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Buona la seconda. Ekrem Imamoğlu rivince a Istanbul
Domenica 30 Giugno 2019 16:05

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Pubblicato il 30 Giugno 2019: https://www.alfabeta2.it/2019/06/30/istanbul-secondo-round/

“Erano anni che aspettavo questo momento”. L’urlo liberatorio della ragazza che domenica sera festeggiava insieme ad altre migliaia di persone in un clima carnevalesco per le strade del quartiere di Besiktaş sintetizza efficacemente il senso del risultato elettorale della scorsa domenica, per un’opposizione abituata a diciassette anni di sconfitte e che aveva dovuto subire lo scippo della vittoria il 31 marzo scorso. Imamoğlu ha rivinto o forse sarebbe meglio dire, ha stravinto. Dopo la vittoria risicata del turno precedente, domenica scorsa Imamoğlu ha vinto con uno scarto del 9%. In termini assoluti le dimensioni della vittoria appaiono ancora più eclatanti visto che la differenza di voti tra lui e il suo avversario, Binali Yıldırım, è passata da tredicimila a quasi ottocentomila voti. Proporzioni tali da non concedere questa volta nessuno spazio per eventuali contestazioni. A due ore dalla chiusura dei seggi, prima ancora che l’agenzia di stampa statale cominciasse a diffondere i risultati degli scrutini, Yıldırım si è presentato davanti alle telecamere per riconoscere la sconfitta e congratularsi con il suo avversario.

Il trionfo di Imamoğlu e il suo ritorno nell’ufficio del palazzo comunale, situato nella penisola storica a poca distanza da dove nel 1453 Mehmet il Conquistatore si accampò dopo essere entrato a Costantinopoli, non sono stati veramente una sorpresa. Negli ultimi giorni pre-elettorali analisti e sondaggisti avevano segnalato un distacco importante dal suo avversario e in un caso la società di sondaggi KONDA, lo aveva quantificato con precisione al 9%. Dato che il tasso di affluenza è stato identico a quello del 31 marzo, 84%, domenica Imamoğlu è riuscito a conquistare non solo i voti che nel primo tutto erano andati a candidati minori, ma soprattutto per la prima volta a attirare voti del blocco avversario, in particolare, dicono i sondaggisti, quelli dei più giovani.

Imamoğlu ha vinto grazie al vantaggio morale acquisito dopo lo scippo del 31 marzo, riuscendo a suscitare identificazione e empatia anche in parte dell’elettorato dell’AKP rispetto alla sua posizione di vittima di un’ingiustizia clamorosa. In seconda battuta ha vinto per la pochezza e la totale mancanza di idee mostrate dai suoi avversari durante la campagna elettorale. Si è trattato di una campagna condotta esclusivamente all’insegna del negativo, con l’unico obbiettivo di delegittimare l’avversario. Yıldırım e i suoi hanno continuato ad accusare Imamoğlu di brogli elettorali senza portare nessuna prova concreta. La delegittimazione ha poi fatto ampio ricorso ad un campionario di figure retoriche e fantasmi complottardi da sempre disponibili nel discorso pubblico del paese. Nell’ordine Imamoğlu , originario di Trebisonda, è stato prima accusato di essere un discendente dei Greci del Ponto, una sorta di quinta colonna in realtà rappresentante degli interessi del “nemico greco”. Poi si è passati a rappresentarlo come un burattino nelle mani del PKK che con la sua elezione avrebbe messo le mani sull’amministrazione della città. Infine la ciliegina sulla torta è arrivata a pochi giorni dalla elezioni e per mano del presidente Erdoğan. Per gran parte della campagna elettorale Erdoğan ha mantenuto un profilo assolutamente defilato per evitare che le elezioni fossero interpretate, come accaduto in precedenza, come un referendum sulla sua persona. Ed anche, sostengono alcuni maligni, per lasciare sulle spalle di Yıldırım tutta la responsabilità di una sconfitta che appariva molto probabile. Tuttavia negli ultimi giorni Erdoğan ha sentito il bisogno di intervenire personalmente per cercare di recuperare la situazione, con risultati surreali. All’indomani della morte dell’ex presidente egiziano Morsi, Erdoğan è infatti arrivato a paragonare Imamoğlu al generale Al-Sisi.

