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25 aprile, la storia non si celebra, si studia!
Domenica 28 Aprile 2019 07:10

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Comunicato a Redazione Via Cialdini  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Gentilissimi/e,

E' NEGAZIONISMO, MISTIFICAZIONE DELLA STORIA, AI GIOVANI DEVE ESSERE SPIEGATO E DIMOSTRATO DAI FILMATI dell'Istituto LUCE E DAI DOCUMENTARI DI REPERTORIO.
Il 25 aprile è festa nazionale,festa di popolo, si celebra! Il giorno dell'entrata in Milano dei liberatori, anglo-americani con il CNL Alta Italia, i Partigiani che scelsero di stare con i liberatori, altri scelsero la Repubblica sociale, si schierarono dalla parte sbagliata. Và ripristinato agli esami di Stato, il tema sulla storia e va studiata seriamente, tutto il conflitto della seconda guerra mondiale. Non aver voluto regolare i conti con il fascismo è la conseguenza dello scritto che segue. Da antifascisti militanti, lo abbiamo voluto pubblicare a beneficio dei docenti e delle giovani generazioni di studenti.

M.A.

25 aprile, la storia non si celebra, si studia! Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente.

Tutto bene tranne che…

Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa conosciamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.

E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa c’è fatto sapere? Praticamente nulla.

Conosciamo tutti la triste vicenda dei sette fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei sette fratelli Govoni, tra cui una donna incinta, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?

Si ricordano, giustamente, le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo la loro resa.

Si celebra la strage nazista di Marzabotto, ma si dimentica la strage partigiana di Schio…. A Don Minzoni, ucciso dai fascisti nel 1923, si dedicano strade e piazze, mentre per i 129, tra preti e cappellani militari giustiziati dai partigiani, nessun ricordo.

Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.  Non è nostra intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro .

Messi con le spalle al muro, i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo…

“in effetti, qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono….però” . E qui incomincia la solita stucchevole tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal presunto nobile fine.

Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato. Basta inventarsi una motivazione più o meno plausibile, tanto ci pensa la “libera stampa” a renderla credibile e l’autocensura degli “storici” per confermarla.

Per motivi anagrafici non abbiamo conosciuto il Fascismo e anche noi come la maggior parte degli italiani, siamo cresciuti a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra.

Solo che non ci siamo accontentati della verità ufficiale e abbiamo voluto approfondire le nostre conoscenze. Il risultato è stato che mentre colmavamo i nostri vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di scioglierci.

Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali ”patrioti e combattenti per la libertà”.

Partiamo dalla colorazione: il movimento partigiano era estremamente variegato (e diviso). Vi erano, infatti, i cosiddetti partigiani bianchi, formazione di estrazione cattolica, i partigiani azzurri di tendenza liberale e di sentimenti monarchici e, infine, i partigiani di fede comunista che rappresentavano la parte politicamente e militarmente preponderante.

Mentre i partigiani bianchi/azzurri avevano come obiettivo quello di un’Italia atlantica e filo americana, i partigiani rossi avevano come finalità quella di instaurare a guerra conclusa la dittatura del proletariato, e di fare dell’Italia uno Stato satellite della Russia sovietica da cui il Partito comunista prendeva ordini (e denari) tramite il compagno Togliatti, stretto collaboratore di Stalin.

I partigiani rossi hanno sì combattuto un regime, quello fascista, ma per sostituirlo con un altro di opposto colore per poi assoggettato a una potenza straniera. Definire i partigiani rossi “patrioti e combattenti per la libertà” è quindi assolutamente falso e scorretto.

Se l’Italia ha scansato il pericolo di fare la fine dei paesi dell’Est che per cinquant’anni sono stati sotto il tallone sovietico, lo si deve esclusivamente agli accordi di Yalta tra America, Russia e Inghilterra che hanno sancito la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e collocato l’Italia nella sfera d’influenza americana, e non certo per la volontà dei partigiani rossi che volevano fare dell’Italia un’appendice della Russia controllata da Stalin.

Dal punto di vista militare, inoltre, il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s’ingrossavano man mano che l’esercito tedesco si ritirava sotto l’incalzare delle divisioni angloamericane.

Gli stessi americani ne avevano una scarsa considerazione e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco, come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca .

Cosa ci sia poi di nobile e di coraggioso nell’uccidere alle spalle e con il volto coperto un uomo in divisa, e poi scappare a gambe levate, come facevano i partigiani di cui ancora oggi si vantano, non lo capiremo mai.

«Io i partigiani li ho sempre visti scappare» Così rispondeva Giorgio Albertazzi intervistato da Aldo Cazzullo a proposito della sua scelta a favore della Repubblica Sociale, scelta condivisa con molti personaggi dello spettacolo.

Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano, e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che, con le spalle coperte dalle truppe americane, si abbandonarono a una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi (il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime, ci disse un vecchio fascista scampato alla carneficina).

Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin, la quale contribuì in maniera decisiva alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l’est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà.

Come abbiamo visto in precedenza vi è un fatto di enorme importanza che la storiografia ufficiale nasconde – perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della “lotta della democrazia contro la tirannide”.

Questo fatto riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla sola Germania e non alla Russia pur avendo anch’essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo alle spalle, da est.

Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia avrebbe invaso la Finlandia e si sarebbe annesse le deboli Repubbliche Baltiche (Ettonia, lettonia e Lituania) con l’assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue “purghe” aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti “nemici della rivoluzione” (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava).

Il secondo dubbio riguarda la definizione di “guerra di liberazione”, quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi diciotto mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli.

La guerra è una realtà tragica, quella civile lo è ancor di più. In queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella animale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni, giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche.

Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell’Italia: i tedeschi non invasero l’Italia, c’erano già.

Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo Badoglio chiese aiuto all’alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia.

I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43, quando il Re e Badoglio, con estrema disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l’ira di Hitler.

Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi  e confermati dai libri matricola, in seicentomila, frenò i propositi vendicativi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.

Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo.

Vi aderirono anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.

« …l’Italia è la sola ad aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal sacrificio dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana»  Generale D. Eisenhower (futuro presidente USA)

Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.

Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere, consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni. Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò, di Gianfranco Stella e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni).

Un capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, giovani e giovanissimi donne, tutte volontarie. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani erano spesso stuprate e uccise. A guerra finita molte di loro, rapate a zero e spesso denudate, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla inferocita, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere.

Il terzo dubbio riguarda le modalità di lotta dei partigiani.

Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa essendo armati e finanziati dagli americani  e pur potendo combattere nell’esercito di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.

Il fine era, infatti, quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di “liberazione”, le cui ferite sono ancora oggi aperte e mai si rimargineranno fino a quando la storia, quella vera, non sarà finalmente alla portata di tutti.

Germania e Giappone, anch’esse devastate dal conflitto, non subirono il dramma della guerra civile perché, spiace dirlo, non vi furono quei fenomeni di opportunismo e di asservimento al vincitore che in Italia diedero origine al movimento partigiano.

Rispettiamo profondamente quegli antifascisti che furono tali durante il regime, meno coloro che cambiarono casacca il giorno dopo la caduta di Mussolini.

Sono questi i dubbi su cui ci piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da settant’anni.
di Gianfredo Ruggiero Tratto dal libro “LIBERATORI SENZA GLORIA

Gianfredo Ruggero “Liberatori Senza Gloiria
I cirmini alleati e le stragi partigiane
Ed. Circolo Excalibur –Lonate Pozzolo- VA
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Scritto da Gianfredo Ruggiero   
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