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UN ANNO FA CI LASCIAVA ANTONIO IOSA
Lunedì 07 Settembre 2020 07:52

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29 AGOSTO 2019 - 29 AGOSTO 2020

 

È trascorso un anno, ma sembrerebbe soltanto ieri se le vicissitudini del nostro Paese, di questo 2020 tanto drammatico quanto surreale, non ci avessero fatto riflettere a lungo sull’importanza della vita e dei valori di lealtà, semplicità e rispetto, spesso dimenticati e trascurati dalla società consumistica contemporanea, ai quali il nostro caro Antonio era profondamente legato. Le aveva passate tutte nella vita, dalla povertà nella sua terra contadina prebellica, dalle fatiche di immigrato per farsi accettare in una società che emarginava chi proveniva dal sud, dagli attentati degli opposti estremismi, prima nel 1971 da parte degli squadristi neri e poi nel 1980 con la gambizzazione da parte delle brigate rosse che l’ha segnato per tutta la vita. Peripezie alle quali Antonio aveva sempre reagito con forza e determinazione e a volte anche con autoironia, come quando si faceva chiamare “Il soldato Iosa” per le sue continue lotte per il sostegno e la sopravvivenza della Fondazione Perini e per commemorare le vittime del terrorismo e di strage che rischiavano di essere dimenticate dalle Istituzioni.

Dio gli ha risparmiato, con un tempismo quasi perfetto, la tragedia del 2020. Chissà però come avrebbe reagito al nemico oscuro del Covid-19?


Antonio ha lasciando un vuoto incolmabile, non solo per la famiglia e gli amici, ma anche per l’intera città di Milano alla quale ha dedicato sessant'anni della sua vita e che nel novembre scorso l’ha iscritto, a giusto titolo, al Famedio tra i grandi della nostra bellissima città!

Oggi non è facile portare avanti la Sua missione ma la Fondazione Carlo Perini vuole ricordare e portare avanti i Suoi sforzi di una vita di impegni e sacrifici. Ricordiamo che nonostante l’infame attentato terroristico del 1 aprile 1980, che colpì proprio lui che si era sempre schierato dalla parte della povera gente e degli abitanti dei quartieri popolari più dimenticati della metropoli lombarda, riuscì a reagire come se il sangue versato fosse diventato un'iniezione di energia, per andare avanti con ancora più forza e determinazione e con uno scopo in più: quello di insegnare alle generazioni future i valori di legalità, giustizia e rispetto della vita umana, riuscendo a trasformare la Sua sofferenza e il Suo dolore, fisico e psicologico, in un dono da trasmettere alle generazioni future.

Chi ha conosciuto Antonio, da sessanta anni o da sei mesi, lo ricorda quindi con affetto e ammirazione per la Sua azione socioculturale, con un riconoscimento trasversale del coraggio, della forza d’animo e della tenacia che lo hanno contraddistinto per il Suo instancabile e straordinario impegno civile incondizionato e senza pretesa alcuna, se non quella di portare la cultura nelle periferie, in quelle più degradate, come prerogativa per i più deboli e per gli emarginati.

È trascorso un anno, ma sembrerebbe soltanto ieri se le vicissitudini del nostro Paese, di questo 2020 tanto drammatico quanto surreale, non ci avessero fatto riflettere a lungo sull’importanza della vita e dei valori di lealtà, semplicità e rispetto, spesso dimenticati e trascurati dalla società consumistica contemporanea, ai quali il nostro caro Antonio era profondamente legato. Le aveva passate tutte nella vita, dalla povertà nella sua terra contadina prebellica, dalle fatiche di immigrato per farsi accettare in una società che emarginava chi proveniva dal sud, dagli attentati degli opposti estremismi, prima nel 1971 da parte degli squadristi neri e poi nel 1980 con la gambizzazione da parte delle brigate rosse che l’ha segnato per tutta la vita. Peripezie alle quali Antonio aveva sempre reagito con forza e determinazione e a volte anche con autoironia, come quando si faceva chiamare “Il soldato Iosa” per le sue continue lotte per il sostegno e la sopravvivenza della Fondazione Perini e per commemorare le vittime del terrorismo e di strage che rischiavano di essere dimenticate dalle Istituzioni.

Dio gli ha risparmiato, con un tempismo quasi perfetto, la tragedia del 2020. Chissà però come avrebbe reagito al nemico oscuro del Covid-19?


Antonio ha lasciando un vuoto incolmabile, non solo per la famiglia e gli amici, ma anche per l’intera città di Milano alla quale ha dedicato sessant'anni della sua vita e che nel novembre scorso l’ha iscritto, a giusto titolo, al Famedio tra i grandi della nostra bellissima città!

