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Rivoluzione o no? L’Apple Heart Study e i possibili sviluppi
Venerdì 29 Novembre 2019 12:16

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Poche settimane fa sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine i risultati dell’Apple Heart Study (1), frutto di una partnership tra Apple e la Stanford School of Medicine. Uno studio, questo, che ha fatto molto scalpore, anche a causa dell’eccezionale numero di partecipanti reclutati in tempi record: 419.297 in 8 mesi. Le opinioni degli specialisti sulla ricerca, tuttavia, sono molteplici e non sempre positive. Una delle obiezioni più frequenti, ad esempio, riguarda la sempre più diffusa preoccupazione che la tecnologia possa in qualche modo “superare” la medicina, ponendo nuove domande in campi ancora poco sviluppati, tali da non permettere risposte certe.

 

Al centro dello studio c’era l’Apple Watch, prodotto di punta della Apple per quanto riguarda i cosiddetti “wearable”, i dispositivi indossabili. Se fino a questo momento queste nuove tecnologie erano utilizzate principalmente per attività di fitness o come semplici notificatori, ora la loro capacità di acquisizione ed elaborazione dei dati li pone come strumenti potenzialmente utili anche in ambito medico. In Italia il mercato di questi dispositivi è in netto aumento: “Il secondo trimestre del 2019 segna un +28,8% con 34,2 milioni di pezzi venduti”, come riportato in un recente articolo del Corriere delle Comunicazioni (2).

L’Apple Heart Study era uno studio osservazionale il cui scopo era quello di valutare la capacità dell’Apple Watch di individuare, tramite un algoritmo applicato ai dati raccolti, i soggetti con fibrillazione atriale. Lo studio si suddivideva in quattro fasi principali:

  • notifica d’avviso in caso di rilevamento di una frequenza cardiaca irregolare;
  • visita telemedica da effettuare direttamente tramite l’app;
  • 7 giorni di follow up eseguito con un Holter ECG indossabile ricevuto per posta;
  • ulteriore visita telemedica.

Delle 2161 persone che hanno ricevuto una notifica sono stati però restituiti solo 450 ECG leggibili, un campione le cui dimensioni non hanno permesso, secondo le considerazioni degli autori, di raggiungere la significatività statistica. Episodi di fibrillazione atriale sono stati riscontrati in 153 tracciati, e di questi il 35% dei soggetti con tracciato positivo aveva un’età uguale o maggiore ai 65 anni mentre il 18% aveva un’età inferiore ai 40 anni. Nella discussione a conclusione dell’articolo gli autori specificavano però che lo scopo dello studio era solo quello di riscontrare l’efficacia dell’algoritmo e non quello di impiegare l’Apple Watch come mezzo di screening della popolazione.

“I risultati sono promettenti – ha commentato Stefano Bianchi, direttore UTIC e responsabile UOS di Aritmologia ed Elettrostimolazione Cardiaca all’ospedale Fatebenefratelli San Giovanni Calibita, intervistato in occasione dell’ultimo Congresso PLACE – e rappresentano la direzione che bisogna intraprendere in futuro per quanto riguarda l’utilizzo di internet e dei device che permettono la registrazione di eventi senza utilizzare strumenti che diano lunghe registrazioni, come gli Holter che usiamo in questo momento”.

In un editoriale pubblicato sempre dal NEJM (3), Edward W. Campion e John A. Jarcho hanno però messo in evidenza quelle che dal loro punto di vista sono le principali problematiche dello studio:

  • il 52% dei partecipanti aveva un’età inferiore ai 40 anni e solo il 6% un’età superiore ai 65, un campione dettato da uno dei requisiti necessari per avere accesso allo studio: possedere un iPhone e un Apple Watch;
  • nonostante la notevole capacità di reclutamento iniziale, meno di un quarto delle persone che hanno ricevuto la notifica di alterata frequenza cardiaca ha poi restituito l’ECG. Un dato, questo, legato probabilmente anche alla natura completamente telematica dello studio, la quale potrebbe aver prodotto una difficoltà dei pazienti a fidarsi e affidarsi. Inoltre, anche sapere che a finanziare la ricerca era un colosso come la Apple potrebbe aver sollevato preoccupazioni circa la propria privacy.

Altri hanno poi espresso uno scetticismo anche maggiore. Tra questi Larry Husten, giornalista e autore del blog CardioBrief, molto critico riguardo allo studio e, in generale, all’entusiasmo associato all’adozione di nuove tecnologie in campo medico: “Ci sono sempre conseguenze inaspettate relative all’utilizzo di queste nuove tecnologie, le quali potrebbero provocare lo scatenarsi di forze distopiche”. La sua principale preoccupazione è rivolta alla composizione del gruppo di studio: più della metà dei partecipanti ha un’età inferiore ai 40 anni: una percentuale piuttosto anomala per un gruppo di ricerca sulla fibrillazione atriale, che, secondo l’autore, avrebbe anche contribuito agli scarsi risultati in termini di partecipazione. “Nel mondo reale ci sono molte persone a rischio di fibrillazione atriale […] e molti di loro sono scarsamente seguiti dal sistema sanitario, ma sicuramente i quarantenni in possesso di smart watch non sono tra questi” (4).

Più positivo, invece, Hein Heidbuchel, Presidente dell’European Heart Rhythm Association, il quale ha dichiarato in un video pubblicato dall’account Twitter European Society of Cardiology News: “Penso che lo studio sia importante anche senza guardare ai risultati, perché rappresenta l’inizio di una nuova era. In medicina siamo abituati a prescrivere esami, mentre qui il paziente, in autonomia, si sottopone al test per poi portare i risultati al medico. Penso sia importante non respingere questo nuovo approccio, anzi andrebbe trovato un modo di integrarlo nella comune pratica medica” (5).

Un tentativo in questa direzione è stato fatto recentemente proprio in Italia, a Roma. Un gruppo dell’Ospedale Fatebenefratelli San Giovanni Calibita, guidato da Stefano Bianchi, ha sviluppato un progetto chiamato Stop Ictus, che prevede l’utilizzo dei dispositivi concessi dalla Apple su un campione clinicamente più rilevante: i pazienti con un’età superiore ai 65 anni. Questi, ricorda Bianchi. “hanno una possibilità più alta di fibrillazione atriale e sono quelli che hanno il più alto rischio di ictus cerebrale”. I risultati della ricerca – relativi a più di 5000 soggetti reclutati in soli due giorni (12 e 23 ottobre 2019) durante un evento organizzato appositamente sull’Isola Tiberina – saranno presentati al prossimo Congresso nazionale AIAC, in programma il 23 e 24 aprile 2020 a Bologna.

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Bibliografia

  1. Perez MV, Mahaffey KW, Hedlin H, et al. Large-scale assessment of a smartwatch to identify atrial fibrillation. New England Journal of Medicine 2019; doi: 10.1056/NEJMoa1901183.
  2. Antonio Dini. Wearable in volata, partita a 5 per conquistare il mercato. Corriere delle comunicazioni , Settembre 2019.
  3. Campion EW, Jarcho JA. Watched by Apple. New England Journal of Medicine 2019; doi: 10.1056/NEJMe1913980.
  4. Husten L. What can we learn From the Apple heart study?. Cardiobrief 2019.
  5. https://twitter.com/ESCardioNews/status/1107042035280822273
Scritto da Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione   
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