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Home Notizie Coronavirus e smog, è l'ora delle polemiche: "Chiari legami". "No, non è vero"
Coronavirus e smog, è l'ora delle polemiche: "Chiari legami". "No, non è vero"
Domenica 22 Marzo 2020 16:12

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http://www.memoriacondivisa.it/pdf/pubblicazione%20disastri%20ambientali%20e%20industriali.pdf

 

La correlazione tra le correlazioni tra concentrazione di particolato sembra essere provata. "Può costituire un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali". Ma non tutti gli studiosi sono d'accordo

BOLOGNA - La correlazione tra la concentrazione di smog nelle città e la diffusione del Coronavirus sembra essere provata. Anche se non tutti gli studiosi sono d'accordo. Ecco le loro posizioni.

Chiare evidenze tra Pm10 e diffusione dell'epidemia

"Nessuna ipotesi fantasiosa", ribadiscono gli scienziati. "Il position paper che abbiamo pubblicato parte da evidenze scientifiche riportate in numerosi studi di letteratura in merito. Molte ricerche hanno messo in relazione la velocità di diffusione dei contagi virali con le concentrazioni di particolato atmosferico, che può costituire un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali". La sottolineatura arriva da una nota congiunta di esperti e ricercatori della Società italiana di medicina ambientale (Sima), Università di Bari (UniBa) e di Bologna (UniBo), autori di un position paper pubblicato nei giorni scorsi, in cui si evidenzia "una correlazione tra la presenza di particolato atmosferico nell'aria e la diffusione del coronavirus in determinate aree del Paese". Una correlazione che, secondo molti addetti ai lavori, non avrebbe evidenza scientifica.

Coronavirus, lo smog accelera il contagio? Non è vero, anzi sì

"Il nostro studio - replicano - è condotto con metodo scientifico, basandosi su evidenze. La correlazione è presente. Che i virus si diffondano nell'aria trasportati dalle polveri trova riscontro nella letteratura scientifica. Come trova riscontro il fatto che restino attivi per diverse ore. Perciò è importante ribadire che in condizioni di alte concentrazioni di particolato - avvertono - un metro di distanza tra le persone è necessario, ma potrebbe non bastare, sia in ambienti outdoor che indoor".

"Occorre ridurre le emissioni al minimo e aumentare le distanze tra le persone al massimo avvertono - occorre limitare i contatti al minimo in termini di frequenza e numerosità. D'accordo con le Arpa, che dicono che non basta solo fermare le auto, non è solo così che si riduce il Pm10: abbiamo più volte messo in evidenza il ruolo della meteorologia e della necessità di fermare o ridurre anche le altre potenziali sorgenti". "Certo lo studio scientifico va completato, la correlazione non significa incontrovertibile causalità", puntualizzano Alessandro Miani, presidente Sima, Gianluigi de Gennaro (UniBa) e Leonardo Setti (UniBo).

"Nessuna correlazione dimostrata"

Di parere opposto la Società italiana di aerosol, che rilascia una nota firmata da 70 scienziati di vari enti e istituzioni. "Ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all'esposizione alle polveri atmosferiche" e "si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell'inquinamento" sia, "allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata". 

La Società italiana di aerosol (Ias) interviene dopo la nota di alcuni ricercatori che invece avevano riportato una presunta associazione tra inquinamento da particolato atmosferico (Pm) e diffusione del Covid-19. La Ias, dunque, che annovera tra i suoi soci circa 150 ricercatori esperti sulle problematiche del particolato atmosferico provenienti da Università, Enti di Ricerca, Agenzie regionali e provinciali per la protezione ambientale e dal settore privato ha deciso di esprimere un parere sulla base delle attuali conoscenze che, viene specificato "sono ancora molto limitate e ciò impone di utilizzare la massima cautela nell'interpretazione dei dati disponibili".

Se è vero che l'esposizione, più o meno prolungata, ad alte concentrazioni di polveri aumenta la suscettibilità a malattie respiratorie croniche e cardiovascolari e che questa condizione può peggiorare la situazione sanitaria dei contagiati, così come queste alte concentrazioni sono frequentemente osservate nel nord Italia, soprattutto nella pianura Padana, in inverno, "tuttavia, ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio" dovuto alle polveri.

E' quindi possibile che alcune condizioni meteo, quali la bassa temperatura e l'elevata umidità atmosferica, possano creare un ambiente che favorisce la sopravvivenza del virus, ma "la covarianza fra condizioni di scarsa circolazione atmosferica, formazione di aerosol secondario, accumulo di Pm in prossimità del suolo e diffusione del virus non deve, tuttavia, essere scambiata per un rapporto di causa-effetto".

Quanto ipotizzato, dunque "dovrà essere accuratamente valutata con indagini estese ed approfondite". Nello stesso modo, "si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell'inquinamento come mezzo per combattere il contagio sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata, anche se è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell'aria e sul clima e quindi sulla salute generale".

Scritto da IRMA D'ARIA   
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