad essi estasiati i politici locali fasciati da impeccabili grisaglie che ne rendevano la figura goffa e marginale. Giunti nello spiazzo del cimitero abbiamo guardato con emozione e trasporto i volti di chi da oggi si ritroverà nuovamente da solo con il suo dolore: i familiari delle vittime. Volti scavati, espressioni perse nel vuoto piuttosto che visi tesi di rabbia. Vite quelle dei loro cari immolate sull'altare del rispetto di una normalità che qui troppe volte diviene ideale. Ne è valsa la pena di morire? E' giusto rinunciare a vivere e gettare nello sconforto perenne le persone più care? E' questo il dilemma che ci ha tormentati lì ai piedi di quel palco su cui sfilavano i familiari di Don Peppino Diana, Domenico Noviello e Federico Del Prete, eravamo in mezzo a tanta gente eppure ci sentivamo soli dinanzi a quell'interrogativo che sembrava non aver risposta. Dal palco don Luigi Ciotti arringa la folla: i colpi di pistola sparati a don Peppe Diana sono colpi sparati a tutti noi, non possiamo e non dobbiamo arrenderci. Di fronte seduti file di parenti che non si rassegnano, intravediamo il volto teso di Nando Dalla Chiesa e il nostro pensiero va dritto al padre, il generale dei carabinieri, il Prefetto senza pieni poteri, trucidato a Palermo insieme alla giovane moglie. Ebbe a dichiarare al giornalista Giorgio Bocca poco prima che fosse ucciso  che lo Stato lo aveva lasciato solo come se Palermo fosse Forlì, don Luigi è un fiume di parole, ci rammenta che le mafie non possono essere combattute solo con le parole, ma sporcandoci le mani, andando li dove c’è il disagio,mettendoci il cuore, aiutando la scuola a fare di più, riducendo gli spazi di degrado, coinvolgendo quanti più giovani possibile a sostenere  chi non ce la fa, a quanti sono rimasti in dietro, a gli ultimi, spronando le Istituzioni a fare di più e in fretta. Conclude il suo intervento raccontato che al matrimonio di Totò Riina c’erano non uno ma tre sacerdoti a celebrare.      La manifestazione si conclude, l'ultimo nostro personale tributo all'evento è per Don Peppino. Andiamo dinanzi alla sua tomba, lo sguardo carismatico della foto sulla lapide continua a catturarci. abbiamo una risposta al tuo interrogativo gli diciamo, mentre una leggera commozione ci vela gli occhi: Dio oggi era lì,  in quel corteo festoso di ragazzi pronto ad invocare giustizia per una terra rea del peggior crimine che si possa commettere: negare un futuro ai propri figli. Domani però, caro Don Peppe, è un altro giorno; purtroppo.

Un vento di libertà impetuoso e travolgente si è abbattuto sulla terra di Gomorra. Centinaia di ragazzi urlanti e festosi hanno invaso pacificamente il paese dell'omertà e delle mille contraddizioni per ricordare Don Peppino Diana prete coraggio ucciso quindici anni orsono dalla camorra. Urla festose, slogan e cartelli coloratissimi si contrapponevano da un lato, alle sparute presenze di chi, fuori dal corteo  e sul ciglio della strada, l'osservava furtivo con dissacrante distacco e dall'altro ai lamenti grotteschi di chi sottolineava i disagi causati alla circolazione. Immersi in quel fiume umano abbiamo percorso le strade strette del paese che dal campo sportivo conducono al cimitero. Schiaffeggiato dal lusso sfrenato dei palazzi signorili piuttosto che dal degrado dei tuguri adibiti ad abitazione osservavamo l'entusiasmo contagioso dei tanti giovani accorsi. Accanto ad essi estasiati i politici locali fasciati da impeccabili grisaglie che ne rendevano la figura goffa e marginale. Giunti nello spiazzo del cimitero abbiamo guardato con emozione e trasporto i volti di chi da oggi si ritroverà nuovamente da solo con il suo dolore: i familiari delle vittime. Volti scavati, espressioni perse nel vuoto piuttosto che visi tesi di rabbia. Vite quelle dei loro cari immolate sull'altare del rispetto di una normalità che qui troppe volte diviene ideale. Ne è valsa la pena di morire? E' giusto rinunciare a vivere e gettare nello sconforto perenne le persone più care? E' questo il dilemma che ci ha tormentati lì ai piedi di quel palco su cui sfilavano i familiari di Don Peppino Diana, Domenico Noviello e Federico Del Prete, eravamo in mezzo a tanta gente eppure ci sentivamo soli dinanzi a quell'interrogativo che sembrava non aver risposta. Dal palco don Luigi Ciotti arringa la folla: i colpi di pistola sparati a don Peppe Diana sono colpi sparati a tutti noi, non possiamo e non dobbiamo arrenderci. Di fronte seduti file di parenti che non si rassegnano, intravediamo il volto teso di Nando Dalla Chiesa e il nostro pensiero va dritto al padre, il generale dei carabinieri, il Prefetto senza pieni poteri, trucidato a Palermo insieme alla giovane moglie. Ebbe a dichiarare al giornalista Giorgio Bocca poco prima che fosse ucciso  che lo Stato lo aveva lasciato solo come se Palermo fosse Forlì, don Luigi è un fiume di parole, ci rammenta che le mafie non possono essere combattute solo con le parole, ma sporcandoci le mani, andando li dove c’è il disagio,mettendoci il cuore, aiutando la scuola a fare di più, riducendo gli spazi di degrado, coinvolgendo quanti più giovani possibile a sostenere  chi non ce la fa, a quanti sono rimasti in dietro, a gli ultimi, spronando le Istituzioni a fare di più e in fretta. Conclude il suo intervento raccontato che al matrimonio di Totò Riina c’erano non uno ma tre sacerdoti a celebrare.

La manifestazione si conclude, l'ultimo nostro personale tributo all'evento è per Don Peppino. Andiamo dinanzi alla sua tomba, lo sguardo carismatico della foto sulla lapide continua a catturarci. abbiamo una risposta al tuo interrogativo gli diciamo, mentre una leggera commozione ci vela gli occhi: Dio oggi era lì,  in quel corteo festoso di ragazzi pronto ad invocare giustizia per una terra rea del peggior crimine che si possa commettere: negare un futuro ai propri figli. Domani però, caro Don Peppe, è un altro giorno; purtroppo.

Scritto da Raffaele de Chiara e Mario Arpaia   
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