Iscriviti alla Newsletter:
Home Notizie il buon selvaggio perso nel salotto buono
il buon selvaggio perso nel salotto buono
Domenica 22 Novembre 2020 16:59

CULTURA

Mauro Corona, il buon selvaggio perso nel salotto buono

Ritratto dello scrittore montanaro figlio di ambulanti, nonché scultore, filosofo prêt-à-porter e innalzatore dell’audience tv

corona.jpeg

Mirco Toniolo/Errebi / AGF13/09/2014 Venezia - Premio Campiello 2014 - Mauro Corona - Scrittore

Giusto 50 anni dopo la rivoluzione da salotto delle Black Panthers a casa Bernstein occorre narrare le donne, i cavallier e l’arme di Mauro Corona, un altro buon selvaggio perso dietro alla propria personale rivolta in un contesto altrettanto lontano dal suo mondo d’origine: monti, valli e laghi ghiacciati.
Ai sofa e al cocktail di Park Avenue, storicamente narrato dallo stracitato Tom Wolfe nel suo “Radical Chic”, si sono sostituiti luci di scena, telecamere e collegamenti da studio televisivo, l’altrettanto storico centro di produzione Rai di via Teulada o quello Mediaset del Palatino.

Della candida Felicia, moglie del compositore che ospitò il party newyorchese, oggi Bianca (Berlinguer), Barbara (Palombelli), Daria (Bignardi) hanno preso il posto, invitando - la prima stabilmente fino alla cacciata per troppe e reiterate insolenze, le altre per giornalistica e umana curiosità - lo scrittore montanaro figlio di ambulanti, nonché filosofo prêt-à-porter e innalzatore dell’audience tv.

Il gioco è semplice: porta il mito di Rousseau (quello vero, non l’asettica creatura casaleggiana) sul divano, di tutti gli italiani, in prima serata; fallo concionare in libertà dell’universo mondo dopo aver ascoltato annoiati politici, esperti e ultimamente virologi. Il successo è garantito. Non che di esperimenti sociali simili la storia sia priva. Anche la settima arte ha fornito storie mirabili, dal giovane forestiero e forastico di Truffaut al robusto scimmione (King) Kong. Il problema è che come da copione a un certo punto il selvaggio più o meno buono si rompe i coglioni delle buone maniere e tira fuori la sua natura.

Nel caso di Mauro Corona, le cose sono andate un po’ più per le lunghe rispetto alla media, causa le sue straordinarie capacità di adattamento ad ambienti ostili, la sua verve linguistica da autodidatta colto, e una discreta propensione ad accettare convenienze pratiche e regole del gioco. Fino all’attesa escalation e alle dovute scuse verso la padrona di casa del talk di Rai3, offesa con uno “Stai zitta gallina!”, fuori dal mondo e dallo spirito del tempo. Una volta che un outsider è riuscito a entrare nel tinello, ed è anche consapevole di avercela fatta, mostrarsi addolorato può essere un costo ragionevole.

Tanto più che il nostro uomo sembra essere sincero e vero, almeno quanto le dannate bottiglie presumibilmente scolate e il look da eremita postmoderno e d’alta quota, provvisoriamente di passaggio in qualche baita subalpina: canotta nera, bandana, barba sfatta ed espressione stravolta, da reduce di lunghissime ascese raminghe e solitarie. Verissime anch’esse. Sin dalla tenera e difficile età. L’amore per la montagna “gli entra nel sangue” - si legge sul documentatissimo sito curato dalla figlia (lui scrive sui foglietti di carta) - “durante le battute di caccia ai camosci al seguito del padre”, sulle cime che circondano la sua Erto, Val Zemola, Dolomiti friulane, Alpi Carniche, terra alta cantata da Mario Rigoni Stern

Il Corona arrampicatore è quello che si definirebbe un talento naturale. “Appena tredicenne, in agosto, scala il Monte Duranno ed è del 1968, a diciotto anni, la prima via aperta sul monte Palazza”. Da lì in poi è tutto uno scalare. E nel modo più pericoloso: a mani nude sugli strapiombi che misero in crisi la fede di uno come Manolo, con altri colleghi mezzo uomini mezzo camoscio - lo “zoo di Erto” - rischia la vita, pianta chiodi e attrezza rocce del Friuli, del Veneto, arriva fino a Paklenica, in Croazia. Da solo, ramingo e disperante, sulla montagna cerca la sua pace. “La montagna mi ha dato ciò che amici, donne e genitori non sono riusciti a darmi. Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato e considerato”. Lassù cerca conforto quando il dolore è insopportabile: “Quando le cose non vanno bene mi rifugio su qualche vetta.” E mette alla prova la sua pellaccia: “Più di una volta mi sono affidato alla fortuna, purtroppo. Quando sono finito in una valanga sul monte Lódina o durante scalate in balia di temporali che scaricavano fulmini a un passo da me.”

Con la fortuna, e i giochini agrodolci del destino, il settantenne Corona ha fatto i conti molto presto. Nasce su un carretto pieno di mestoli di legno spinto dai genitori ambulanti e peregrini tra Erto e Baselga del Pinè, alta valle trentina di laghi, sciatori di fondo e pattinatori olimpionici. Non fa in tempo ad aprire gli occhi che viene colpito da una polmonite fulminante da cui sopravvive grazie alle preghiere della nonna Maria. Munito di estrema unzione, dopo sei anni viene catapultato in un’altra valle, lungo il torrente Vajont, dove conosce gli elementi della terra e un barlume di serenità fino alla notte terribile che si abbatte su Longarone. Duemila anime spazzate via e lui e la sua famiglia salvi per i rocamboleschi rimbalzi della valanga d’acqua di cui Corona ricorda un “boato indescrivibile, come il rombo di centinaia di aerei che solcano il cielo”.

