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SIMONETTA RUBINATO NEWSLETTER
Lunedì 25 Novembre 2019 16:27

25 novembre 2019

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Piazza di San Marco, Francesco Chilone, 1815

VENEZIA IN GINOCCHIO PER "CONCLAMATA IGNAVIA POLITICO-BUROCRATICA”

 

Un’alta marea eccezionale ha devastato nella notte del 12 novembre scorso la città di Venezia, ferita nel profondo come forse non è mai successo prima. Siamo rimasti tutti sconvolti dalle immagini di piazza San Marco (e non solo) e ci siamo stretti intorno ai veneziani, a chi stava lottando per salvare i propri beni e attività, a chi era impegnato nel soccorso delle persone o per salvare un patrimonio artistico e storico straordinario. Ed è stato bello vedere i tanti giovani arrivati a dare una mano. Ma allo stesso tempo il mondo è rimasto sconcertato dallo scoprire che l’opera progettata oltre trent’anni fa per salvare Venezia dopo l’alluvione del ’66, il Mose, per la cui realizzazione si sono spesi sinora miliardi di euro e che è stato al centro tra il 2013 e il 2014 di una vicenda giudiziaria per corruzione di funzionari, imprenditori e politici, è ancora da completare e neppure si sa se funzionerà. Una beffa tragica si è aggiunta così ai danni immani subiti da un patrimonio che è di tutta l’umanità. 
In un editoriale sul Corriere del Veneto del 14 novembre scorso Paolo Costa, un veneziano che conosce le cose per competenze tecniche, ma anche per i ruoli politici rivestiti, ha indicato nella “conclamata ignavia politico-burocratica” la causa del disastro (clicca qui per leggere il suo intervento: https://www.pressreader.com/italy/corriere-del-veneto-venezia-e-mestre/20191114/281505048044695/textview). Difficile trovare una sintesi migliore: dopo 53 anni dall''acqua granda' del '66, si sono consumati 44 governi della Repubblica e quasi 8 miliardi di euro di spesa a carico dei contribuenti italiani per un'opera ad oggi realizzata al 95%, che al momento fatale non è servita a nulla. Il Provveditore alle Opere Pubbliche del Veneto attende ancora di essere nominato da mesi e la stessa, pure tardiva, nomina del Supercommissario Elisabetta Spitz per finire il Mose almeno per il 2021 è un'implicita ammissione dell'inadeguata organizzazione istituzionale vigente. Un perverso sistema politico-burocratico che impiomba il Paese da decenni e che nei meandri di competenze e procedure non permette mai ai cittadini di capire di chi sia la responsabilità. Perché quando tutti sono responsabili nessuno in realtà è responsabile. 
In un Paese civile questo dovrebbe generare l'indignazione necessaria per un radicale cambiamento, ispirato al principio autonomistico previsto insieme al decentramento dall'art. 5 della Costituzione, che ha in sé la carica rivoluzionaria necessaria a riformare l'organizzazione dello Stato partendo dal basso: chiarezza delle competenze attribuite sulla base del principio di sussidiarietà, efficacia dell'azione amministrativa misurata su obiettivi, trasparenza nella rendicontazione delle risorse fiscali. Perché Autonomia è responsabilità. Perché è nella Comunità locale che "possono nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura ed una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure il pensare a quello che si lascia ai propri figli e nipoti" (da Enciclica Laudato Si'). A questo link l’approfondimento integrale: https://www.simonettarubinato.it/index.php?area=6&menu=114&page=327&lingua=4&idnotizia=5298

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SCURATI: "LA RINASCITA DELLA CITTA' SVENDUTA

PUO' COMINCIARE DA UN REFERENDUM"