Imamoğlu ha vinto soprattutto perché ancora una volta la campagna elettorale ha mostrato la differenza siderale con il suo avversario. Una differenza antropologica prima ancora che politica che si è manifestata con tutta la sua evidenza una settimana prima del voto. Per la prima volta dopo 35 anni due candidati alle elezioni sono tornati a sfidarsi in un “duello” televisivo trasmesso a reti unificate. Yıldırım, palesemente a disagio e quasi svogliato, a tratti arrogante e soprattutto a corto di idee è stato surclassato da un Imamoğlu che seppur nervosissimo ha saputo confermare la sua “forza gentile”, a tratti quasi cardinalizia, riproponendo un discorso inclusivo e soprattutto trasmettendo entusiasmo e progetti per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Le elezioni di Istanbul e più in generale l’intera tornata amministrativa sono coincise anche con il ritorno sulla scena politica turca di un convitato di pietra che era stato espulso proprio dall’ascesa dell’AKP di Erdoğan, le coalizioni. Una delle ragioni del successo dell’AKP era stata proprio la sua capacità di proporsi come garanzia di stabilità e antidoto contro lo spettro delle coalizioni, associate nella memoria collettiva all’instabilità, alle violenze e alle crisi ripetute degli anni 70 prima e degli anni 90 poi. Ironicamente proprio la svolta presidenzialista voluta da Erdoğan ha riportato in auge coalizioni ed alleanze diventate indispensabili per ottenere la maggioranza del 50 + 1%. Il modello nazionale si è velocemente replicato anche a livello locale. E proprio le caratteristiche della sua coalizione, la Coalizione del Popolo, hanno contribuito in modo significativo alla vittoria di Imamoğlu. Principale partener della coalizione il Buon Partito della signora Akşener ma fondamentale anche l’appoggio del partito filo-curdo HDP e del suo presidente, tutt’ora in carcere, Demirtaş. Dall’altra parte del resto la coalizione che sosteneva Yıldırım, comprendeva il nazionalista Bahçeli il quale ha mantenuto, per calcolo politico e per assoluta mancanza di argomenti, un’invisibilità pressoché totale.

Il voto del 23 giugno ha scatenato un’ondata di celebrazioni della democrazia. “Ha vinto la democrazia” è stato l’urlo lanciato dall’opposizione e, paradossalmente, ripreso anche da Erdoğan e dai suoi alleati. Ora è indubbio che le elezioni di domenica abbiamo segnato il ristabilimento di una formalità democratica che era stata pesantemente danneggiata dalla decisione della Commissione Elettorale, motivata politicamente. E’ anche vero che la vittoria di Imamoğlu è stata la conferma della determinazione e della vivacità dell’opposizione capace di riorganizzarsi nonostante le condizioni estremamente difficili nella quale si è trovata a operare. E’ stata anche la vittoria dell’entusiasmo dei 200.000 volontari mobilitati nei seggi elettorali. Entusiasmo e partecipazione di massa che smentiscono qualunque rappresentazione della società e dell’opposizione turca come vittime di un qualche “fatalismo orientale”. La società turca è una società politica, anzi verrebbe da dire iper-politica, visto quanto la politica da sempre infarcisce la quotidianità e agita le passioni della popolazione. E tuttavia soprattutto in questa fase di euforia democratica l’opposizione dovrebbe mettere in discussione un paio di elementi classici del suo discorso. Il primo è la narrazione, assai popolare anche tra gli osservatori stranieri, che rivendica l’esistenza di un’età dell’oro democratica prima dell’avvento di Erdoğan e del suo partito. Dal 1946, data delle prime elezioni multipartitiche, scienziati politici e analisti hanno aspramente dibattuto sulla definizione del sistema politico turco oscillando tra quella di democrazia autoritaria a quella di democrazia sotto tutela (dei militari). Si dovrebbe poi riconoscere che di fronte all’ennesima crisi politico-istituzionale agli inizi degli anni 2000, era stato proprio il partito AKP a conquistare la scena anche grazie alle promesse di avviare un processo di democratizzazione. Promesse che almeno fino al 2009-20010 si sono concretizzate attraverso una serie di riforme e di iniziative che hanno prodotto un clima politico e culturale di libertà e pluralismo quasi inediti. E’ salutare ricordare che all’epoca per fermare l’ascesa di Erdoğan l’opposizione fece ricorso a tutto l’armamentario di una democrazia autoritaria che includeva l’uso politico della magistratura per mettere al bando il partito, le interferenze militari arrivate a un quasi colpo di stato on-line e la mobilitazione di una piazza estremamente aggressiva. Evidenze che smentiscono la seconda narrazione fallace secondo cui tendenze autoritarie e anti-democratiche sono una caratteristica esclusiva del campo conservator-religioso. Sarà salutare in questo clima di entusiasmo democratico, che l’opposizione eviti di riadagiarsi su queste narrative.

Nonostante gli sforzi di Erdoğan di evitare che le interminabili elezioni di Istanbul si trasformassero nell’ennesimo referendum sulla sua persona, la sconfitta di domenica è soprattutto una sconfitta del presidente e del “sistema Erdoğan”. L’aver perso anche due roccaforti tradizionali del suo potere come le municipalità di Eyüp e Fatih rende efficacemente la portata della debacle. Del resto che sia stata una sconfitta bruciante lo dimostra anche il fatto che per la prima volta in diciassette anni, dopo un’elezione Erdoğan non sia comparso davanti alle telecamere ma si sia limitato a un paio di tweet nei quali si congratulava con l’avversario. Il rifiuto di accettare la sconfitta del 31 marzo, “l’errore dell’irragionevolezza”, o meglio della ubris del presidente ha avuto l’effetto boomerang di amplificare e di molto la sconfitta del primo turno. Domenica sera quindi si è chiusa un’epoca per il presidente e per il suo partito, l’era trionfale. La nuova fase si apre offrendo un quadro molto diverso. In primo luogo si accelerano le incrinature e le faglie che già avevano cominciato a apparire il 31 marzo nel sistema Erdoğan.

