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Potere disciplinante e libertà controllata. Esiti morali della moderna configurazione del pote
Sabato 04 Maggio 2019 08:42

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Conclusioni (momentanee)
 
Cercando ora di pervenire a delle conclusioni, per quanto sempre in fieri, sembra importante notare come il tratto che attraversa le più significative tematizzazioni sulla modernità, pur con tutte le loro specifiche differenze, sia quello dell’annichilimento di un “pensiero critico”, cosa che impedisce proprio il riconoscimento di tale forma di oppressione. Per questo spesso torna il riferimento all’Arte e all’Alta Cultura come ultimi presìdi della trascendenza, della capacità d’immaginare l’alterità; facoltà sempre più assorbita all’interno dell’ordine stabilito delle cose, sicché la ragione si trasforma in mero strumento d’analisi e di descrizione di fatti empirici.
 
Il lavoro che fa vivere in noi ciò che non esiste.
Dare un nome alle “cose assenti” significa spezzare l’incanto delle cose che sono; significa, inoltre, far entrare un ordine di cose differente entro l’ordine stabilito – “il principio di un mondo”[1]
 
Ma se la nostra società è caratterizzata da una nuova forma di dominio che prevede il consenso dei dominati, ottenuto appiattendo bisogni e desideri sulle necessità di questa società, facendoli coincidere con essa e realizzando così una nuova forma di amministrazione totale, resta difficile ipotizzare chi, come, dove e quando possa operare una rottura di tale scenario.
Ora, si badi bene che se una chance di superamento di tale scenario è data, essa passa innanzi tutto attraverso la ridefinizione delle parole chiave che la possano dischiudere. A tale proposito propongo la sostituzione del termine libertà con quello di auto-determinazione. Il primo infatti, oltre ad essere generico e inflazionato, è ormai soggiacente alla retorica della perimetrazione della libertà personale che finirebbe là dove inizia quella altrui, dando così l’immagine della libertà come di una proprietà, anziché una relazione, che determina un alveare nel quale ciascuno è chiuso nella cella della propria libertà. Diversamente, con auto-determinazione si vuole indicare la dimensione inevitabilmente relazionale del fenomeno.    
Pertanto, ci troviamo a fare i conti con una un’auto-determinazione mancata, imbrigliata dal potere impersonale esistente che la nega assorbendola e dandole falsa soddisfazione in forma distorta e strumentale, in manifestazioni inautentiche. Così, se una libertà apparente è quella le cui immagini e forme si muovono all’interno di un universo sempre più reificato, il passaggio verso una libertà effettiva, un’autentica auto-determinazione, non consisterà allora in una ricetta politica o economica, ma nella capacità, fine a se stessa, di trascendere l’orizzonte del già dato. In tal senso ognuno può essere vettore di tale trascendenza ma proprio in tal senso ciascuno sembra, inconsapevolmente, poterlo essere sempre meno. Per questo ritengo sia sempre fondamentale, e niente affatto “romantico” nel senso banalizzante del termine, coltivare la trascendenza, e che altrettanto fondamentale sia, quando se ne cerca la concretizzazione, distinguerla dal mare magnum del rumore banalizzante da cui siamo circondati, selezionando con cura, direi quasi elitaristicamente, ma non come atto di superbia, bensì come gesto di protezione di ciò che è prezioso, il linguaggio e gli scenari opportuni nei quali collocarla, poiché la forma è sostanza. Certo, anche in tal caso, chi non riconosce l’universo della trascendenza continuerà a non riconoscerlo, ma almeno si darebbe la chance di riconoscere, praticare e coltivare la trascendenza dall’ordine stabilito delle cose a chi conserva tale facoltà, unica autentica forma di libertà.
 
Scritto da di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it   
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