Lo scrittore e docente universitario Antonio Scurati, nato a Napoli ma che a Venezia c'è cresciuto, ha pubblicato sul Corriere della Sera del 16 novembre scorso il suo atto d’accusa contro la “catastrofe” non solo ambientale, ma anche “culturale, civile, politica e demografica” che ha sommerso Venezia, un editoriale in cui ha anche preso posizione nel dibattito in corso a Venezia-Mestre sul prossimo referendum per la separazione delle due realtà cittadine. "Il 1 dicembre a Venezia - scrive - si vota ancora una volta per l’autonomia amministrativa della città. Nessuno lo sa. Non se ne parla. Lo stesso sindaco, interessato al fallimento del referendum, scoraggia il voto. E, invece, proprio da questo voto può cominciare la rinascita. Venezia ha un disperato bisogno di un’amministrazione dedicata alla sua particolare realtà, sublime, fragile e unica. Non è solo suggestione poetica o campanilismo becero. Solo chi vive in città, chi respira il tanfo dei fanghi, chi soffoca sotto la marea turistica, può provvedere ai suoi bisogni (l’attuale sindaco vive a Mogliano, la giunta si riunisce quasi sempre negli uffici comunali di Mestre e soltanto un assessore su 9 è di Venezia). Bisogna affermare un principio di responsabilità, oltre che di autogoverno. Spezzare l’anomalia di un sindaco eletto altrove (Mestre conta una popolazione doppia rispetto a Venezia) che sacrifica Venezia ai suoi elettori di terraferma, con interessi spesso divergenti o antitetici. L’idea di città anfibia — Venezia «centro storico» con la sua periferia industriale — si è dimostrata fallimentare, se non disastrosa. Per sopravvivere nel secondo millennio della sua storia gloriosa Venezia deve tornare a essere non un «centro storico» ma una città nel senso più pieno della parola, con i suoi confini d’acqua, le sue difese contro l’invasione del mare e dei turisti, un suo popolo vivente che esprima i propri amministratori responsabili. Ripartiamo da qui. Dalla mobilitazione civica per il voto del 1 dicembre..."  (a questo link l’intervento integrale: https://bit.ly/2DahxQa)
Tre giorni dopo, il 19 novembre scorso, Scurati ha annullato la prevista presentazione a Venezia del suo nuovo libro "M. Il figlio del secolo", decidendo di prendere invece parte alla contemporanea assemblea cittadina al Teatro Goldoni dal titolo "Sì o No? Dibattito pubblico sul referendum per l'autonomia di Venezia-Mestre". Nell’occasione, cui ho partecipato anch’io, davanti a un teatro affollatissimo persino nell’atrio, Scurati ha letto le pagine iniziali del suo romanzo del 2011, "La seconda mezzanotte” edito da Bompiani, in cui raccontava una Venezia sommersa dal mare definendolo "allora fantascientifico e oggi tragicamente realista”.

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AUTONOMIA

LEGGE QUADRO SULL’AUTONOMIA: 
RIAFFERMA CENTRALISMO STATALE CONTRO LO SPIRITO DELL’ART. 116 COST.


I due articoli di cui si compone il disegno di legge predisposto dal ministro per gli Affari regionali non sono certamente espressione di una cultura dell’autonomia: anzi, con il pretesto dell’autonomia differenziata, il testo riafferma il centralismo dello Stato contro lo spirito dell’art. 116, 3° comma, della Costituzione, che è quello di avvicinare le Regioni ordinarie alle Regioni a Statuto Speciale citate nei due commi precedenti. Basta leggere le norme abbozzate: sulla determinazione e trasferimento delle risorse in modo unilaterale da parte del Governo centrale, contro lo spirito del concetto di intesa che presuppone un rapporto paritetico tra Stato e Regione; sul perdurare, in caso di ritardo nella determinazione dei Lep da parte del primo, del criterio della spesa storica; sulla “previsione della facoltà dello Stato di stabilire (dunque d’imperio, in via unilaterale), in relazione agli andamenti del ciclo economico e dei conti pubblici, misure a carico della Regione”. Quanto poi al previsto Commissario, che dovrebbe accelerare la determinazione di Lep e fabbisogni, nonchè il trasferimento concreto delle funzioni, la sua nomina nella persona di un funzionario ministeriale fa riflettere: è un po' come mettere a servizio dell’Avis (ovvero della richiesta di maggiore l’autonomia) Dracula in persona (ossia proprio un esponente della burocrazia centralista). A questo link trovi il testo del disegno di legge e la sua analisi in un pezzo del Corriere del Veneto: https://www.simonettarubinato.it/index.php?area=6&menu=114&page=327&lingua=4&np=1&idnotizia=5297.
Se si aveva qualche dubbio al riguardo, lo stesso è stato del tutto cancellato dalla risposta che il  ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha dato al question time della Camera il 20 novembre scorso, in cui ha affermato che serve una legge quadro che in esecuzione degli artt. 116 e segg. Cost. (e cioè in nome dell’autonomia!) “consenta automaticamente allo Stato di intervenire in tutte le aree…”, sottolineando la necessità di riaffermare le “ragioni... soprattutto delle amministrazioni centrali” (https://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0263&tipo=stenografico#sed0263.stenografico.tit00040.sub00020).