Oggi non è facile portare avanti la Sua missione ma la Fondazione Carlo Perini vuole ricordare e portare avanti i Suoi sforzi di una vita di impegni e sacrifici. Ricordiamo che nonostante l’infame attentato terroristico del 1 aprile 1980, che colpì proprio lui che si era sempre schierato dalla parte della povera gente e degli abitanti dei quartieri popolari più dimenticati della metropoli lombarda, riuscì a reagire come se il sangue versato fosse diventato un'iniezione di energia, per andare avanti con ancora più forza e determinazione e con uno scopo in più: quello di insegnare alle generazioni future i valori di legalità, giustizia e rispetto della vita umana, riuscendo a trasformare la Sua sofferenza e il Suo dolore, fisico e psicologico, in un dono da trasmettere alle generazioni future.

Chi ha conosciuto Antonio, da sessanta anni o da sei mesi, lo ricorda quindi con affetto e ammirazione per la Sua azione socioculturale, con un riconoscimento trasversale del coraggio, della forza d’animo e della tenacia che lo hanno contraddistinto per il Suo instancabile e straordinario impegno civile incondizionato e senza pretesa alcuna, se non quella di portare la cultura nelle periferie, in quelle più degradate, come prerogativa per i più deboli e per gli emarginati.

È trascorso un anno, ma sembrerebbe soltanto ieri se le vicissitudini del nostro Paese, di questo 2020 tanto drammatico quanto surreale, non ci avessero fatto riflettere a lungo sull’importanza della vita e dei valori di lealtà, semplicità e rispetto, spesso dimenticati e trascurati dalla società consumistica contemporanea, ai quali il nostro caro Antonio era profondamente legato. Le aveva passate tutte nella vita, dalla povertà nella sua terra contadina prebellica, dalle fatiche di immigrato per farsi accettare in una società che emarginava chi proveniva dal sud, dagli attentati degli opposti estremismi, prima nel 1971 da parte degli squadristi neri e poi nel 1980 con la gambizzazione da parte delle brigate rosse che l’ha segnato per tutta la vita. Peripezie alle quali Antonio aveva sempre reagito con forza e determinazione e a volte anche con autoironia, come quando si faceva chiamare “Il soldato Iosa” per le sue continue lotte per il sostegno e la sopravvivenza della Fondazione Perini e per commemorare le vittime del terrorismo e di strage che rischiavano di essere dimenticate dalle Istituzioni.

Dio gli ha risparmiato, con un tempismo quasi perfetto, la tragedia del 2020. Chissà però come avrebbe reagito al nemico oscuro del Covid-19?


Antonio ha lasciando un vuoto incolmabile, non solo per la famiglia e gli amici, ma anche per l’intera città di Milano alla quale ha dedicato sessant'anni della sua vita e che nel novembre scorso l’ha iscritto, a giusto titolo, al Famedio tra i grandi della nostra bellissima città!

Oggi non è facile portare avanti la Sua missione ma la Fondazione Carlo Perini vuole ricordare e portare avanti i Suoi sforzi di una vita di impegni e sacrifici. Ricordiamo che nonostante l’infame attentato terroristico del 1 aprile 1980, che colpì proprio lui che si era sempre schierato dalla parte della povera gente e degli abitanti dei quartieri popolari più dimenticati della metropoli lombarda, riuscì a reagire come se il sangue versato fosse diventato un'iniezione di energia, per andare avanti con ancora più forza e determinazione e con uno scopo in più: quello di insegnare alle generazioni future i valori di legalità, giustizia e rispetto della vita umana, riuscendo a trasformare la Sua sofferenza e il Suo dolore, fisico e psicologico, in un dono da trasmettere alle generazioni future.

Chi ha conosciuto Antonio, da sessanta anni o da sei mesi, lo ricorda quindi con affetto e ammirazione per la Sua azione socioculturale, con un riconoscimento trasversale del coraggio, della forza d’animo e della tenacia che lo hanno contraddistinto per il Suo instancabile e straordinario impegno civile incondizionato e senza pretesa alcuna, se non quella di portare la cultura nelle periferie, in quelle più degradate, come prerogativa per i più deboli e per gli emarginati.

E concludiamo con il più grande auspicio di Antonio:

E il cammino della speranza è affidato alle nuove generazioni, alle quali diamo volentieri in eredità la continuità della nostra singolare esperienza, intessuta di confronto e di dialogo interculturale, ricca di studi e ricerche sul territorio urbano per valorizzare la “memoria identitaria storica”.

Christian 
Iosa
Presidente della Fondazione Carlo Perini

Scritto da Mario Arpaia   
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