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"Vissi quei momenti da giornalista, con la macchina fotografica al collo
Venerdì 09 Aprile 2021 18:09

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GENTILISSIME/I,

la strage del Moby Prince, non è rapportabile a nessuna altra strage avvenuta in Italia, per mancanza di collaborazione delle istituzioni interessate. La risposta è che quando ci sono di mezzo gli Stati Uniti come per Ustica, ottenere uno straccio di verità diventa quasi impossibile. Interessi economici e geopolitici che impediscono di incriminare i resposabili, gli insabbiatori professionisti. Le inchieste di Atlantide, condotte da Andrea Purgatori, hanno certificato, che il doppio livello nella catena di comando, nelle istituzioni, nello stato è certificato. Il doppio Stato è al centro di tutte le stragi da Portella della ginestra ai giorni nostri. Pensate a quante vite potevano essere salvate se fossero arrivati in tempo i vaccini, in gran parte finanziati dalla Comunità europea. Quali e quanti interessi si nascondono in Big farma, nelle aziende farmaceutiche che detengono i brevetti, sarà uno stillicidio portare a termine le vaccinazioni.

A.M.

Cinque anni senza Emiliano Liuzzi – Così ricordava uno dei primi lavori da cronista: a bordo del Moby Prince 24 ore dopo la tragedia

"Vissi quei momenti da giornalista, con la macchina fotografica al collo, nonostante i miei 22 anni che, da allora, cambiarono aspetto

Oggi, cinque anni fa, moriva Emiliano Liuzzi, firma del Fatto Quotidiano e maestro di alcuni dei giornalisti che ora compongono le redazioni delle varie testate del gruppo. Per ricordarlo ilfattoquotidiano.it ha deciso di ripubblicare uno dei suoi articoli più belli. La scelta è caduta sul racconto delle prime ore successive alla strage del Moby Prince, di cui ricorrono il 10 aprile (sabato prossimo) i trent’anni. Il pezzo fu pubblicato esattamente dieci anni fa nella sezione Blog del Fatto quotidiano.it e racconta una delle prime esperienze di Emiliano da cronista, quando salì sul traghetto all’indomani del disastro in cui morirono 140 tra passeggeri e membri dell’equipaggio, il numero più alto di vittime in mare avvenuto in Italia in tempo di pace. Per fortuna in questi dieci anni qualcosa si è mosso e il pessimismo di Emiliano (giustificato all’epoca), ora ha lasciato spazio alla speranza di una ricostruzione più compiuta. Siamo certi che se fosse ancora qui con noi, Emiliano Liuzzi sarebbe in prima fila a raccontare gli ultimi sviluppi di quella storia che documentò, macchina fotografica al collo, tra i primi in Italia. Ciao Emi ci manchi molto.

 

Non credo verrà mai fatta luce attraverso quella nebbia che la sera del 10 aprile 1991 avvolgeva il mare davanti a Livorno. Come per Ustica, la strage del 2 agosto e piazza Fontana, anche per i 140 morti del più grave disastro della marineria italiana, uomini donne e bambini che quella sera si imbarcarono sul traghetto Moby Prince diretti a Olbia, non ci sarà mai giustizia. A scacciare le ombre ci ha provato qualche anno fa anche un magistrato che stimo molto, Antonio Giaconi, ma si è dovuto arrendere persino uno come lui che è un mastino. Posso raccontarvi quello che vidi io quella notte e nei giorni successivi. Per ricordare.

Vissi quei momenti da giornalista, con la macchina fotografica al collo, nonostante i miei 22 anni che, da allora, cambiarono aspetto. Ero alla finestra di casa, ad Antignano, periferia della città, guardavo l’orizzonte come spesso mi capita nelle pause di riflessione. In mare c’era appunto foschia, ma a un certo momento il fumo riusciva a distinguersi. E non era nebbia. Mio padre allora era condirettore del Tirreno e, naturalmente, era al giornale. Provai a chiamarlo, ma l’interno mi dava occupato. Allora feci il 401141, che era il numero del centralino, e mi feci passare Elisabetta Arrighi, cronista di razza, certo che avrei avuto risposte. Mi disse che probabilmente era una bettolina andata a fuoco, che lei stava scappando in capitaneria perché in quelle informazioni che le avevano dato c’era qualcosa che non le tornava.