Strana concezione di autonomia regionale ‘governata’ dallo Stato che tutto vede e che di tutto si deve continuare ad occupare. Come assai singolare è anche il concetto espresso dal ministro di un’autonomia che deve essere uguale per “tutte” le regioni: di fatto un ossimoro, come dire ghiaccio bollente. E che dire della norma che dovrebbe assicurare che nella ripartizione dei fondi pluriennali di investimento, gestiti da sempre dai ministeri, una quota deve essere assegnata prioritariamente alle aeree meno sviluppate, sia al Sud che al Nord? Una norma superflua, visto che la perequazione è da sempre competenza esclusiva dello Stato, ciò che non è in discussione. Mi chiedo che c’entra questo con l’autonomia differenziata richiesta per una serie di funzioni dal Veneto, una Comunità che, tra l’altro, grazie al Pil prodotto dalle sue imprese e lavoratori, se potesse trattenere in misura più equa e adeguata una parte delle proprie risorse fiscali sarebbe perfettamente in grado di farsi carico dei bisogni di tutti i suoi diversi territori valorizzandone le potenzialità, mentre lo Stato potrebbe occuparsi di più e meglio delle aree più deboli del Paese. Il sospetto è che una maggiore autonomia anche finanziaria del Veneto sia proprio quello che nei palazzi romani si vuole evitare per non perdere potere di condizionamento politico. 
In realtà non c’è bisogno di alcuna legge quadro, ma soltanto di attuare la Costituzione dopo 18 anni e ben tre referendum che hanno confermato la riforma del Titolo V (nel 2001, nel 2006 e nel 2016). A conferma di ciò che scrivo ricordo che la Commissione bicamerale Affari Regionali della scorsa Legislatura, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’attuazione del regionalismo differenziato, ha escluso, con voto UNANIME dei Gruppi politici, la necessità di una disciplina legislativa di completamento dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione. Anzi, ha riconosciuto, che "il maggior grado di flessibilità della disciplina offre aspetti di utilità pratica, ampliando gli ambiti rimessi all'accordo fra le parti”. Senza contare che tale legge quadro rischia di essere incostituzionale: secondo il professor Stelio Mangiameli, infatti, “l'art. 116, terzo comma, Cost. disciplina una fonte legislativa atipica e rinforzata, per cui sarebbe un fuor di luogo una legge ordinaria di attuazione di una legge di questo tipo. Non va dimenticato, infatti, che il sistema delle fonti primarie si deve considerare chiuso a livello costituzionale, per cui non residua alcuno spazio di disciplina per dette fonti da parte di fonti pari o sotto ordinate”. Ecco il link all’indagine conoscitiva e al documento conclusivo approvato: https://bit.ly/2seN4y8
Dunque qual è l’obiettivo del giro dell’oca al quale stiamo assistendo? Governi e ministri della Repubblica hanno il compito di attuare le norme costituzionali, non di eluderle, tanto più dopo l'esito largamente maggioritario di un referendum popolare.

