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Svastiche e insulti antisemiti
Martedì 12 Gennaio 2021 08:11

Svastiche e insulti antisemiti: su Zoom l'irruzione neofascista contro il libro sulla Shoah

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GENTILISSIME/I,

LEGGETE E DIVULGATE, NON GIRATEVI DALL'ALTRA PARTE, SONO SEMI CHE DARANNO FRUTTI AVVELENATI.

La lettera Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male è sostanzialmente il diario dell'autrice, inviata del settimanale New Yorker, sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann. Il gerarca nazista, rifugiato nel 1945 in Argentina, fu ivi prelevato dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962[1].

La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) è un saggio di Hannah Arendt.

 

Il titolo originale dell'opera è Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil. Non senza ragione, l'editore italiano ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili dell'Olocausto - fosse dovuto non a un'indole maligna, ben radicata nell'anima (come sostenne nel suo Le origini del totalitarismo) quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Abbiamo sotto gli occhi l'attacco al Campidoglio americano, scene che hanno superato l'immaginazione. Soffiare sul fuoco è facile, spegnerlo diventa difficilissimo.

Sarebbe però riduttivo vedere in questo libro una mera critica al totalitarismo. La Arendt si occupa della genesi del male, non tanto della sua manifestazione. Nel pensiero della Arendt per un essere umano è male l'essere un inconsapevole volontario, il braccio intenzionalmente inconsapevole di qualcun altro, ed è qualcosa di estremamente comune e banale, che il potere può organizzare e utilizzare in moltissime maniere. Il regime totalitario è una di quelle possibili, è ingenuo pensare che sia l'unica, banalizzando così il pensiero della Arendt.

Lia Tagliacozzo 
Un'incursione vera e propria, studiata, organizzata, violenta - come fosse in una sala, ma andata tutta in onda online - da parte di un gruppo rimasto anonimo ma contro cui ora partirà una denuncia alla polizia postale. È accaduto durante la presentazione del volume "La generazione del deserto" della scrittrice Lia Tagliacozzo: "È stato scioccante".
 

Insulti antisemiti, urla, minacce, svastiche, immagini di Hitler. Tutto durante la presentazione di un libro sulla memoria della Shoah e l'uso che di quella memoria si può fare oggi, come strumento di civiltà.

È accaduto oggi in diretta Zoom quando Lia Tagliacozzo - scrittrice, giornalista, autrice di "La generazione del deserto", edito da Manni - aveva appena preso la parola per discutere della sua ultima opera in un incontro online organizzato dall'Istituto piemontese per la storia della Resistenza in collaborazione con il Centro di Studi ebraici di Torino.

A raccontare l'accaduto sono stati per primi i suoi due figli, su Facebook, scioccati, arrabbiati, disgustati da quanto avvenuto in rete. "Un gruppo di persone organizzate - scrive Sara, 20 anni, romana - sono entrate in massa nella riunione Zoom della presentazione, mentre stava parlando mia madre. Zittendola. Hanno iniziato ad urlare "ebrei ai forni", "sono tornati i nazisti" ,"vi bruceremo tutti", "dovete morire tutti". Impostando come foto identificativa immagini di Hitler e svastiche enormi".

La copertina del libro di Lia Tagliacozzo, edito da Manni   Un'incursione vera e propria, studiata, organizzata, violenta - come fosse in una sala, ma andata tutta in onda online - da parte di un gruppo rimasto anonimo ma contro cui ora partirà una denuncia alla polizia postale.

"Mi era già successo - aggiunge Sara - in altri contesti non ebraici di trovarmi in situazioni di tensione e anche di scontro con gruppi fascisti e neonazisti. Questa volta è stato diverso. Questa volta era diretto proprio a me, proprio a "noi", per il fatto di essere ebrei. Non mi era mai successo. Non così. Non mi hanno mai augurato di finire nei forni. Non davanti alla mia mamma".

Quando Lia raccontò a sua figlia, per la prima volta, la storia della loro famiglia, deportata durante il rastrellamento del Ghetto e tradita, in un altro episodio, da persone che credevano amiche, "iniziai a piangere disperata - racconta ancora Sara - E mia mamma mi disse: 'Non dobbiamo essere tristi. Dobbiamo essere arrabbiate'. Ebbene sì, oggi mi si sta rompendo il cuore... Dalla rabbia".

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17 Novembre 2020
 
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"Oggi - dice la ragazza - ho capito quanto sia importante non chinare la testa, costruire un mondo in cui i fascisti che mi vogliono nei forni spariscano".

Non abbassare la testa, andare avanti, come ha fatto sua mamma e gli altri organizzatori del dibattito: "È stato scioccante ma non ci hanno fermato, la nostra presentazione è andata avanti, abbiamo continuato a parlare, a ragionare. Mentre loro, dopo due minuti, sono stati allontanati: loro hanno perso, noi abbiamo vinto".

Scritto da QUOTIDIANO LA REPUBBLICA   
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