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Scoprii più tardi quello che era successo. Altro che bettolina, aveva ragione Arrighi a porsi dubbi: un traghetto era finito contro la petroliera Agip Abruzzo, la prua aveva centrato la cisterna 7, carica di 2700 tonnellate di petrolio Iranian Light e gli aveva riversato addosso greggio e fiamme. Più tardi mio padre mi chiamò, mi disse di andare al porto con la macchina fotografica.

Da lì in poi la consapevolezza di qualcosa di enorme, struggente. Ma niente ancora di quello che avrei visto in seguito. Alla capitaneria, insieme a un collega, andammo negli uffici degli ormeggiatori, i primi ad accorgersi di quello che era successo davvero. Mi ricordo le loro lacrime, la tensione, finirono quasi per menarsi tra di loro in quel caos infernale. Al porto incontrai un altro collega, Furio Domenici. Mi disse che aveva parlato con un amico della Labromare (ditta privata che lavora insieme ai vigili del fuoco per spegnere le fiamme del Moby) e che il giorno successivo saremmo saliti su quella nave a vedere cosa fosse accaduto.

Fummo gli unici due giornalisti a salire sul Moby, io e Domenici. Travestiti (allora il mestiere si faceva così) da operai addetti alla bonifica di quel restava del traghetto. Io ero un ragazzino, Domenici ne aveva già viste di cotte e di crude, aveva seguito il terremoto in Irpinia, le stragi di Natale, i delitti del mostro di Firenze. Ma quando arrivammo al salone De Luxe della nave restammo di pietra. Entrambi. Avevamo delle maschere a coprirci il volto, ma quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata, me lo porto ancora dietro.

La nave era ancora rovente, e le suole degli stivali che ci aveva dato Ghigo Cafferata della Labromare ci si scioglievano sotto i piedi. E poi quel salone. Fatto di brandelli che potevano ricondurre a essere umani, ma che non avremmo riconosciuto. Forse qualcosa di simile si trova nelle rarissime foto di forni crematori. Sì, credo di aver visto da vicino qualcosa di molto simile alla guerra. Anche se il ricordo che mi porto dentro è l’odore. Delle 140 persone non restava niente, si erano sciolte in un tentativo di fuga, forse, ma che non abbiamo mai saputo. Si dice che i passeggeri vennero tutti radunati nel salone mentre la nave prendeva fuoco e in attesa dei soccorsi. Uno degli elementi verosimili di tutta questa tragedia. Tutti particolari che non sapemmo allora e non sappiamo con certezza neanche oggi.

Perché nessuno fuggì da quel salone che era diventato una trappola? Come fece a salvarsi una sola persona? Neanche questo si può accertare, solo un racconto di quel mozzo, Alessio Bertrand, sempre molto confuso. Fu colpa della foschia? Improbabile. Ma soprattutto una cosa: perché i soccorsi partirono in ritardo. Alle 22.25 il marconista del Moby lancia il May Day attraverso una ricetrasmittente portatile, non era in sala radio, ma i soccorsi cercavano l’Agip Abruzzo, il Moby se lo persero. Lo trovarono un’ora e dieci minuti più tardi e quasi per caso.

Il pm Giaconi qualche anno fa si è fatto mandare immagini satellitari, si è riletto le trascrizioni dei messaggi tra l’avvisatore marittimo, la nave Agip Abruzzo, le comunicazioni sul canale vhf 16 della Moby. Non ne è uscito nulla di decisivo. Il fascicolo è stato archiviato.

Sappiamo che in quello specchio di mare c’erano manovre di navi americane che caricavano armi da Camp Darby, come avviene anche oggi con una certa frequenza e grande mistero, visto che le autorità della base non sono tenute ad avvisare dei loro spostamenti. C’era un traffico inconsueto quella notte in porto, e soprattutto c’era una nave, la Theresa, che misteriosamente si allontanò subito dalla zona dell’incidente.

Ma sono solo ipotesi, supposizioni. C’era una partita in tv quella sera e il comandante del Moby, Ugo Chessa, senza possibilità di difendersi, visto che si trovava a prua e fu sicuramente tra i primi a morire, venne accusato anche per quello: i dietrologi sostengono che l’equipaggio inserì presto il pilota automatico per fare i loro comodi. Fantasiosa anche questa come ricostruzione.