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SANITA'

SENTENZA DELLA CONSULTA SU DECRETO SANITA’ CALABRIA CONFERMA CHE  STATO HA GIA’ STRUMENTI CONTRO DISUGUAGLIANZE

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 233/2019 (la trovi a questo link: https://bit.ly/33g0Qxj), ha respinto il ricorso della Regione Calabria, che aveva impugnato il decreto legge n. 35/2019 che l’ha sostanzialmente commissariata per risanare la sanità regionale e garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea), che in Calabria non raggiungono il punteggio minimo. 
La Consulta ha ricordato che "L’intervento nel suo complesso è riconducibile alla competenza esclusiva dello Stato non soltanto perché attinente all’esercizio del potere sostitutivo statale ex art. 120 Cost., (...) ma soprattutto perché rientrante nella sua competenza esclusiva in tema di «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale» ex art. 117, secondo comma, lettera m), Cost." Infatti "«quando una Regione viola gravemente e sistematicamente gli obblighi derivanti dai principi della finanza pubblica allora essa patisce una contrazione della propria sfera di autonomia, a favore di misure adottate per sanzionare tali inadempimenti da parte dello Stato. Dal che il corollario per cui «la deroga alla competenza legislativa delle Regioni, in favore di quella dello Stato, è ammessa nei limiti necessari ad evitare che, in parti del territorio nazionale, gli utenti debbano assoggettarsi ad un regime di assistenza sanitaria inferiore, per quantità e qualità, a quello ritenuto intangibile dallo Stato»". 
Dunque gli strumenti per impedire le disuguaglianze tra cittadini di serie A e di serie B esistono già, basta che lo Stato li utilizzi: a che serve allora la legge-quadro sull'autonomia proposta dal ministro per gli Affari regionali?
A margine vale la pena evidenziare che le risorse umane d'eccellenza della Sanità del Veneto si sono aggiunte di recente al residuo fiscale anche dei contribuenti veneti per andare in soccorso della sanità calabrese. È positivo che il ministro Speranza abbia deciso di ricorrere a chi si è dimostrato capace per aiutare a crescere chi non lo è. Si chiama solidarietà. E rende ancor più intollerabile lo slogan della c.d. secessione dei ricchi coniato da élite e classi dirigenti del Sud per precluderci l'Autonomia riconosciuta dalla Costituzione. Il che non significa che non vi siano cambiamenti da apportare per migliorare la stessa sanità veneta.

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LA RICERCA DI OPENPOLIS E REPORT

FEDERALISMO FISCALE COMUNALE: MA CHI L’HA VISTO?

 

Il 4 novembre scorso si è svolta alla Camera dei Deputati la conferenza stampa della Fondazione Openpolis sullo stato di attuazione del federalismo fiscale per i Comuni delle Regioni ordinarie. Dai dati ed analisi della ricerca di Openpolis (che trovi a questo link: https://bit.ly/2DezgWM) risultano confermate le critiche che rivolgiamo da tempo all'attuale sistema:

1) a quasi vent'anni dalla riforma costituzionale del titolo V, lo Stato non ha ancora individuato i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale per ogni funzione fondamentale attribuita ai Comuni;

2) senza i Lep lo Stato ha calcolato il fabbisogno standard in base alla spesa media per i servizi di Comuni simili, con meccanismi impenetrabili agli addetti ai lavori, figurarsi ai cittadini (sono ben 70 le variabili che ne influenzano il calcolo), per cui ha cristallizzato le inique differenze tra Comuni basate sulla spesa storica;

