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Giuliano Montaldo: «Vorrei il festival dei film martiri, uccisi dai critici»
Mercoledì 11 Settembre 2019 14:08

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Il regista, 89 anni, a Venezia per il restauro di «Tiro al piccione» che fu stroncato. La pellicola racconta l’avventura di un ragazzo che, nei giorni di fuoco, si era arruolato volontario nella Repubblica di Salò. «Fui attaccato da tutti per motivi ideologici»

Giuliano Montaldo che impressione ti fa tornare a Venezia, il cinque settembre, con un tuo film restaurato, «Tiro al piccione»?

«È il riproporsi di un’antica ferita, un male profondo, un magone che ho dal 1961. Perché il film fu accolto bene dal pubblico, ma la critica fu spietata. Dispiacque, vivamente, sia alla destra che alla sinistra. Mi ero azzardato a parlare, in quel tempo ancora carico delle ferite del Ventennio e della guerra, della Repubblica di Salò. Giose Rimanelli aveva raccontato, in

un romanzo autobiografico, l’avventura di un ragazzo che, nei giorni di fuoco, si era arruolato volontario nella Repubblica di Salò. Il protagonista viveva questa tragica avventura scoprendo, verso il finale, che la Patria era certamente dall’altra parte, quella dei liberatori, e non dalla sua».

Fosti il primo a parlarne. Erano passati poco più di quindici anni. Quanto ci separa oggi dal governo Berlusconi. Un soffio di tempo.

«Però, forse perché era il primo film che trattava questo tipo di argomento, il produttore mi aveva aiutato e difeso prendendo dei collaboratori come Ennio De Concini, Fabrizio Onofri. Insomma ero abbastanza protetto dal punto di vista creativo ed ero tranquillo politicamente perché, avendo fatto come attore Achtung! Banditi!, Gli sbandati e Cronache di poveri amanti, non potevano esserci dubbi sulla mia scelta antifascista. Non potevano esserci equivoci, quindi. Io volevo parlare di ragazzi italiani che avevano fatto cose da delinquenti, cose criminali, ma che forse avevano sbagliato strada. Peraltro anche nella storia della nostra letteratura, dei personaggi che abbiamo conosciuto, alcuni hanno vissuto questa avventura e noi, dopo, li abbiamo accolti con affetto, senza sparargli addosso, senza fare il tiro al piccione. Quel tiro al piccione che, nel 1961, avevo subito io. Ero io il piccione, al Lido. Per questo sono felice che oggi il film sia stato restaurato, grazie al Centro Sperimentale di cinematografia. Voglio dare merito di questo alla direttrice della cineteca Daniela Currò e al presidente del Centro Felice Laudadio. E, naturalmente, ad Alberto Barbera che ha voluto restituire valore al mio film».

Chi ti attaccò più violentemente?

«Avevo trent’anni, ero al primo film, mi ero avventurato per sentieri inesplorati e forse avevo parlato di ferite ancora sanguinanti. Il fuoco fu incrociato. Per motivazioni opposte, ma concentrico. Ne uscii tramortito. Mi scoprii con la voglia di abbandonare questo mestiere. Ero stato l’aiuto con registi come Pontecorvo o Lizzani, avevo collaborato con Petri, ma la mannaia della critica ideologica era determinata a tagliarmi la testa. Se non avessi trovato sulla mia strada una ragazza che è diventata la compagna della mia vita, per tutta la vita, io oggi sarei un ex portuale di Genova in pensione. L’incontro con Vera Pescarolo mi ha dato coraggio, sicurezza, motivazione. Altrimenti sarei fuggito da Roma. Ho avuto fortuna. Lei mi ha cambiato la vita».

Tu avevi partecipato alla Resistenza, seppure da ragazzo?

«Sì, avevo 15 anni appena compiuti, ero nelle Gap genovesi e, dato che ne dimostravo di più, mi hanno dato anche qualche incarico. Qualcosa ho fatto, ma non mi posso dare delle arie. Anche perché una volta mi è caduta una balilla, sai una di quelle bombe a mano, e mi sono ferito da solo. L’avevo attaccata male alla cintura...».

Come ricordi il fascismo?

