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LA BILANCIA DA CHE PARTE DEVE PENDERE
Domenica 31 Maggio 2020 06:29

Gentilissime/i, la bilancia deve pendere dalla parte della giustizia, lasciamolo affermare ai magistrati.

abbiamo seguito ii queste ultimi tempi tutto ciò che attiene alla giustizia degli uomini. Sono anni che non si riesce a trovare il bandolo della matassa. Scandali, pseudo scandali, film già visti sin da bambimo. Impresse nella memoria come  quella del caso Vilma Montesi/ e quello  Martoronai/Ghiani. La giustizia per lunghissimi anni ha appassionato tutto il Paese, chi non ricorda il caso Coppi/Dama Bianca. Eravamo indietro sui Paesi civili, un gap difficile da superare, ci volle la legge sul divorzio. L'autogoverno della magistratura senza le correnti, la renderebbe impermeabile e credibile. La partita si gioca su una tragedia nazionale, la trattativa Stato Mafia. Stralci di conversazione sono a conoscenza di Nino Di Matteo, i protagonisti sono l'aex Paresidente della Repubblica e il Ministro Mancino. Una riforma seria non può partire senza aver fatto prima i conti con una decisione scelleratissima che coinvolse magistrati del calibro di Falcone e Borsellino. L'intervista di Andrea Purgatori sulla 7 Tv, ha scritto sulla roccia verità importanti. Dipanare la matassa è necessario per il bene del futuro dell' Italia. Ci sono morti chie chiedono vendetta, per come sono state spudoratamente consumate. La situazione deve passare nelle autorevolissime mani del Presidente della Repubblica, dal Colle può giungere la parola fine. Se non vogliamo che gli anniversari restino semplici liturgie, tutta la verità deve essere svelata all'opinionie pubblica. In autonomia il Paese deve ripartire, senza zavorre e ricatti, libero di prendere il volo, il volo che ci porti su lidi sicuri. Una classe dirigente, tecninici e burograzia  al servizio della rinascita. Uomini di provata fede democratica, devono traghettare il Paese senza larghe e inutili strette intese. Ci sono tutte le potezialità per fare bene. Ministri inesperti tornino a scuola, studino acquisiscano le conoscenze necessarie. Leggano Moro e Berlinguer. Al Presidente Mattarella aspettano giorni durissimi, tenere coeso il Paese. Deve preservare le libertà faticosamente riconquistate e consolidare la democrazia. Carissimo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, " qualunque cosa tu possa fare , o sosognare di fare, incomincialia. L'audacia ha in se il genio, potere e magia. La Confindustria ha indossato il casco dei Centurioni Romani, con Bonomi al posto di Cesare. E' una partita decisiva. Ci sono le risorse che l'Europa ha messo a dispisizione di tutto il Paese, loro non si accontentano, guardate i Benetton, gli industriali Bergamaschi e Bresciani, marciano al il passo dell' oca, allineati e coperti dietro l'uomo duro, Bonimi, un controsenso.

 

 

IL CASO CASARRUBEA E IL DIRITTO DELLA RICERCA

CHI CERCA LA VERITA’ FINISCE IN TRIBUNALE

Il 4 Ottobre scorso, all’apertura del processo a Casarrubea, a Partinico, c’ erano quasi tutti i familiari delle vittime della strage di Portella della Ginestra e dei tanti sindacalisti uccisi in quegli anni, almeno quelli ancora vivi: dai parenti di Salvatore Carnevale (il sindacalista di Sciara) assassinato nel 1955, a Nico, figlio di Accursio Miraglia, dirigente della Camera del Lavoro di Sciacca ucciso il 4 gennaio 1947; da Antonella Azoti, figlia di Nicolò, segretario della Camera del Lavoro di Baucina, assassinato il 21 dicembre 1946, ai figli di Vincenzo Lo Iacono, ucciso a Partinico assieme al padre di Giuseppe Casarrubea, nella Camera del Lavoro il 22 giugno del 47. C’erano inoltre i rappresentanti di Calogero Cangelosi di Camporeale, di Placido Rizzotto di Corleone, di Epifanio Li Puma, di Michelangelo Salvia e di tanti altri dirigenti sindacali, tutti con le fotografie dei loro cari ad esigere per l’ennesima volta, muti, ma eloquenti, che lo stato rendesse loro verità e giustizia, invece di processare uno di loro. Tutti morti senza giustizia e senza che un processo abbia accertato esecutori e mandanti. Qualcuno, come Placido Rizzotto, non ha neanche una tomba su cui i familiari possano piangerlo e ricordarlo. La vicenda di Placido è emblematica: l’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva ritrovato negli anfratti della Rocca Busambra alcuni resti. I familiari del sindacalista corleonese li avevano riconosciuti, di fronte al magistrato, come appartenenti al loro congiunto, ma la magistratura negò il riconoscimento ufficiale. Ed ecco l’assurdo storico: Luciano Liggio ha la sua tomba, ma Placido Rizzotto no. Per lo Stato il suo corpo non esiste. Non esistono neanche i suoi assassini.