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E ancora: quella bettolina, che eppure era in quello specchio d’acqua c’era. Che fine fece? Niente, non lo sappiamo. Io ricordo che le fotografie non riuscii a farle. Ne ho scritto più volte, anni dopo, di quell’incidente, ma sempre con uno stato d’animo confuso dai ricordi. La stessa confusione che mi accompagnò quando scesi dalla Moby, nei giorni a seguire, quando arrivarono i parenti delle vittime e venne allestita una sala dove ricomposero quello che restava dei corpi. Anelli, catenine, orecchini. Impronte dentali. Niente, in pratica.

Quella nebbia si è portata via la Moby e quelle persone che partivano, chi per le vacanze di Pasqua, chi per tornarsene a casa.

Per una serie di coincidenze ho viaggiato con la Moby decine e decine di volte, sulla stessa rotta. Ho passato anni a tentare di ricostruire quello che accadde, tra carte vecchie e nuove, a parlare coi figli del comandante Chessa. A tentare una spiegazione di quello che avvenne. Non sono mai arrivato a nessuna conclusione. Anche perché quando si aprì il processo (se non sbaglio, parte dell’inchiesta fin nelle mani di un magistrato arrestato anni dopo per una corruzione) ero via da Livorno e non lo seguii.

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Ogni anno il 10 aprile torno al porto, alla Darsena Toscana, butto in mare un fiore. Solo per ricordare, consapevole che quelle 140 persone non avranno giustizia. E se per piazza Fontana e le stragi di Natale qualche vaga spiegazione me la sono data, ho capito che alcuni apparati dello Stato non possono parlare, per la Moby no. Non sono riuscito ad arrivare a nessuna conclusione. Non sono arrivato a capire perché coloro che sanno – e ci sono – continuino a non raccontarla giusta.

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GIUSTIZIA IN FIAMMELA STRAGE DEL MOBY PRINCE140 morti in cerca, dopo 25 anni, di giustizia. Accadde in una chiara sera – ore 21 – del 10 aprile 1991 la tragedia senza colpevoli del Moby Prince.

Uno dei tanti buchi neri della nostra storia, uno dei “misteri di Stato” mai risolti, precise responsabilità sempre coperte, via depistaggi anche internazionali. Adesso il capo della Stato Sergio Mattarella chiede che “sia pienamente soddisfatta la ricerca della verità”, esprime “la sua vicinanza ai familiari delle vittime”, nota come “il dolore resta indelebile” e auspica che quella tragedia resti come “un monito permanente per accrescere gli standard di sicurezza e per assicurare che eventi del genere non possano più ripetersi”. Parole che suonano come una beffa ulteriore per quei corpi e per i familiari che ancora piangono per loro. Dagli Stati Uniti – le cui unità navali navigavano a loro perfetto piacimento, e ben numerose, nella rada di Livorno, a traffi-care armi in arrivo dall’Iraq dove era appena “terminata” la guerra d’invasione e distruzione di massa – nessuna notizia, ne-anche un “vaffa” alle richieste d’invio di informazioni circa il traffico navale di quella sera, i tracciati radar, e tutto quanto potesse documentare le “manovre” che hanno tragicamente coinvolto il Moby Prince. Come mai dal presidente Mattarella non è partita –invece del solito cordoglio di stato e di un inedito avviso ai naviganti futuri – una precisa richiesta in tal senso al suo omologo Obama? Il quale, in procinto di lasciare la Casa Bianca, forse avrebbe dato disco verde all’apertura di qualche cassetto targato Cia. O desecretato quello scottante dossier su Camp Derby; e sulle operazioni di alcune unità navali a stelle e strisce, in particolare la Cape Flattery. Un nome, quest’ultimo, che potrebbe risultare “strategico” nello scenario di sangue di quel 10 aprile ’91: un po’come è stato per le francesi Foche e Clemanceau in un altro tra-gico scenario di guerra, quello scatenatosi ad Ustica con l’abbatti-128La Voce delle Voci