«Quando è cominciata la guerra avevo dieci anni e ricordo che poco prima, vestito da balilla, mi avevano fatto fare — a Genova per l’arrivo di Mussolini — due volte il giro davanti a lui, come se fossimo molti di più, ma eravamo sempre gli stessi. Ci avevano fatto fare proprio la giostra. È stato molto importante per me un vecchio zio che mi raccontò quanto il fascismo avesse infierito su di lui: l’olio di ricino, le bastonate. Io ero stravolto perché per me erano novità assolute. Poi ho conosciuto altre persone durante lo sfollamento, con racconti simili. La mia casa a Genova venne bombardata e dovemmo andarcene. Eravamo in un rifugio antiaereo nelle gallerie di Genova, piovevano le bombe inglesi e noi non abbiamo trovato più la casa, al mattino. Andammo in montagna. Si parlava, si immaginava il futuro dell’Italia. Sembravano sogni, allora, vedendo Genova bruciare. Alcuni si sono realizzati, altri no. Qualcosa, oggi, assomiglia persino a un incubo».

Cosa è stata Salò nella storia italiana?

«È stata una follia. Ogni tanto rifletto su come siamo noi italiani. Se penso che dopo la fuga del re nel ‘43 — quell’incredibile e gaglioffo abbandono del Paese — al referendum su Repubblica o monarchia stava per vincere la monarchia, mi prende un brivido. Mi dà una sensazione di malessere. Salò mi ricorda una signora che andammo a prendere alla stazione perché suo marito era stato deportato e quindi veniva in campagna con il figlio. Poverina, era disperata. Andammo a prenderla e trovammo dei soldati repubblichini che erano addosso a lei e la stavano maltrattando e minacciando. Ma il sindaco di questo paese riuscì a convincerli che lei non c’entrava niente e la portammo via. Il percorso verso la campagna con questa donna atterrita e sola lo ricordo con una stretta al cuore».

Come giudichi gli italiani che avevano vissuto tutta la loro vita con il fascismo e improvvisamente si sono trovati nell’incertezza se doversi togliere il distintivo o tenerlo?

«Dario Fo fu uno di loro. Molte persone di sinistra erano passate per quella avventura che è anche spiegabile con l’enfasi delle scelte giovanili. Salò fu anche una sorta di avventura che molti giovani vollero vivere. Forse non era neanche una scelta politica. Può darsi che mi sbagli, ma devo dire che pesò un forte fanatismo che c’era in giro, specie tra i giovani. Io ho un grande affetto per persone che non vengono mai ricordate, gli sbandati. La sinistra ha due torti, di non ricordare mai quei ragazzi che erano soldati e, dopo l’otto settembre, invece di andare di là si sono sfilati la divisa, si sono vestiti da contadini e sono stati accanto ai partigiani diventando, spesso, anche loro dei combattenti della libertà. Così come ricordiamo poco le staffette partigiane. Io le ho raccontate con L’Agnese va a morire e ne sono molto fiero. Il film fu prodotto dalla gente di Romagna e tu non hai idea cosa succedeva quando la Thulin, che faceva Agnese, correva in bicicletta per sfuggire ai rastrellamenti. “Corri Agnese, non mollare”, le gridavano per le strade. Film e storia, immaginazione e reale, si confondevano, mischiandosi».

Tu che l’hai conosciuto, ti spaventa il clima di odio che c’è di nuovo in Italia?

«Mi fa orrore. Guarda io leggo i titoli dei giornali e non vado più all’interno perché ho orrore per quello che può succedere di nuovo. Che qualcuno cominci di nuovo a sbagliare strada. Speriamo che la sbaglino in pochi. In politica, come nel resto della vita, non è possibile solo apparire, per essere. Per farlo si cerca di sorprendere, spesso attivando sentimenti non virtuosi delle persone. Come la paura e l’odio. Immagini Togliatti, Nenni, Moro, La Malfa che si dicono le parolacce in televisione, che fanno i divi? Non sono un nostalgico dei tempi andati, il presente mi interessa, ma sono un convinto assertore dei valori fondanti la politica e la vita».

Tu hai girato poi uno dei film che hanno accompagnato la formazione della coscienza civile di una generazione: «Sacco e Vanzetti».

