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Spese folli da Covid, così Arcuri ha sgonfiato i conti alle Regioni
Giovedì 18 Marzo 2021 17:09
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Spese folli da Covid, così Arcuri ha sgonfiato i conti alle Regioni
390 milioni di differenza - I costi dichiarati e quelli rettificati
 
Gentilissime/i,
 
ricordate la telefonata intercettata, dove due imprenditori ridevano, gioivano per il terremoto dell' Aquila, è un classico, immaginate quanti si sono arricchiti sul terremoto in Irpinia. Andai per lavoro nella zona di Balvano, entrai in una casa di due sposini e vidi in uno dei bagni, la vasca per idromassaggi della Iacuzzi, un geometra che progettava case da ristrutturare. Il pensiero corre alla caduta del governo Conte. Ci stavamo arrampicando, poteva cambiare il destino di tantissimi disperati a causa delle chiusure da Covid. Un governo e una struttura che si era formata intono a degli uomini capaci ed onesti. Siamo figli di un Dio minore, può apparire retorico, ma non lo è. Draghi fa tenerezza vederlo in giro, cercare di rincuorare gli italiani super depressi, da una situazione terrebile, un cataclisma. Costretto a sostiture Giuseppi da chi ha da sempre  il potere di cambiare le carte da un giorno all'altro, di impedire a politici responsabili di andare in soccorso del governo, del paese, dei nuovi poveri, commercianti, artigiani di tutti i tipi, l'ossatura della nazione. Nulla può più scandalizzaci; abbiamo appena ricordato la Loggia Massonica P2, con tutti i nomi che fecero parte di un progetto ambizioso che doveva piegare definitivamente le gambe alla nostra giovane democrazia. Cosa siamo diventati, cosa desideriamo dalla vita, una volta superata la pandemia, quale classe dirigente ci aspetta, lo ha raccntato il dott. Bernabè da Lilli Grubere. Ha esperienza e dobbiamo credergli.
 
 
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A.M.
 
 
Quanto vale lo scalpo di Domenico Arcuri? Per le Regioni che non l’hanno mai amato, centinaia di milioni di euro. Quelli che difficilmente avrebbero ottenuto dal commissario defenestrato giusto alla vigilia della maxi-operazione per rifondere le spese per l’emergenza coronavirus sostenute dai governatori e a cui la struttura di Arcuri ha osato fare i conti in tasca. Conti che non tornano, a una ricognizione aggiornata all’8 marzo.
 
Ma riavvolgiamo il nastro al 19 giugno dello scorso anno, quando le Regioni avevano consegnato le tabelle delle spese sostenute per l’emergenza coronavirus dal 31 gennaio al 31 maggio 2020. Un conticino provvisorio da 4,1 miliardi di euro, di cui la metà serviti per assicurare l’assistenza alla popolazione nei Covid hotel, per la distribuzione di generi alimentari e di igiene personale a domicilio, per gli oneri legati all’impiego del volontariato di Protezione civile o per allestire tende e container per i triage da campo.
 
L’altra metà, ossia 2 miliardi, se ne era andata per l’acquisto di farmaci, kit medici, tamponi, apparecchi medicali come i ventilatori, maschere facciali, camici, guanti e mascherine che le Regioni avevano dichiarato di aver speso nonostante ricadessero nei dispositivi di tipo A, B e C per i quali nel frattempo Arcuri aveva disposto l’acquisto centralizzato e la distribuzione direttamente dalla centrale unica in capo alla struttura commissariale. Con cui, per via di tali acquisti, le Regioni avevano avuto un approccio pessimo fin da quando, ad aprile 2020, era stato loro comunicato lo stop all’autorizzazione di acquisti a valere sul fondo nazionale: se proprio avessero voluto fare da sé, i governatori avrebbero ben potuto spendere, ma a patto che si trattasse di fondi propri. Qualche Regione a quel punto aveva dichiarato il rischio di bancarotta, ma senza smettere di acquistare come se non ci fosse un domani denunciando le inefficienze del commissario: il governo per quietare gli animi aveva rassicurato tutti sollecitando però le necessarie rendicontazioni. Su cui Arcuri aveva messo al lavoro il suo staff, anche perché la dimensione degli importi presentati aveva da subito imposto una puntuale ricognizione delle spese. Come quelle della Regione Lombardia guidata dal leghista Attilio Fontana, tanto per fare un esempio. Che aveva dichiarato di aver sostenuto nei primi 5 mesi dell’emergenza una spesa di quasi 900 milioni di euro per ottenere i risultati che già allora erano sotto gli occhi di tutti.
 
Di questa cifra da capogiro, le spese per mascherine, ventilatori e dispositivi analoghi erano inizialmente circa 376 milioni: la ricognizione effettuata dalla struttura commissariale aggiornata all’inizio di marzo di quest’anno ha avuto l’effetto di sgonfiare il conto a quota 161 milioni, euro più euro meno. Peraltro in buona parte spesi in deroga agli ordini del commissario. E che dire della Sicilia di Nello Musumeci? Quasi 350 milioni di spese dichiarate in cinque mesi, di cui 195 per i famosi dispositivi di categoria A, B e C (il cui acquisto in teoria competeva al commissario) e che, rendicontazioni alla mano, sono stati rettificati a quota 66 milioni. E ancora il Piemonte con un cahier de doleances iniziale di 420 milioni, di cui 159 milioni per mascherine, kit e apparecchiature varie che a spulciare le fatture vere corrispondono a 120 milioni. Alla fine, mettendo a confronto il conto presentato da tutte le Regioni a giugno con quello rettificato dalla struttura commissariale, viene fuori una differenza di 390 milioni: se le spese dichiarate a ogni latitudine della penisola ammontavano a circa 2 miliardi, la ricognizione dell’8 marzo di quest’anno dice che la cifra effettivamente spesa è pari a poco più di 1,6 miliardi. E di questi 1,6 miliardi, circa .
Scritto da Ilaria Proietti   
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