mento del Dc 9 Itavia e la morte dei suoi 81 passeggeri, anche loro anime senza giustizia. Ma cosa ha mai fatto la magistratura? Niente. Anzi, peggio. Sentenze ai confini della realtà. Come il primo grado per Moby Prince, nessun colpevole perchè “il fatto non sussiste”. Niente di fatto anche alla Corte d’Appello di Firenze, che però cava almeno un topolino: ossia le testimonianze del primo grado erano farlocche, taroccate. Una presa per i fondelli. Sparite, del resto, non poche prove: ben 8 fascicoli di carte e documenti, volati via, spa-riti nel nulla. Lo scorso autunno, dopo una lunga battaglia, i 5 stelle sono riusciti a far nominare una commissione d’inchiesta. Farà la solita fine di tutte le commissioni di casa nostra? Il presidente, senatore pd Silvio Lai, giorni fa, ricordando le vittime, ha affermato: “Sen-tiamo forte la responsabilità di fare chiarezza sui tragici fatti diquella notte. Se non dovessimo riuscirci chiederemo al governo di farlo”. Una resa anticipata o che? Uno dei primi impegni di Renzi premier è stato quello di far chiarezza sui nostri “buchi neri”, de-secretando un mare di documenti. Peccato che quelle carte – unpo’ come hanno appena fatto gli egiziani con noi per il caso Re-geni – non servano a niente: solo fumo negli occhi...Andrea Cinquegrani 9 aprile 2016DOCUMENTI TOP SECRET Prima missione a Livorno dei membri della commissione sulla strage della Moby Prince, varata la scorsa estate con voto unanime al Senato dopo un lungo pressing dei 5 Stelle. “A quasi 25 anni dalla tragedia i familiari delle 140 vittime hanno il diritto ad avere risposte certe e definitive”, osservano i senatori pentastellati Sara Paglini ed Enrico Cappelletti.Un diritto ancor più pressante soprattutto per la giustizia negata fino ad oggi. Dopo due clamorosi flop giudiziari. La sentenzadi primo grado del 1997, infatti, partorisce un incredibile “il fatto129 Depistaggi

non sussiste”, non ravvisando alcuna responsabilità per la mortedi 140 persone che si trovavano a bordo del Moby Prince quellanotte del 10 aprile 1991. Autocombustione? Un fulmine ‘a ciel se-reno’? Pericolosi tric trac a bordo? Niente, nessuna spiegazione per la collisione con la petroliera Agip Abruzzo e il successivo, tra-gico rogo. E non cava un ragno dal buco neanche la sentenza pro-nunciata dalla Corte d’Appello di Firenze, che riesce però ad accertare che “molte testimonianze del primo grado non rispon-dono a verità”: quindi, un primo grado infarcito di fandonie, bugie, carte taroccate. Oppure sparite nel nulla. Ed è così che, misteriosamente, hanno preso il volo ben 8 fasci-coli trasmessi dal comando dei carabinieri, gruppo di Livorno, alla procura: soprattutto i basilari allegati 1 e 4 che contenevano documenti relativi a movimentazioni di armi in zona. Spariti anche il “registro delle eliche” (l’equivalente della scatola nera pergli aerei) e il “data logger” dell’Agip Abruzzo. Mai consegnati, dagli Usa, le foto satellitari e i tracciati radar, dai quali si possono ricavare elementi strategici per ricostruire la “scena del crimine”. Ma difficilmente il colpevole decide di consegnare le prove che lo inchiodano alle proprie responsabilità. Per questo dagli Stati Uniti non è mai giunta una carta, ignorate le nostre (con ogni pro-babilità deboli, genuflesse) richieste, forse mai attivata una speci-fica rogatoria internazionale, ovviamente per non dar fastidio ai padroni del mondo. Eppure quella sera c’era un gran traffico nel medio Tirreno, un insolito via vai di navi, cargo, imbarcazioni. Si trattava, infatti, del giorno che precedeva il ‘rompete le righe’ per le truppe Usa impe-gnate nel primo conflitto in Iraq, con le unità militari già di ritorno nelle nostre acque. Ed una meta privilegiata era proprio il quartier generale a stelle e strisce di Camp Derby, il cui nome è rimbalzato non poche volte per operazioni targate Gladio. Così ha denun-ciato Carlo Palermo, l’ex magistrato che indagò su mafie & traffici d’armi negli anni ’80, ora avvocato dei familiari delle vittime del Moby Prince. “Ben 7 navi militarizzate, all’apparenza mercantili, quella sera si trovavano in quelle acque, per movimentare arma-130La Voce delle Voci