3) da queste storture sembrano avvantaggiati per lo più i Comuni e le Città del Centro-Nord rispetto a quelli del Centro-Sud, ma in realtà anche molti Comuni del Nord, ad esempio in Veneto (in questo è evidente il divario con l'Emilia-Romagna), risultano deprivati dell'adeguato fabbisogno finanziario. 
Perché lo Stato è ad oggi ancora inadempiente alle norme costituzionali e alla legge n. 42/2009 sul federalismo comunale? Perché - ci spiega Openpolis - se i fabbisogni dei singoli Comuni venissero calcolati con riferimento ai Lep e quindi al fabbisogno reale di servizi dei territori, risulterebbe chiaro che le risorse attualmente a disposizione sarebbero insufficienti: servono almeno ulteriori 1,6 miliardi di euro l'anno per dare più risorse a tutti i Comuni. Non solo: l'attuale fondo perequativo è finanziato dai Comuni stessi con una parte del più ampio Fondo di Solidarietà Comunale, ma la Costituzione prevede che la perequazione a favore dei Comuni con minore capacità fiscale sia fatta invece con risorse dello Stato. Secondo Openpolis la differenza tra il fabbisogno totale e la capacità fiscale di tutti i Comuni italiani nel 2016 è stata di circa 8 miliardi di euro: questa è la cifra della perequazione che lo Stato avrebbe dovuto mettere a disposizione, mentre invece fino ad oggi ha fatto bancomat con le risorse che avrebbe dovuto dare ai Comuni per i servizi ai cittadini. E, in fondo, è solo grazie alla richiesta di autonomia differenziata del Veneto se si è innescato un dibattito che fa finalmente tirar fuori dati sino a qui oscuri.
Nella serata del 4 novembre i dati della ricerca di Openpolis sono stati utilizzati in modo distorto e strumentale dal programma televisivo Report, cha ha rilanciato la trita contrapposizione Nord contro Sud, volutamente confondendo il tema dei fabbisogni dei Comuni con quello diverso dell’autonomia differenziata chiesta da tre Regioni. Forse i due argomenti (federalismo comunale e autonomia) dovrebbero essere approfonditi da un’altra trasmissione, quella di ‘Chi lo ha visto?’ Il Gazzettino ha quindi pubblicato l’8 novembre scorso un mio intervento sulle storture del c.d. federalismo fiscale dei Comuni e sulla strumentalizzazione che ne ha fatto Report.

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A PROPOSITO DI RISORSE

RAPPORTO SVIMEZ 2019: MA IL SUD VUOLE DAVVERO LO SVILUPPO? 

Il Mattino di Napoli in occasione della presentazione del Rapporto Svimez 2019 ha pubblicato il 5 novembre scorso una grafica dal titolo "DOVE VA il reddito di cittadinanza". Magari sarebbe stato utile pubblicarne anche un'altra, per spiegare "DA DOVE ARRIVA il reddito di cittadinanza". Si tratta infatti di un ulteriore trasferimento netto aggiuntivo di risorse ai 4 punti di PIL da sempre trasferiti dallo Stato dal Nord al Sud del Paese, una redistribuzione di 60-70 miliardi di euro all'anno (più di 2.000 miliardi negli ultimi trent’anni, pari a quanto investito dalla Germania nella ex DDR) risultata tuttavia drammaticamente del tutto inefficace sino ad oggi nel ridurre il divario del Mezzogiorno. 
E’ paradossale che di fronte a questo dato di fatto la Svimez ci spieghi che le regioni storiche locomotive del Paese hanno smesso di tirare e perdono colpi rispetto alle regioni europee anche di alcuni Stati dell'Est europeo perché non si investe abbastanza al Sud e ora le aree più ricche vogliono l'autonomia differenziata! Non si vuol proprio capire che un tale perdurante drenaggio di fondi dai territori produttivi sottrae risorse agli investimenti necessari - nell’epoca dell’economia globale - per la crescita della loro competitività senza tradursi purtroppo in interventi utili alla crescita del Sud. 
Certo, i dati forniti da Svimez sul Mezzogiorno sono drammatici (ma non a causa dell’autonomia differenziata che non c’è). Se persino Domenico Arcuri, amministratore delegato Invitalia, si chiede se "il Sud vuole davvero lo sviluppo, visto che di decine di miliardi assegnati tra fondi europei e Fondo Sviluppo Coesione ne sono stati spesi sinora una cifra irrisoria", almeno la si finisca con i piagnistei contro la 'secessione dei ricchi' e si dia spazio a politiche per lo sviluppo differenziate nei diversi territori. A questo serve l'autonomia differenziata, per evitare che si arrivi alla coesione dei poveri. 
A questo link trovi tutti i materiali sul Rapporto Svimez 2019: http://lnx.svimez.info/svimez/rapporto-2019-tutti-i-materiali/