Uno spezzone di società ha pagato sulla propria pelle la volontà di riscatto della parte migliore dei siciliani, la propria sete di giustizia e di verità.  Sono passati ormai 55 anni e sui fatti di Portella e sui tanti omicidi di mafia di quel periodo è calato il velo dell’oblio e del silenzio, la stessa memoria è stata rimossa, tranne  rivangarla in qualche rara occasione, in qualche anniversario. Ma giustizia non è fatta!

Eppure se si vuole capire la Sicilia, se si vuole ricostruirne un’identità positiva, bisogna partire da qui, da queste testimonianze, dall’ansia di libertà che esprimevano questi uomini, vittime della violenza mafiosa e dell ’intreccio torbido tra istituzioni di allora, banditi, mafiosi e probabilmente servizi segreti americani. Lo intuì il sociologo triestino Danilo Dolci, quando nei primi anni della sua attività in quest’area della Sicilia occidentale, in “Chi gioca solo”, “Spreco” e in “Racconti siciliani”, ricostruì, in pagine memorabili per efficacia espressiva, attraverso le testimonianze dirette di compagni ed amici le vicende di Placido Rizzotto e di Accursio Miraglia, nell’intento di recuperare la memoria storica e l’identità  del popolo siciliano. Un filo rosso sembra legare, da questo punto di vista, Casarrubea a Danilo Dolci: lo storico partinicese da anni si è battuto per squarciare quei veli che nascondono la verità sulla strage di Portella e sugli altri omicidi di dirigenti sindacali e di singoli cittadini di quell’epoca così torbida, eppure così importante, perché allora si fondarono l’autonomia siciliana e la Repubblica italiana.

Con un lavoro certosino, con lucida testardaggine, Casarrubea  ha cercato di trovare la verità al di là della ricostruzione ufficiale che cela mille contraddizioni, ha consultato i molti faldoni del Processo di Viterbo e di quello di appello di Roma, le migliaia di pagine di verbali, la ricchissima bibliografia di cinquant’anni, nonché gli atti recentemente desecretati della Commissione Antimafia. in questo spinto da esigenze di ricerca storica, ma anche dal fatto di essere figlio di una delle vittime di quelle
stragi: suo padre, infatti, come già detto prima, perse la vita il 22 giugno del 1947 nell’assalto alla Camera del Lavoro di Partinico da parte della banda Giuliano, come allora si disse. Ma la sua ricerca ha condotto a esiti non prevedibili. A poco a poco si è delineato un quadro inedito: Casarrubea ha aperto squarci di luce sulle tante zone d’ombra, al cui interno avevano riposato per lunghi decenni tranquille convivenze e strani intrecci; ha mirato alto, ha contestualizzato micro-eventi, per ricondurli entro un quadro più ampio e sconosciuto ai più, che desse una spiegazione plausibile alle tante strane morti di quanti conoscevano le trame sottese alle stragi di quegli anni di piombo.

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 Prima per importanza quella di Salvatore Giuliano, nel ‘50, con la messinscena del cadavere sistemato all’interno del Cortile Di Maria a Castelvetrano; poi quella di Gaspare Pisciotta, nel 54, per avvelenamento da stricnina, nel carcere di Palermo, il luogo, per antonomasia, più controllato e più protetto; di Salvatore Ferreri, inteso Fra’ Diavolo”,nel 47, bandito che aveva sparato a Portella e che era al contempo confidente dell’ispettore di polizia Messana, ucciso stranamente dentro una caserma dei carabinieri ad Alcamo; di Angelo Taormina, Federico Mazzola, Francesco Passatempo, stranamente saltati in aria su un ordigno nel 47. Si possono poi citare i fratelli di quest’ultimo bandito, Giuseppe, ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri nel 48 e Salvatore ammazzato nelle campagne di Camporeale nel 52;  Angelo Russo, ucciso nello stesso carcere dell’Ucciardone, tre settimane dopo Pisciotta. E ancora Nitto Minasola (tramite tra la mafia e i banditi),  Ciro Verdiani, ispettore di polizia, che aveva rapporti amichevoli con Giuliano;  Giacomo Cusumano Geloso, secondo Pisciotta, il tramite tra i banditi e Roma; e la lista potrebbe continuare.

Nell’affrontare fatti e vicende tanto lontani nel tempo, ma tanto scabrosi, Casarrubea ha urtato un nervo scoperto e la suscettibilità del generale in pensione Roberto Giallombardo, a quei tempi giovane capitano dei carabinieri, comandante della caserma di Alcamo che l’ha denunciato per diffamazione.

Il processo a Casarrubea, che verrà ripreso il 31 Gennaio 2003 a Partinico, rimanda però a diversi livelli di riflessione: Il primo riguarda lo stesso concetto di giustizia: mentre non si conoscono, a distanza di più di cinquant’anni, i mandanti della strage di Portella e degli omicidi successivi a questa, si sta mettendo alla sbarra una persona segnata drammaticamente da quegli eventi, che ha cercato la verità su di essi, ancora avvolta nel mistero e nell’insabbiamento comodo delle versioni ufficiali. L’altro livello attiene alla ricerca storica: di questo passo, se non viene garantita, la libertà di ricerca storica, che anzi viene processata, d’ora in avanti, si potrà fare storia solo su avvenimenti molto lontani nel tempo, senza toccare e urtare la suscettibilità di nessuno. E’ lecito poi porsi un interrogativo: è possibile processare la scienza, trascinare la conoscenza storica nei tribunali? Con queste affermazioni, però, oggi si va controcorrente. I tempi in cui viviamo, vedono prevalere la dimensione dell’hic et nunc della realtà virtuale, la perdita della dimensione diacronica della storia: si vive solo nel presente, mentre il passato e la sua stessa memoria vengono rimossi. Al contempo si sta avviando un processo di revisionismo storico che coinvolge il periodo della lotta di liberazione dal fascismo, ma non solo; ed avvengono fatti che preoccupano per le sorti della democrazia e per la libertà di ricerca e di insegnamento: viene rimossa dall’incarico una persona come la professoressa Paola Carucci, ex sovrintendente all’Archivio centrale dello Stato che ha accumulato memoria, conoscenze e competenze preziose per i ricercatori della storia contemporanea; si mettono in discussione i libri di testo, gli autori, gli storici, gli insegnanti e la stessa libertà ed autonomia di insegnamento e di ricerca storica, mentre un recente documento, approvato a maggioranza dalla Commissione Cultura della Camera, dà mandato al Ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, di controllare i contenuti dei libri di testo di storia e lo stesso insegnamento della disciplina. Sembrerebbe di essere tornati al clima della censura da parte del Ministero della Cultura del periodo fascista! Per tutti questi motivi, non si può non solidarizzare con Casarrubea in questa vicenda processuale che lo vede coinvolto come imputato.

Conosco Casarrubea da  sempre. Ha speso la sua vita sui libri e negli archivi. Non lasciamolo solo. Se potete, partecipate all’incontro indetto dall’Associazione ‘Non solo Portella’ per giorno 30 gennaio alle ore 17 al palazzo dei Carmelitani a Partinico (Corso dei Mille, 254). Pensiamo a un momento di protesta del mondo degli intellettuali, delle organizzazioni sindacali, dei partiti democratici, del movimento della società civile. Se non potrete essere presenti, fate sentire la vostra voce, scrivendo a un amico, a un giornale, a un sito web, allo stesso Casarrubea.

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Gino Scasso
docente di italiano e latino
Liceo Classico Partinico
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La pagina http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/casarrubea2.htm
è stata modificata Lunedì 7 ottobre 113, alle ore 21:0:29 - Educazione&Scuola©

Scritto da Gino Scasso   
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