menti ed esplosivi. Traffici del tutti illegali”. Dello stesso tenore,del resto, le dichiarazioni del capitano Cesare Gentile, del tuttoignorate dalle toghe di primo grado (che invece ne hanno bevutealtre palesemente infondate): “era una serata chiarissima, a nord una grossa nave faceva il carico di armi”, mentre ‘ufficialmente’ c’era una fitta nebbia come in val Padana...Da un teste ignorato a uno non sentito il passo è breve. Sono in molti infatti a chiedersi come mai giudici e pm non abbiamo rite-nuto opportuno raccogliere la verbalizzazione dell’armatore di Moby, ossia Achille Onorato.Riuscirà la neonata commissione, appena al lavoro, a diradare le nebbie (non atmosferiche) nei due a nni che ha a sua disposi-zione? Dagli Usa arriveranno una buona volta immagini e docu-menti, e non più notizie “evasive” o addirittura “surreali” comefino ad oggi?Per la tragedia di Ustica, finalmente, dopo nebbie trentacin-quennali si sta profilando la sagoma di una portaerei francese(Foche o Clemanceau). Salterà fuori per la strage del Moby unodei sette misteriosi vascelli Usa, caso mai di nome Cape Flattery? Andrea Cinquegrani 1 febbraio 2016 VENTICINQUE ANNI DOPO Vuoi vedere che forse stavolta si diradano le nebbie, dopo quasi 25 anni, su uno dei più vergognosi misteri di Stato, su una delle più luride stragi impunite, ovvero la tragedia del MobyPrince che fece 140 morti bruciati e annegati? Dopo incredibili flope letterali farse giudiziarie, come il primo e secondo grado del processo, un piccolo spiraglio, adesso, arriva dalla commissione parlamentare d’inchiesta varata a fine luglio, con un voto presso-chè unanime del Senato. Si sa, le commissioni d’inchiesta quasi mai hanno raggiunto il loro obiettivo: consentono una più chiara lettura storica e fattuale di un certo avvenimento, praticamente mai riescono a incidere sui destini giudiziari di vicende chiuse con131Depistaggi

pietre quasi tombali. Ci sono volute, stavolta, le ben 21 mila firmedi cittadini livornesi e non solo, incazzati neri per una giustizia clamorosamente negata, a far riaprire quel tragico buco nero. Dove c’è – come vedremo poi – una precisa matrice, una firma per quel sangue, clamorosamente mai vista (mai voluta vedere),quella americana: forse ora, con un Obama a fine mandato e in vena di paci e “trasparenze”, è venuto il momento di alzare il si-pario su quella strage di innocenti? Vedremo. Ma adesso rico-struiamo rapidamente i fatti.10 aprile 1991. A poche miglia dal porto di Livorno, dopo una ventina di minuti di navigazione, avviene la sciagura in cui per-dono la vita 78 passeggeri e 63 membri dell’equipaggio, a bordodel traghetto Moby Prince della flotta Moby Lines (ex Navarma),di proprietà dell’armatore Achille Onorato: il traghetto s’infiladritto nel ventre di una petroliera dell’Agip, “Abruzzo”. Un solo superstite, quindi un solo testimone oculare, un mozzo francese ,che fornirà nel corso del processo una versione taroccata: e am-metterà di essere stato pagato per mentire. Un “mare” di anoma-lie, di contraddizioni, di buchi che più neri non si può nel corso dei due processi, che finiscono per addensare una nebbia ancor più fitta di quella che secondo alcuni si addensava, secondo altrinon c’era proprio: topos quasi emblematico di un processo farsa.E val subito la pena di ricordare che la sentenza di primo grado del 31 ottobre 1997 finirà con un incredibile – ma tragica-mente vero – “il fatto non sussiste”. Probabilmente una nave di piromani masochisti che si sono dati appuntamento per una atroce morte in comune. A pronunciare quel verdetto il giudice Germano Lamberti. Il quale, molti anni dopo, e precisamente il 18novembre 2013, verrà condannato dalla Corte di Cassazione per corruzione in atti giudiziari a 4 anni e 9 mesi e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici: per tutt’altra vicenda, lo scandalo “Elbo-poli”, ossia abusi edilizi e scempi ambientali sull’isola toscana. Matanto servirà a far drizzar le orecchie ai parenti delle vittime e ailoro avvocati: se quel giudice s’è fatto comprare per delle cosarelle, figurarsi cosa potrà mai essere successo con il caso Moby132La Voce delle Voci