Nei media e tra i commentatori che spalleggiano il presidente si levano voci critiche che per il momento hanno come obbiettivo la campagna elettorale di Istanbul ma che presto potrebbero allargarsi ad altri aspetti più sostanziali. E soprattutto si allargano le fratture all’interno del partito visto che ormai viene data come imminente, dopo essere stata annunciata a lungo, la nascita di nuovi partiti politici su iniziativa di vecchi figure di primo piano dell’AKP, da tempo marginalizzate. Nella nuova fase che si apre Erdoğan non solo rischia di dovere fare i conti con l’opposizione interna e nuovi rivali nella competizione per i voti nell’area conservatrice. Si trova di fronte un’opposizione ringalluzzita per aver conquistato i comuni di molte metropoli del paese ma soprattutto per aver essere uscita dal ruolo di eterna sconfitta. E sull’onda dell’entusiasmo post-elettorale l’opposizione è partita all’attacco del cuore del sistema Erdoğan. Ha cominciato Meral Akşener del Buon Partito “ Le elezioni del 23 giugno hanno segnato il crollo del sistema dell’uomo solo al comando”. Gli altri leader dell’opposizione hanno rincarato la dose togliendo dai cassetti un argomento che era completamente scomparso dai radar, la messa in discussione del sistema presidenziale voluto da Erdoğan. Ha cominciato Kemal Kilicdaroglu leader del CHP con il chiedere un referendum sul sistema presidenziale. Lo ha seguito a ruota il co-presidente del partito filo-curdo HDP, Temelli, che ha invocato una nuova costituzione. La nuova era Erdoğaniana si apre quindi in un contesto molto più complesso e diversificato e con l’AKP fragilizzato e a rischio di frammentazione. All’orizzonte, seppur ancora abbastanza lontano, si profila addirittura lo spettro di elezioni anticipate, rispetto alla scadenza naturale del 2023. La nuova era Erdoğania sarà quindi, dopo quella del trionfo, l’era del declino? La storia politica degli anni ’90 mostra come l’elettorato turco è in grado di condannare all’annichilimento repentino partiti politici che sembravano destinati all’eternità. Declino possibile, financo probabile. Tuttavia nonostante sia indebolito, sempre più lontano da quel popolo del quale si era autoproclamato unico rappresentante e circondato da un partito che ha contribuito grandemente a smantellare, il presidente è comunque dotato di risorse camaleontiche e di un pragmatismo al limite del cinismo. Elementi che lo potrebbero portare alla ricerca di compromessi per ristabilire un clima dialogo e minimi standard democratici, indispensabili tra l’altro per raddrizzare le sorti dell’economia. Tutto ciò è sicuramente una possibilità. L’annuncio fatto da Erdoğan durante la campagna elettorale di una radicale riforma del sistema giudiziario, e quindi l’implicita ed inedita ammissione che la giustizia rappresenta un problema, in realtà non aiuta molto a capire in quale direzione si muoverà il presidente. Nonostante le apparenti buone intenzioni infatti i contenuti di questa riforma sono apparsi alquanto fumosi e vaghi. Proprio alla giustizia e alle aule tribunali bisogna guardare per capire nel breve termine in quale direzione si muoverà il sistema Erdoğan. Lunedi si è aperto infatti, dopo sei anni, il processo a sedici imputati accusati di essere gli organizzatori della rivolta di Gezi Park del 2013. Tra loro anche l’uomo d’affari Osman Kavala, ritenuto dall’accusa di essere una sorta di rappresentante in Turchia dell’immancabile Soros e in carcere da quasi due anni. I capi di accusa sono importanti e le pene richieste esorbitanti. Venerdì mattina poi è stato il turno di Canan Kaftancıoğlu, segretaria della sezione del CHP di Istanbul, ispiratrice del nuovo corso del partito e una delle artefici della vittoria di Imamoğlu a ritrovarsi di fronte ad un giudice. Sulla base di alcune condivisioni nei social media che risalgono al 2013 è accusata di propaganda terroristica, e per lei l’accusa chiede una condanna a 17 anni. Tribunali, paranoie complottarde, possibili minacce di rappresaglie post-elettorali. Ci sono tutti i classici elementi scottanti. Il modo in cui si combineranno e verranno utilizzati, fornirà qualche indizio per comprendere a breve in quale direzione si muoverà il presidente e il suo sistem

Scritto da Fabio Salomoni   
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