«Se ne sapeva poco, prima. In realtà anche io conoscevo questi due nomi come quelli di due emigranti, che erano finiti male. In realtà nel Massachusetts, dove arrivarono da migranti italiani, l’unica forma organizzata di difesa dei lavoratori che incontrarono fu l’anarchia. E loro aderirono con grande vigore, soprattutto Vanzetti. Una volta andai a trovare mia mamma a Genova, vidi che c’era una pièce teatrale su Sacco e Vanzetti, ma non sapevo bene cosa fosse la loro storia. Andai in un teatro di operai a Sampierdarena e vidi la loro avventura, naturalmente raccontata dal punto di vista dei familiari. Comunque mi aveva colpito. Appena arrivato a Roma ho cercato tra libri e documenti qualcosa che mi aiutasse. Ho chiamato Fabrizio Onofri, che era stato sceneggiatore anche de Il tiro al piccione, che invece sapeva molto, aveva anche dei documenti. Così ho, abbiamo, cominciato».

Fu facile, in quegli anni, produrre un film su due anarchici uccisi dallo Stato americano?

«Ero reduce da due successi commerciali: Gli intoccabili, il primo film che rappresentava la mafia in smoking, e Ad ogni costo. Avevano fatto soldi al botteghino e pensavo che fosse facile girare Sacco e Vanzetti. No, i produttori mi trattavano male, respingevano il progetto. Dopo quasi due anni di ricerca, andai dai Colombo, che erano buoni produttori. Quando Arrigo Colombo sentì il nome di Vanzetti, sobbalzò. Poi scoprii che lui, ebreo fuggito dall’Italia nel ‘38, era andato in America e aveva imparato l’italiano proprio dalle lettere che Vanzetti mandava al comitato difesa. Quindi accettò. Poi però aveva paura perché fare un film ambientato in Massachusetts negli anni Venti era difficile: non c’era neanche più un mattone dell’America di quel periodo. Cominciammo una ricerca disperata di posti utili ma poi scoprimmo che la fabbrica, il calzaturificio dove lavorava Sacco, era ancora in piedi. Abbandonato da tempo, era ancora lì».

Come arrivasti a Joan Baez che scrisse per il film «Here’s to you»?

«Ci ho messo tre anni per farlo. Ero andato in America per vedere il materiale di repertorio delle famose manifestazioni di solidarietà. Però prima il mio produttore mi aveva detto di fermarmi a New York per incontrare un probabile, poi assolutamente improbabile, coproduttore. Ero in albergo, scendo e incontro Furio Colombo. Era in America in quel periodo a lavorare e mi dice: “Cosa fai qua?”. “Sono venuto a cercare di metter su un film che si chiama Sacco e Vanzetti e poi spero di trovare l’agente, o di incontrare Joan Baez”. “Chi vuoi incontrare?”. “Joan Baez”. “Viene stasera a mangiare a casa mia”. Sono corso in camera in albergo, ho preso il copione in inglese, sono sceso giù e gli ho detto di darglielo. L’indomani mattina mi arriva una chiamata dalla signora Baez. Furio le aveva raccontato di me, lei aveva letto la sceneggiatura... Insomma mi disse solo: “Mi piace, ci sto”».

Alcune sale furono bruciate per aver proiettato il film.

«A Roma, sì lo so. Però in giro per il mondo, in molte città, facevano delle proiezioni all’una di notte. Fu un successo incredibile».

Chi ti manca di più delle persone con le quali hai lavorato?

«Carlo Lizzani, naturalmente. E poi Ettore Scola».

Com’era Scola?

«Ettore era un genio. Ed era un uomo divertente. Si divertiva a farmi scherzi. Ettore, una settimana prima di andare nel regno dei cieli dove c’è posto per i registi, mi chiamò per dirmi solo: “Ma è vero che fai un film come attore?”. “Sì me lo ha chiesto Francesco Bruni”. “Digli di lasciare perdere, sei un cagnaccio come attore. Vuoi rovinare anche questo regista, dopo Lizzani?”. Si divertiva come un pazzo a rompermi. Allora gli dissi “Va bene, poi vediamo”. Quando mi hanno dato il David come attore sai che volevo ricordarlo? Ma pensai no, troppo stupido. Poi però alzai gli occhi e gli dissi, dentro di me, “Allora hai visto Ettore? Hai cambiato idea, almeno questa volta?”».