Prince, dove erano in ballo colossali interessi militari statunitensi! Lievemente migliore la sentenza della Corte d’Appello di Firenze, che darà una limatina all’obbrobrio giuridico del primo grado, riuscendo però a rammentare che quel primo provvedi-mento era stato emesso passando per buone testimonianze pale-semente false, e non facendo verbalizzare testi palese mente attendibili. Se vi par poco. Ma cosa è realmente successo, quella tragica notte, a largo del porto di Livorno e a poche miglia dalla base statunitense di Camp Derby (su cui non è mai stata fatta piena luce, vicende di Gladio comprese)? La data è di fondamentale importanza. Era appena fi-nita “ufficialmente” la prima guerra del Golfo, le navi a stelle e strisce erano rientrate alla base, e proprio quella notte scattavauna sorta di “end”: ossia non erano più consentiti transiti di armi e armamenti. Quindi, era l’ultima occasione da poter sfruttare, per“ operazioni” border line. E quella notte in quelle acque, c’era untraffico navale che neanche nelle ore di punta.... Gallant II, Cape Breton, Cape Flattery, Cape Farwell, Edfin, Theresa (la più misteriosa, perchè secondo alcune versioni “non esiste”, o è subito spa-rita dalla scena del crimine). Con la ciliegina di un elicottero Usa a volteggiare in quei cieli. Passiamo in rapida carrellata i dubbi sollevati dal caso, soprattutto frutto delle indagini portate avanti per anni da Carlo Palermo, l’ex magistrato che per primo indagò sulle maxi tangenti , inizio anni ’80, subì un attentato, e poi passò a fare l’avvocato, in questo caso difendendo i figli del comandante morto nella sciagura, Angelo e Luchino Chessa. A proposito delle due sen-tenze, Palermo sottolinea “lacune, imprecisioni, inesattezze”. Scrive di “oscuramenti”, “coperture”. Più nel concreto, parla esplicitamente di “traffici di armi”. Soggetti riferibili “al Comando militare delle navi statunitensi” e “terzi soggetti non identificati” –denuncia Palermo – “organizzarono, realizzarono ed attuarono, proprio la sera del 10 aprile, una illecita operazione finalizzata a distrarre parte degli armamenti militari americani verso altre rotte”. E spiega: ben 7 navi militarizzate, apparentemente mercan-133 Depistaggi ma in realtà trasportanti materiali bellici, e sottoposte al di-retto controllo del governo Usa, si trovavano lì, asserragliate dentro e fuori il porto di Livorno, per operare movimentazioni di armamenti ed esplosivi militari, incredibilmente non controllate dalle nostre autorità. Insomma, traffici del tutto illegali nell’ultima notte prima del “rompete le righe”. Ma sono tanti i buchi neri sparsi lungo l’incredibile caso. I “registri delle eliche” (una sorta di scatola nera per le navi) spariti, così come il “data logger” dell’Agip Abruzzo (che non venne ne-anche ispezionata). Del resto mai interrogato l’armatore Onorato. Mai consegnate dagli Usa foto satellitari e tracciati radar di quella sera. Volatilizzati gli 8 fascicoli trasmessi dal comando carabinieri del gruppo di Livorno alla procura. Spariti i fondamentali “alle-gati 1 e 4” dove a quanto pare esistevano tracce di movimenta-zioni di armi. Ancora. Che fine ha mai fatto una testimonianza basilare, quella del capitano Cesare Gentile, che interrogato il 15 maggio1996 dirada quelle nebbie che non c’erano e dichiara: “C’era una giornata chiarissima e ho constatato la posizione delle varie naviin rada. Ho visto a nord che c’era una barca che imbarcava le armi. Sul lato dritto c’erano alla fonda 4 navi, mentre a nord c’era una nave grossa illuminata, che era quella che stava facendo il carico delle armi. Il mare era calmissimo e c’era una visibilità mera-vigliosa”. La nave Usa, con ogni probabilità, era la “Cape Flattery”. Men-tre le nebbie sono quelle – come spesso accade – che avvolgono troppe procure.

Andrea Cinquegrani 25 agosto 2015

 

 

 

 

Scritto da Emiliano Liuzzi-Andrea Cinquegrani   
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