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DON PINO PUGLISI E DON PEPPE DIANA
Domenica 21 Marzo 2021 09:34

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LE FOTO DI PEPPE DIANA

A CASAL DI PRINCIPE IN OCCASIONE DELL' ANNIVERSARIO

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Sono le 7,25 del 19 marzo 1994. "Chi è don Peppe?". "Sono io". Cinque colpi di pistola. Risuonano nella sacrestia della chiesa di San Nicola a Casal di Principe.

Così muore don Peppe Diana. Appena 36 anni. Parroco, capo scout Agesci, impegnatissimo coi giovani, vicino concretamente alle persone più fragili, ai disabili, agli immigrati. Sacerdote fin nel più profondo, parlava chiaro, diretto. Non aveva paura di esporsi e di pronunciare il nome “camorra” e di accusare.

E i killer della camorra lo uccisero il giorno del suo onomastico, mentre coi paramenti sacri stava uscendo dalla sacrestia per celebrare la messa. Gli amici lo aspettavano per festeggiarlo, ma non li raggiunse mai.

 

Don Giuseppe Diana, per tutti Peppe o Peppino, era nato a Casal di Principe il 4 luglio 1958, da mamma Jolanda e papà Gennaro, entrambi coltivatori diretti. Famiglia semplice e dignitosa. Nel 1968 entra in seminario ad Aversa. Successivamente continua gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Qui si laurea in teologia biblica e poi si laurea in Filosofia presso l'Università Federico II di Napoli. Nel 1978 entra nell'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto.

Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 è parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo, per diventare poi anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza. Nel 1983, dopo un gravissimo omicidio di camorra con tre ragazzi uccisi e poi bruciati, è tra gli organizzatori di una manifestazione a Casal di Principe nella quale viene distribuito un volantino dal titolo “Basta con la paura”.

Nel 1988, all’indomani dell’assalto alla caserma dei carabinieri a San Cipriano d’Aversa, partecipa alla costituzione di un coordinamento anticamorra dell’agro aversano che produce un documento dal titolo "Liberiamo il futuro", sottoscritto da parroci, partiti politici e associazioni. Dopo la morte dell’ennesimo innocente, un giovane testimone di Geova ucciso per sbaglio, don Peppe fa della lotta alla camorra un impegno costante e continuo.

Va per scuole e associazioni a Caserta e a Napoli e nel 1991 elabora con gli altri parroci della Forania di Casal di Principe il documento "Per amore del mio popolo", ispirato a quello dei Vescovi campani del 1982, che viene distribuito nella notte di Natale. Solo quattro pagine, un "avviso sacro", ma denso e forte. "La camorra, oggi, è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella nostra società campana". Per questo, aggiunge don Peppe con gli altri parroci, "contro questo tentativo, noi, Pastori delle Chiese della Campania, unitamente alle nostre Comunità cristiane, dobbiamo levare alta la voce della denuncia, e riproporre con forza e con nuove iniziative pastorali il progetto dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella verità".

In primo luogo, afferma il documento, "vogliamo sottolineare la contrapposizione stridente che esiste tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo". Parole che anticipano le chiare parole di Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Come quando affermano che "questa sacrilega deformazione culturale e sacramentale, Il fenomeno della camorra ci interroga in maniera perentoria sul nostro modo di essere Chiesa; oggi, in Campania, ci sfida ad essere una vera contrapposizione, una autentica proposta di civiltà, ad essere non solo credenti, ma credibili". Una frase che ricorda l'analoga riflessione del giudice Livatino, ucciso dalla mafia siciliana.

Un documento che si scontra col potere camorrista. Ma non è l'unica causa della reazione violenta del clan. Don Peppe ha ben chiaro, non a caso come aveva capito don Pino Puglisi, vittima di "cosa nostra", che il fronte più importante da presidiare è quello dei giovani, per allontanarli dalle illusioni criminali. E così fece in parrocchia e con gli scout. Come fu tra i primi a capire le problematiche dell'immigrazione, aprendo la parrocchia agli sfruttati e alle vittime della prostituzione.

Un impegno bloccato dal piombo camorrista. Tutto accadde nel silenzio. Non stette in silenzio Augusto Di Meo amico di don Peppe. Era andato in parrocchia per fargli gli auguri per l'onomastico e dargli l’appuntamento per offrirgli la colazione. Mentre usciva vide bene il killer Giuseppe Quadrano e non ebbe alcuna esitazione. Andò dai carabinieri raccontò tutto, contribuendo in maniera determinante all'individuazione e alla condanna di mandanti e esecutori.

Dedicato a Don Peppe Diana Venerdì 17 Aprile 2009 Può un video scuotere le coscienze sino ad inchiodarle dinanzi ad una realtà che sebbene sfregiata dall'iconografia del potere criminale e dalla sua perenne adulazione è ancora suscettibile di cambiamento? Si. Poco più di 60 minuti, tanto è bastato all'instancabile presidente di Memoria Condivisa, Mario Arpaia, per raccontare attraverso il linguaggio universale del cinema la splendida giornata celebrata il 19 Marzo in quel di Casal di Principe in memoria del prete-coraggio ucciso dalla camorra 15 anni orsono: Don Peppino Diana. E' attraverso l'occhio acuto di una telecamerina da cineamatore per nulla soggiogato dal fascino dei blasoni politici ne tanto meno dalle grisaglie del potere che ci ha regalato la vera essenza di quell'evento, la voglia di riscatto di un popolo che sembra finalmente aver ritrovato la voglia ed il gusto di ribellarsi al giogo criminale. Senza retorica nè commenti ma con la sola forza delle immagini che scorrono sullo schermo ecco che come d'incanto l'attenzione è calamitata dai mille volti dei tanti ragazzi accorsi, piuttosto che rapita dall'audio con i nomi delle mille vittime di mafia. Ancora, ammaliata dall'eloquio forte ed appassionato di Don Luigi Ciotti, partecipe della commozione dei familiari di Domenico Noviello, del volto silente e defilato del prof. Nando Dalla Chiesa non che della sofferenza composta dei genitori di Don Peppe. Un piccolo gande contributo quello del presidente Arpaia sulla strada della diffusione della legalità che sarebbe davvero blasfemo ignorare consegnandolo di fatto ad uno stupido oblìo. Viviamo in una terra che ha fatto dell'imposizione dell'omertà e della paura la propria ragione di vita, dove le espressioni di libertà sono meteore destinate a sparire nel giro di pochi attimi, dove i sogni sono un lusso che appartiene sempre agli altri e mai a noi, dove l'unica ribellione ammessa è quella contro se stessi; a tutti spetta saperlo ed aiutarci a cambiare. E' stata solo una manifestazione qualcuno dirà, a cui altri aggiungeranno è solo un video... Piccole grandi testimonianze di una nuova e ritrovata civiltà, però. Raffaele de Chiara

Scritto da FONDAZIONE PERINI   
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