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Il piccolo padre cappuccino
Lunedì 27 Luglio 2020 09:59

 

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Continue ricerche, per cercare di produrre pellicole quanto più aderenti alla realtà.La realtà spesso supera l'immaginazione. Il motivo è semplice, creare quanto più terrore possibile, far passare l'idea dell'intolleranza dei superiori atta ad evitare che la situazione possa ulteriormente degenerare. IL G8 A GENOVA, fu la prova generale, sul grado di addestramento alla violenza, di chi doveve garantire l'ordine. Vengono in mente le ragazze menate e insanguinate, gettate come stracci nei cameroni della caserma di Bolzaneto. Una catena di comando per lo più pavidi e vigliacchi. Noi avemmo la disgrazia e privilegio di vedere molto attraverso i servizi di RAI 3.

La storia di Torino è anche ordine pubblico, ma prima di tutto è mancanza totale di regole, di umanità, di cuore, dove sono finiti i buoni sentimenti.

Sig. Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Abbiamo conosciuto di persona Padre Pio da Pietrelcina. A San Giovanni Rototondo, si costruiva il nuovo Ospedale. Il piccolo padre cappuccino, alle ore 12, quando ci si fermava per fare colazione, era tra i primi a dividere il pezzo di pane di Monte e il caciocavallo con gli operai. A pochi chilometri la miniera di bauxite per l'estrazione dell' alluminio. Eravamo poveri ma dignitosi, abbiamo oggi uno degli ospedali meglio attrezzati a livello Mondiale. Intuizione e un grandissimo cuore.

Le testimonianze di Carmelo Musumeci, hanno illuminato per la sua esperienza diretta, il panorama della violenza nelle carceri, molto viene appreso da appartenenti a gruppi politici estremi. la bestialità è che il carcere ha abdigato al  ruolo di rercupero del reo. Lentamente lo ha emarginato, tolta la credibilità di poter rinascere, crepare di noia tra maltrattamenti e violenze.

 

Radio carcere trasmette tra i detenuti 24h di disperazione. Non ci sono colpe individuali, l'intero sistestema è impazzito. non si tratta più di Nord e Sud, è arrivata l'omologazione  dei comportamtenti. Restano differenze a livello sanitario e scolastico.

Non abbiamo mai creduto ad un uomo solo al comando, alle trasmissioni di approfondimento, L'eccellenze per cambiare i vizi del Paese ci sono. Le racconta in modo magistrale Pier Paolo Pasolini in viaggio in Italia, il Sud di Cristo si è fermato a Eboli. Le migliaia di domande senza risposte dei meridionali.

Pensateci... potremmo essere i testimoni, gli attori di un cambiamento epocale, mai immaginato prima. Abbiamo tutte situzioni al limite, pochi mesi e salta tutto. Dicono che i meridionali hanno la testa dura, quando decidono di superare il Rubicone, nessuno li ferma più. La storia della caserma dei Carabinieri, trasmette il dolore della morte del Generale.

In questo momento così difficile anche il il Governatore della Lombardia, non un giorno può essere sprecato per la riforma epocale, culturale, etica etica che aspettavamo, dall'incontro tra Aldo Moro E Enrico Berlinguer.

Torture in carcere, choc a Torino: “Detenuti picchiati tra le risate”

L’inchiesta della procura: 21 agenti accusati dei pestaggi. Indagato anche il direttore: «Sapeva ma nascose tutto»

giuseppe legato Pubblicato il 21 Luglio 2020 Ultima modifica 22 Luglio 2020 8:07

TORINO. C’è un’inchiesta che scuote il carcere «Lo Russo e Cutugno» di Torino. Che racconta gli orrori che tra marzo 2017 e settembre 2019 si sarebbero consumati nei corridoi, nelle celle e negli spazi comuni dell’istituto. Con 21 agenti della polizia penitenziaria indagati per il reato di tortura. Con un direttore (anche lui indagato) che aveva ricevuto le denunce e avrebbe taciuto, consapevolmente. E – infine - con un comandante del personale che avrebbe addirittura fabbricato dossier falsi per «coprire» le condotte inumane dei suoi sottoposti.

Un’intera scala gerarchica avrebbe cercato di tacitare le precise segnalazioni che Monica Gallo, il garante dei diritti dei detenuti di Torino, aveva fatto dopo aver visitato i carcerati. «Numerose volte» scrive il pm Francesco Pelosi, titolare dell’inchiesta, si era rivolta al direttore Domenico Minervini per chiedere un intervento. Quest’ultimo invece «aiutava gli agenti a eludere le indagini dell’autorità omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza». Che per i magistrati rappresentano «trattamenti inumani e degradanti». Torture. Da ieri ci sono le prime «carte» inviate ai legali degli imputati con l’avviso di chiusura indagini. Gli investigatori hanno ricostruito più di venti episodi di violenze inaudite e inaccettabili. Una lista nera: «Picchiavano e ridevano” scrive la procura nel capo di imputazione di alcuni agenti. Calci, pugni sputi. Come nel caso di Amadou Ibrahim, detenuto, pestato dentro la cella da tre agenti mentre due secondini facevano il palo sull’uscio per accertarsi che nessuno vedesse. A Diego Sivera, altri colleghi «cagionavano acute sofferenze fisiche e un trauma psichico». Lo hanno costretto a rimanere in piedi nel corridoio della sezione a cui era assegnato per 40 lunghissimi minuti. Insultato e costretto a ripetere: «Sono un pezzo di merda». Sono entrati diverse volte nella sua cella «eseguendo perquisizioni arbitrarie, gettandogli i vestiti per terra, strappandogli le mensole dal muro, spruzzando detersivo per piatti sul suo materasso». Poi di nuovo pugni sulla schiena e schiaffi «indossando rigorosamente i guanti» annota il pm.

Altri colleghi dopo aver accompagnato il detenuto Daniele Caruso in infermeria, gli urlavano: «Figlio di puttana, ti devi impiccare». Gli hanno rotto il naso, rischiato di sfondare l’orbita di un occhio, spezzato di netto un incisivo superiore.

E’ capitato che dopo un pestaggio due secondini abbiano avvicinato la vittima minacciandola: «Se ti visiteranno per le lesioni – questo il senso del messaggio – devi dire che ti ha picchiato un altro detenuto». Altrimenti – chiosa la procura – «avrebbero usato nuovamente violenza su di lui di fatto costringendolo, il giorno dopo, a rendere dichiarazioni false ai sanitari».

A Daniele Caruso è andata peggio: «dopo averlo ammanettato e bloccato a terra in attesa che venisse eseguito nei cuoi confronti un Tso, lo colpivano ripetutamente con violenti pugni al costato e, mentre Caruso urlava per il dolore, loro ridevano». Due sindacalisti dell’Osapp sono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio. Sono Gerardo Romano e Leo Beneduci. Grazie alle loro «soffiate» il comandante della polizia penitenziaria del carcere Giovanni Battista Alberotanza, aveva saputo di avere il cellulare sotto controllo nell’ambito di un’inchiesta sui pestaggi in carcere.

Lui stesso «Aiutava gli agenti Dario Celentano, Francesco Piscitelli, Luigi Longo, Gianluca Serafino, benedetto Demichelis, Simone Battisti e altri colleghi, ad eludere le investigazioni dell’Autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni e conducendo un’istruttoria interna dolosamente volta a smentire quanto accaduto».

Il direttore del carcere, ora che l’inchiesta ha investito in pieno i vertici della struttura torinese, ha offerto la sua piena disponibilità agli inquirenti: «Noi siamo pronti a farci interrogare subito dai magistrati - dice Domenico Minervini-. Siamo pronti a spiegare tutto ciò che sappiamo, ci mettiamo a disposizione della magistratura, nella quale abbiamo piena fiducia». —

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Violenze nel carcere di Torino, anche il direttore tra gli indagati, avrebbe coperto

Decine i casi di violenza, in alcuni casi torture

Concluse le indagini della Procura di Torino sulle presunte violenze, in alcuni casi torture, ai danni dei detenuti dl carcere del capoluogo piemontese 'Lorusso-Cutugno'. Nell'inchiesta coordinata dal pm Francesco Pelosi finiscono tra i 25 indagati anche il direttore Domenico Minervini e il capo delle guardie carcerarie Giovanni Battista Alberotanza che, secondo l'accusa, avrebbero sempre coperto gli episodi. Entrambi sono accusati di favoreggiamento, il direttore anche di omessa denuncia. 

Sono state decine i casi di violenze denunciati dai detenuti del carcere "Lorusso-Cotugno" di Torino e nelle relazioni della Garante dei diritti delle persone private delle libertà Monica Gallo. Violenze che le guardie carcerarie avrebbero operato nei confronti dei detenuti più fragili, quelli che dimostravano qualche scompenso psichico e che sarebbero stati obbligati a spogliarsi, venivano picchiati e costretti a ripetere frasi come "sono un pezzo di m...". Le loro celle venivano devastate. Per questo, dopo la denuncia del Garante, già lo scorso ottobre erano state eseguite sei ordinanze di arresti domiciliari per altrettanti agenti della polizia penitenziaria.

Tra le ipotesi di reato per gli altri indagati lesioni e per alcuni, la tortura, mai contestato prima in un'inchiesta che riguardasse fatti avvenuti in carcere. Nelle carte la procura descrive quanto emerso come una serie di "condotte che comportavano un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona detenuta". Un'inchiesta lunga e complessa anche su fatti risalenti anche al 2017 quando iniziano a circolare le prime voci di detenuti picchiati e umiliati da guardie.

L'inchiesta, di cui oggi è stata depositata la conclusione delle indagini, è partita quasi un anno fa quando la garante ha denunciato in procura una serie di episodi che le furono raccontati da alcune delle persone arrestate.

Scritto da monicacristina.gallo@collaboratori.comune.torino.it   
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