Mi racconti il clima di quegli anni tra voi? Perché voi eravate uniti e concorrenti, amici e rivali. Una cosa che si è persa...

«Sono stato alle riunioni di sceneggiatura quando lavoravo ai film di Scola, Scarpelli, Benvenuti e tanti maestri. E devo dire che spesso litigavano e arrivavano quasi alle mani. Li vedevo lavorare e la sceneggiatura alla fine era perfetta. La creatività infatti nasce con il dialogo, viene con il parlarsi, con il misurarsi. Non basta scambiarsi i testi al computer. Io ero sconvolto dalla loro bravura. Avendo conosciuto loro, Monicelli, Leone, ho capito che non sarei mai stato capace di fare dei film all’altezza di quei signori che avevano un talento nel sangue, parlavano di politica facendo film popolari, commedie o western. E ci voleva non solo estro, ma anche questa solidarietà, questa amicizia tra loro per combinare imprese così belle. Io ho un’idea che non so se è realizzabile. Vorrei fare il festival dei film martiri di qualità. Quelli che hanno avuto zero di critica e dieci di pubblico. Sono i film che hanno permesso a tutti noi di proseguire e di far diventare il cinema italiano ciò che è stato. Se non c’erano loro, non c’eravamo noi».

Qual è il film più importante della tua vita come spettatore?

«Devo tornare al neorealismo. Ladri di biciclette. E Roma città aperta».

L’attore o l’attrice di cui hai più nostalgia chi è?

«Ingrid Thulin. È stata una Agnese magnifica. È voluta stare gratuitamente, un mese prima dell’inizio delle riprese, dalle persone della Romagna per cercare di capirne la cultura e il linguaggio. Un fenomeno per serietà, impegno, amicizia e desiderio di raccontare una staffetta partigiana. La gente ci circondava di affetto e di ospitalità. Mangiavamo sempre con le persone del luogo, pasti magnifici. C’era quel paraculo di Ninetto Davoli che, quando il pulmino con gli attori partigiani passava nei paesini, diceva alle persone “Signo’ siamo i partigiani dell’Agnese, ha mica qualcosa da mangiare?”. E le donne dall’uscio: “Venite, venite nella mia casa”. E mangiava tutto. Però, per i partigiani dell’Agnese, si faceva questo ed altro».

Come sei diventato tifoso del Genoa?

«Avevo otto anni quando mio zio, un tipo all’antica con un bastoncino con la testa di avorio, mi portò la prima volta allo stadio. Era sempre elegantissimo, un genoano sfegatato. Andammo a Marassi. Il Genoa perde e mio zio comincia a litigare, se ne va e mi dimentica allo stadio. Allora non c’erano i telefonini... Poi eravamo dei soldatini, in quel tempo, all’età di otto anni. Restai immobile lì. Ero smarrito e mi stavo congelando. Si stava svuotando lo stadio, quando arrivarono due inservienti della società e con la bandiera del Genoa mi protessero dal freddo. Avvolto in quel drappo rossoblu sono sopravvissuto all’abbandono. Potrei tifare per altro?».

Come immagini il futuro?

«L’altro giorno riflettevo che arrivati a novanta anni, più o meno devi aspettarti di andartene. Io ho pensato che il mio dolore più grande è di lasciare ai nostri nipoti e ai nostri figli un mondo pieno di paure e di ingiustizie. Purtroppo non ho più la forza di scendere in piazza e poi con chi? Da solo? Perché il problema è: che cosa fai? Siamo sempre più soli. È il computer che comanda. Qua si sono tolti il dischetto della ragione dal cervello e lo hanno messo dentro al computer. E così è finita. Dovrebbero incontrarsi e socializzare tra loro i robot che avremo presto. Nelle piazze diremo loro di urlare e lo faranno. Io non ci sarò più e mi dispiace perché comprerei cinquemila robot per mandarli a gridare viva i lavoratori e viva la giustizia sociale e viva la pace. Ma, forse, ho sbagliato epoca».

 
Scritto da Giuliano Montaldo   
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