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RISORSE PER LA RICERCA CHE LO STATO NON SA SPENDERE


Un’altra conferma che il problema in Italia non sono le risorse, ma la capacità dello Stato di spenderle bene. Il Programma Nazionale Ricerca 2015-2020, varato dal governo Renzi, doveva mobilitare 14 miliardi di euro tra fondi nazionali e Ue. Invece dei 2,4 Mld stanziati per il periodo 2015-2018 ne sono stati investiti solo 1,7 e per il periodo 2018-2020 su 5 Mld ad oggi ne sono stati impegnati 0 (zero) perché la delibera Cipe non è mai arrivata. Siamo indietro anche sui bandi UE Horizon2020: ne abbiamo portati a casa solo l’8% pari a 3,5 Mld, contro i 7 della Germania, i 5,8 della Gran Bretagna, i 4,8 della Francia e i 4 della stessa Spagna. Poi andiamo in Europa a chiedere ulteriori spazi di deficit per sostenere la crescita: con quale credibilità? 

Per approfondire leggi l'articolo a questo link: http://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-10-04/italia-avara-ricerca-spesi-17-miliardi-24-172444.php?uuid=ACIu3Hp

 

IL PERSONAGGIO: EMILIO LUSSU

Ai tanti che ignorano quale sia il vero valore dell’autonomia, La Nuova Sardegna ha ricordato il pensiero autonomista di uno dei padri della Repubblica in questo articolo del 6 novembre scorso: https://bit.ly/2rkDAkq 
Per Emilio Lussu il principio di AUTONOMIA era fondamento di libertà e di democrazia, da declinare prima di tutto sul piano etico (perché esso ‘compete solo a chi coltiva in sé i valori della libertà, della dignità, del rispetto e della solidarietà'), quindi sul piano sociale ('autonomia significa che tutto deve venire dal basso, non dall'alto', secondo un concetto di autogoverno sociale e popolare) ed infine sul piano politico-istituzionale, realizzando un ordinamento 'almeno autonomistico regionale'. 
Il suo sogno è anche il nostro sogno e quello di 2,3 milioni di Veneti: consentire all'art. 5 della Costituzione - che Lussu contribuì a scrivere - di sprigionare finalmente la sua carica rivoluzionaria. 

 

IL SONDAGGIO

Nordestini e Veneti appaiono più 'glocali' rispetto a 5 anni fa e molto più del resto d'Italia: questo ciò che emerge dall'ultima indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) condotta - a livello sia nazionale che nel Nord-Est - dal prof. Daniele Marini del Centro Studi di Community Group. Cinque i profili di percezione di appartenenza territoriale degli intervistati che si possono delineare: i “cosmopoliti", gli "italo-globali", i “glocali", gli "italo-locali" e i “localisti". Il terzo profilo, quello dei ‘glocali’, è quello che registra la maggiore adesione nel Nord-Est: il 30,3% della popolazione di quest'area geografica si identifica infatti congiuntamente su un livello regionale/locale e con uno europeo/mondiale, in crescita dal 26% del 2014. Mentre la popolazione italiana si sente maggiormente italo-globale (27,5%), assommando cioè un'identità nazionale a una europea o mondiale, ma è in netto calo dal 39% del 2014. I localisti - in decisa ascesa - sono l’11, 2% a livello nazionale, dato che cala a Nord-Est al 9,1%. Complessivamente la popolazione italiana che manifesta una forte apertura al mondo è pari al 65,1%, quella nordestina al 74,6%. Il che ancora una volta conferma che sovranismo, nazionalismo o localismo non sono le risposte politiche adeguate alle istanze - a partire da quella autonomista - del Veneto e del Nord-Est, che vuole invece aprirsi al mondo mantenendo al contempo la centralità del proprio territorio. A questo link un articolo sull’indagine: https://bit.ly/2OHTyx6

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Scritto da SIMONETTA RUBINATO   
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