Sfiorato dalla tragedia collettiva, il ragazzino Corona deve fare i conti con il dramma privato. Con la madre che se ne va via da casa, esasperata dal padre violento: “Un uomo sconfitto, anche dall’alcol”, che lo manderà a studiare da geometra a Udine “solo perché era gratuito”, lui che voleva andare alla scuola d’arte - “la cosa più lontana da me, invece di studiare mi misi a leggere Tex”. “Un bastardo”, che lo spedì a lavorare in una cava di marmo del monte Buscada, dove si faceva il mazzo ma almeno all’aria aperta e non segregato come al collegio Don Bosco di Pordenone, dove era finito insieme agli altri sfollati del Vajont. “Un lavoro pesantissimo, alla sera eravamo bianchi come le statue. Sono diventato scalpellino riquadratore”. La qualifica è il suo orgoglio. Ancor più che scultore e scrittore, le altre due vite di un certo successo del poliedrico sopravvissuto.

Centinaia di camosci, scoiattoli, uccelli e Madonnine intagliate, come aveva imparato prima dal nonno Felice, poi dall’artista di Falcade Augusto Murer, che lo portano a svalicare in Svizzera. Un suo crocifisso in legno di ulivo campeggia nello studio triestino di Claudio Magris, che non mancò di rimproverarlo in un’osteria, “Non ti accorgi che dici sempre io?”, ma secondo cui il Corona è “un bravissimo scultore”. Una trentina di libri, milioni di copie vendute, un filo rosso che lo lega ai primi racconti per il Gazzettino e soprattutto alla madre Thia, Lucia, che “lascia una casa vuota”, ma piena dei volumi ereditati dal nonno: “Erano il suo sostituto, la traccia che mi collegava a lei”. Dostoevskij, Dickens, Cervantes, il suo modello di scrittore, perché “non sottostava alle imposizioni: approdò in Italia per evitare la condanna al taglio della mano destra, accusato di aver ferito un rivale in una rissa”.

Come il fiero autore del Don Chisciotte, Mauro Corona “non accetta gioghi”. Teorizza esistenze essenziali, “un pasto al giorno e il vino”, passeggia con l’amico fraterno Erri De Luca, si connette sentimentalmente con Francesco Guccini e Marco Paolini. Una rete di ortodossi ben radicati che non ammette sfaldature. Chi prova a entrare nel suo regno stregato rischia grosso, come i vandali che nell’agosto del 2017 gli sfondano una vetrata del suo studio e vengono rincorsi, con un’ascia brandita e a piedi scalzi, ovviamente. “Se li avessi presi non sarei pentito. Li avrei massacrati, macellati, quei vigliacchi”, dichiarerà incazzato come uno dei suoi amati orsi, attirando la curiosità dei fans della legittima difesa. E a chi gli farà notare di essere un po’ in contraddizione, da uomo di sinistra, risponde: “Sì, ma ora ragiono come uno di destra”. E ancora: “Sono di sinistra, il che non vuol dire che mi piaccia questa sinistra”. “Ipocrita e demagoga”, “lontana dalle persone e dal lavoro”. Insomma, com’è, come non è, alla fine la visita di Matteo Salvini arriva. “Perché dovrei negare che gli sto simpatico?”. E il leader della Lega che apprezza i suoi libri, “un respiro dell’anima”, che posta foto “dalla tana del mitico”, confessa di avergli proposto di fare il ministro della Montagna.

In equilibrio su corda tesa con la politica, il montanaro ci sta a modo suo. Vota per l’altro Matteo, il Renzi, dalla faccia “fiduciabile”, a cui la fiducia la toglie ai tempi del referendum: “Vuole riforme da piccolo re”. Contro camion in Valcellina chiede il sostegno dei No Tav. Geneticamente ambientalista, auspica un’autonomia legislativa “per la Val Gardena, per la Val di Susa”. Le leggi le facessero i paesi, “non quelli di Roma, che non sanno nemmeno com’è fatto un albero”. Nel cinquantennale del Vajont chiede a gran voce la visita di Napolitano a Longarone: “Lo volevamo qui, hanno ammazzato duemila persone”.

Zigzagante come un tornante dolomitico, il pensiero politico di Corona può essere intagliato nel legno seguendo le parole di Aldo Grasso: “Si è inventato la parte dell’orco sovranista delle montagne”. Il critico tv non ha mai lesinato critiche puntute ai siparietti tra “il matto del villaggio” e “Bianchina”. Qualche punto di share e 500 euro a puntata. Peccato di vanità confessato quest’estate a Repubblica quando ammette di aver pensato più volte di impiccarsi per “troppo dolore” e di esser pronto a lasciare la tv: “Ho voluto diventare famoso per cattiveria e in parte per vendetta”.

Ma è la tv a lasciare lui. Silurato da Rai3, a sentir lui, vittima di un gioco politico teso a indebolire la Berlinguer e la sinistra per fare spazio ai 5 stelle “vicini” al direttore ex amico Franco Di Mare, ora vorrebbe solo tornare sul luogo del delitto, a Carta Bianca, per chiedere scusa al suo pubblico. Poi forse, presentazioni librarie a parte, sparire sulla sua montagna, che “non è gelosa o invidiosa, non cerca potere né vendetta. Se la rispetti, non ti tradirà. Non è fedele ma leale, sempre”. Quella montagna che gli ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, “si può solo scendere”. Persino su un vassoio con champagne e (gauche) caviar.

 
 
 
 
Scritto da HUFFPOST   
PDF
Stampa
E-mail
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna