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Ogni mattina risvegliarsi come il 25 aprile
Martedì 20 Aprile 2021 10:48

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On line dal 19 aprile il memoriale della Resistenza voluto dall'Anpi in collaborazione con lo Spi Cgil

Il sonno dei vecchi, l’Io che non ci abbandona mai come il ritorno di Ulisse guidato dalla Ragione. Una riflessione del fondatore di Repubblica
Mentre il tempo passa, e non soltanto per me ma per tutti in Italia, in Europa e nell'universo mondo, mi è venuto in mente che una parte notevole degli italiani, quando la guerra mondiale era da poco finita, lanciò un motto fondato sulla data di quel gran finale: "Viva l'Italia democratica e liberale del 25 aprile". Me lo ricordo ancora, io avevo poco più di vent'anni e alla Resistenza avevo partecipato assai poco: mi trovavo in Calabria. (Eugenio Scalfari)

Gli orrori di una guerra, di tutte le guerre

A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.

La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto  destano ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.
 
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GENTILISSIME/I
sindaci Maurizio Verona, Valentina Cuppi,
 
Ero a Pisa, in occasione del Convegno Nazionale, "Dare voce al silenzio degli innocenti" c'erano tutti, tre giorni di riflessioni e di dibattiti: La fatica delle memoria, Verità e giustizia sulle stragi impunite, Dalla verità a all'impegno. A cinquant'anni dalla dalla Liberazione, le piazze d'Italia insaguinate dal progetto della loggia P2 e dal doppio stato, quel secondo livello di chi continua ancora oggi a tramare con quei giorni gloriosi dell' entrata a Milano,  del Fronte di Liberazione nazionale FLN Alta Italia. Le immagini di uomini e donne che imbracciano i mitra e i fucili, sono appena scesi dalle montagne , dall' 8 settembre 1043, si battono per liberare l' Italia dal nazi-fascismo. Le stragi di Sant'anna e di Marzabotto, erano documentate in una ampia mostra fotografica, la fucilazione dei fratelli Cervi, furono la rappresaglia per l'armistizio con gli anglo.americani.La Repubblica di Salò e altri due anni diguerra, il prezzo per riconquistare Le libertà e la democrazia, miglia di morti per lo più giovanissimi. Un secondo Risorgimento si era compiuto. Ha ragione Eugenio Scalfari, ogni mattina dobbiamo risvegliarci come il 25 aprile. Nessuna tolleranza per chi predica il ritorno al fascismo. Ci si domanda ancora oggi se l'Italia sia fascista, si in moltissimi alberga il sentimento dell' uomo solo al comando. La politica ondeggia, il governo delle Larghe intese ne è la dimostrazione. Non siamo riusciti a formare un forte partito laburista come in Inghilterra, Fratelli d'Italia, partito con sentimenti neofascisti alleati con Casa Pound. la senatrice a vita Giuliana Segre e costretta a vivere con la scorta. Molti magistrati dichiarano che la P2 non è mai scomparsa, opera nell'ombra, è nella buracrazia e frena il rinnovamento culturale ed etico del paese
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Un grande errore è stato non inserire nei libri di storia la Resistenza e il movimento Partigiano. I giovani avrebbero da subuti  studiato e capito cosa fu la guerra di Liberazione nazionale. Abbiamo fatto nelle scuole per anni convegni sulla Resistenza  e sulle  stragi di stato, i docenti non erano preparati ad inculcare nei giovani i senitmenti di libertà, giustizia e democrazia. In giovane età quei valori avrebbero permeato le loro coscienze e tramandato le conoscenze.
Ero  seduto a fianco di Rita Borsellino, le chiesi come mai dopo la strage di Capaci, non furono prese le dovute precauzione per salvare la vita a suo fratello,rispose: Se lo stato avesse ritenuto Paolo Borsellino, una risorsa, lo avrebbe adeguatamente protetto, ciò che successe con il generale Dalla Chiesa.
Fino a quando nel Parlamento non si formerà una forte maggiorazza, progressista, laburista, la strada sarà sempre in salita.
Un convegno ricco di grandi personalità politiche, della magistratura, storici, intellettuali e scrittori, giornalisti esperti, dal quale il parlamento doveva prendere spunto, per far nascere una volta per tutte una Italia sinceramente antifascista.
 
MARIO ARPAIA

Sono quasi 500, sono i racconti di uomini e donne, oggi tra i 90 e i 100 anni, che in gioventù scelsero di combattere per la libertà. Sono le testimonianze dei partigiani e delle partigiane ancora in vita che per volere dell’Anpi – e con la partecipazione dello Spi Cgil – i giornalisti Gad Lerner e Laura Gnocchi hanno raccolto. “Un vero e proprio memoriale della Resistenza italiana”, ha affermato il presidente dell’Associazione nazionale partigiani Gianfranco Pagliarulo presentando il sito noipartigiani.it che sarà on line da lunedì 19 aprile ospitando le prime 150 testimonianze.

Altre se ne aggiungeranno il 2 giugno e poi il 25 luglio, fino a comporre un “mosaico, un affresco corale che sarà la prima pietra del Museo della Resistenza che nascerà a Milano”, così come ha sottolineato in un messaggio il ministro della Cultura Dario Franceschini. Madrina, o meglio vera e propria madre del progetto (e proprio a lei lo presentarono Lerner e Gnocchi), è stata la compianta presidente dell’Anpi Carla Nespolo.

Il memoriale virtuale è stato anticipato da due volumi Noi partigiani e Noi ragazzi della libertà, usciti proprio in questi giorni per Feltrinelli e curati sempre da Lerner e Gnocchi.. “Questo grande archivio di memoria è un servizio al Paese – ha sottolineato Pagliarulo– a quella Italia costituita in Repubblica democratica grazie alla Resistenza”. Sarà uno strumento a disposizione di chiunque voglia capire cosa c’è all’origine delle nostre istituzioni di oggi, ma soprattutto a disposizione dei ragazzi e delle ragazze di oggi “quelli del web” che prendono il testimone dai “ragazzi della radio”.

Per Laura Gnocchi, che di testimonianze ne ha ascoltate davvero tante in presa diretta, “si tratta di un affresco umano molto sincero” e proprio per questo prezioso e potente ed è anche il racconto della Resistenza allargata, non solo di quella di chi imbraccio il fucile. Ma oggi, a tanti anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, ha senso un “archivio della memoria”? La risposta nelle parole di Gad Lerner che ha ricordato che “il 25 aprile è Festa nazionale nata nel 1946 per Regio Decreto controfirmato dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi” festa di tutte e tutti gli italiani e non festa di parte come qualcuno torna a proporre.

“Siamo un sindacato che costantemente opera sulla memoria e sulla storia – ha affermato il segretario generale della Spi Cgil, Ivan Pedretti–. Questo è un progetto di grande rilevanza storica e anche culturale, a cominciare dal fatto che mette in risalto il ruolo delle donne nella Resistenza a cui non sempre è stata riconosciuta la giusta rilevanza. Oggi abbiamo la necessità di recuperare un rapporto intergenerazionale: troppi rigurgiti fascisti si stanno manifestando nel nostro Paese. Dobbiamo far vivere queste testimonianze nel rapporto con le nuove generazioni e far sempre più grande il 25 aprile”.

Infine, il docente universitario Giovanni De Luca ha sottolineato proprio il valore “storico” di questa raccolta di testimonianze: “Rispetto al passato che raccontano, quello degli anni dal ’43 al ’45, ci sono molti eventi che vengono illuminati da queste testimonianze e sono un’occasione ghiotta per i ricercatori. Dal protagonismo delle donne a quello degli operai, ad esempio. Ma la loro testimonianza è soprattutto rispetto al presente perché ci propongono un tema di grandissimo fascino, quello delle stagioni della Resistenza. Anche la memoria di quei fatti è stata scandita dalle diverse fasi della storia italiana. E poi c’è la dimensione delle armi, non solo come strumento militare, ma anche strumento civile di riappropriazione della propria sovranità individuale”.

Certo quel che accomuna tutte e tutti i partigiani ascoltati da Lerner e Gnocchi è che, nonostante i lunghissimi anni che hanno vissuto, “La Resistenza è vissuta come il momento più alto, l’apologia della propria biografia”. Guardare quei volti, ascoltare quelle voci, a volte incerte ma sempre fiere e consapevoli, è di per sé emozionante. Mantenere viva quella memoria e continuare a renderla fondante del nostro essere comunità oggi è responsabilità di ciascuno di noi.

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On line dal 19 aprile il memoriale della Resistenza voluto dall'Anpi in collaborazione con lo Spi Cgil

“Sono stata antifascista, l’ho dichiarato pubblicamente alle colleghe di scuole e mi hanno guardato con gli occhi così” dice ridendo Gianna Radiconcini, romana. “Allora essere licenziato per sciopero per antifascismo voleva dire che nessuno ti riassumeva” racconta ancora allarmato Argante Bocchio, di Mezzana Mortigliengo, nel Biellese. “Io ho avuto il racconto del ghetto di Varsavia da quelli che l’avevano bruciato e allora in quel momento ho capito che quello era il nemico e che bisognava combattere” aggiunge Carlo Orlandini, di Verona. Sono solo tre delle 500 video-testimonianze raccolte nel Memoriale della Resistenza italiana, che l’Anpi – l’associazione dei partigiani – metterà a disposizione della cittadinanza dal 19 aprile sulla piattaforma noipartigiani.it. Una enorme raccolta di testimonianze in prima persona per rimettere a fuoco, con i diretti protagonisti, le scelte di rivolta e generosità, ispirate da un coraggio straordinario, durante i 20 mesi che dall’8 settembre 1943 hanno portato al 25 aprile 1945. Il Memoriale è frutto del lavoro, durato oltre due anni, di numerosi volontari coordinati da Laura Gnocchi e Gad Lerner che hanno incontrato partigiane, partigiani, internati militari.

Ne viene un mosaico pieno di voci, di nomi, di volti con la sintesi delle loro esperienze, armate e disarmate, la ricostruzione dei fatti della Storia, episodi di eroismo spesso inconsapevole, sofferenze e atrocità subite, la rappresentazione d’insieme delle varie anime della Resistenza e delle condizioni sociali e culturali in cui sono maturate. Un mosaico che contraddistinguerà l’homepage del portale noipartigiani.it.

Promossa dalla presidenza nazionale dell’Anpi, col contributo dello Spi-Cgil, quest’opera a futura memoria proseguirà con l’inserimento di nuove testimonianze e col riversamento in digitale di interviste realizzate nel passato ai partigiani che oggi non ci sono più, tra i quali i comandanti più rappresentativi della Resistenza. “Ma è a tutti loro, senza distinzioni gerarchiche, che s’intende tributare l’omaggio della nazione” dice l’Anpi in una nota.

Un primo blocco di interviste verrà messo online il 19 aprile, le altre (già registrate e in fase di montaggio) seguiranno per il 2 giugno e il 25 luglio. La piattaforma noipartigiani.it, di semplice
consultazione, “vuole essere un monumento virtuale alla Resistenza – continua l’associazione dei partigiani – ma si offre altresì come strumento didattico per le scuole e fornirà elementi di conoscenza a chiunque voglia approfondire le ragioni e gli ideali che spinsero tanti giovani a rischiare la vita per la libertà di tutti”.

Il lavoro di montaggio viene realizzato a Torino da Mu produzioni televisive. Le interviste integrali, custodite nell’archivio dell’Anpi, saranno a disposizione degli studiosi accreditati.

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È morto questa notte all’età di 83 anni Franco Leoni Lautizi. Superstite della strage nazista di Montesole ma riminese di adozione si era trasferito a Rimini nel 1961.  Qui per anni ha raccontato a generazioni di studenti – nelle scuole ma non solo –  i fatti dell’agosto del ’44 a Marzabotto. In quei giorni Lautizi perse di fronte ai suoi occhi la nonna e la mamma. La donna era scappata di casa, era incinta e voleva partorire al sicuro. Morì sotto i colpi dei tedeschi per proteggere Franco, facendo da scudo tra lui e i proiettili.

Per la cronaca dal 29 settembre al 5 ottobre di 87 anni fa Marzabotto e altri comuni situati alle pendici di Monte Sole divennero teatro del più feroce eccidio di civili compiuto in Italia dalle SS tedesche. Più di 770 furono cittadini, donne, uomini, bambini, anziani, furono uccisi.

A Rimini Franco Leoni Lautizi ricopriva la carica di consigliere dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra con cui ha collaborato a lungo affinchè la memoria della strage non andasse perduta.

Una storia che raccontò anche ad alcuni ragazzi ospiti della redazione di Chiamamicitta.it per un progetto di alternanza scuola – lavoro “Trovammo rifugio dietro un pagliaio. E si sa che “la paglia nasconde ma non ripara dal piombo. Mia madre subì un colpo fatale al ventre. Ha urlato per un tempo infinito, un tempo che sembrava eterno”.

Oggi, a Marzabotto, il sentiero che conduce in cima al monte da fondo valle, teatro della tragedia vissuta dal superstite, porta il nome della sua giovane madre caduta nel tentativo disperato di mettere alla luce una nuova vita. La strada è stata dedicata a lei e a tutte le donne di Monte Sole.

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IL CASO EUGENIO LUPPI

Quando nel novembre del 2017 il calciatore in forza nel Marzabotto Eugenio Maria Luppi passò alle cronache per aver esultato con il saluto romano dopo un gol segnato contro la squadra del 65 Futa al campo sportivo di Marzabotto Lautizi scrisse una lettera di perdono al giovane.

“Ciao Eugenio – scriveva Lautizi – sono Franco, uno dei pochi sopravvissuti alla strage di Marzabotto. Non voglio commentare il tuo gesto, questo lo lascio ai giornali e alla politica. Ti invito solo ad incontrarmi, a quattro occhi, senza riflettori. Ti racconterò quello che è avvenuto in quei tragici giorni dal 29 settembre al 5 ottobre 1944.Una barbarie inimmaginabile per un ragazzo della tua età che, fortunatamente, non ha conosciuto la guerra. Sono passati più di settanta anni dall’eccidio, ma ancora oggi l’incubo di quella ferocia mi accompagna ogni giorno. Ascolta la mia storia. Se solo riuscirò a far breccia nel tuo cuore e a condurti ad un vero pentimento, allora avrò fatto molto e il sacrificio di tante persone innocenti sarà servito a qualcosa. Dalle macerie della tragedia di Marzabotto ho imparato una cosa importante: il Perdono”.

E così fece. I due si incontrarono a Rimini in un bar e Lautizi gli raccontò, partendo dal proprio drammatico vissuto, la genesi della barbarie di Marzabotto.

IL PERDONO

Anche negli anni più recenti non si tirava mai indietro quando cittadini, studenti, storici, giornalisti chiedevano una sua testimonianza. Anche a costo di ripetersi raccontava la storia della sua vita vissuta sotto la guida sicura di un faro che gli indicato la strada del perdono.

“Ho portato odio per i tedeschi per tanti anni e questo non mi faceva vivere. Vivere con l’odio dentro è come alzarsi la mattina e vedere già la notte” diceva, “finchè un giorno ho incontrato un gruppo di ragazzi tedeschi miei coetanei. Ho pensato che potessero essere vittime come me. Che non avessero nulla a che fare con qnto accaduto. Allora mi sono rassegnato e ho deciso di perdonarli. Da quel momento sono riuscito a vivere meglio.”

https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Strage-di-Marzabotto-i-nazisti-condannati-f02be6dd-4440-497b-a7be-f0ec17c4e7fa.html#foto-4

Strage di Marzabotto, i nazisti condannati Il maggiore delle SS, Walter Reder, noto come il boia della strage di Marzabotto compiuta settanta anni fa, venne condannato all'ergastolo dal Tribunale di Bologna nel 1951. Il carcere a vita toccò anche a Josef Baumann, sottufficiale, Hibert Bichler e Max Roithemeier. Ma a differenza di Reder questi ultimi, insieme ad altri ex criminali di guerra nazisti condannati con sentenze definitive all'ergastolo, hanno vissuto tranquillamente nelle loro case in Germania perché i mandati di arresto europeo nei loro confronti sono stati respinti al mittente così come non hanno avuto esito le successive richieste di far scontare le pene nel loro Paese. Tra questi ex criminali di guerra vi sono i responsabili di alcuni dei peggiori eccidi compiuti nel corso della seconda guerra mondiale. - 

 

Scritto da Roberta Lis-Mario Arpaia   
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