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Il primo passo dello storico secondo quintetto di davis
Lunedì 23 Agosto 2021 16:19

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Giovani, Signore e Signori,

onorare,ricordare Gino Strada, con la musica jazz, come i funerali dei neri in America all' inizio del XX secolo, la musica dell' anima, la "memoria" dei neri nei campi di cotone. La deportazione in America, lo sfruttamento, l'odio razziale,, il Klu Klux Klan, la persecuzione che uccide ancora oggi, con il ginocchio che strangola un innocente. Il colore della pelle cucito addosso. Ci volle "Indovina chi viene a cena" per scuotere le coscienze più sensibili e Martin Luter King e Mandela in Sud Africa. Pensate 20 anni di galera, di segregazione razziale. Gino, il punto di riferimento, i diritti per tutti, proprio tutti! Non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo, così lo ricorderemo tutti i giorni. La musica Jazz è come ascoltare in alcuni momenti il lamento dei "negri" piegati dalla fatica dai padroni del Mondo. Il male ha avuto inizio con il commercio dei neri, merce anzichè esseri umani, la colpa più grande che gli americani si portano cucita addosso.

"I have a dream" Nel 1963 King organizzò la marcia per il Lavoro e la libertà che portò a Washington oltre 250mila persone; al Lincoln Memorial pronunciò il suo celebre discorso "I have a dream", io ho un sogno. Nel 1964 fu finalmente promulgato il Civil Rights Act che metteva fine alla segregazione, almeno dinnanzi alla legge. Alla fine dell'anno fu insignito del premio Nobel per la Pace. 

Sociologia del jazz

Già dagli anni Sessanta si è cominciato ad analizzare questo fenomeno musicale sotto il profilo sociologico ancorché antropologico, analizzando il rapporto fra questa musica e la società, facendo riferimento a tutti i segmenti che tale musica incontrava nella sua diffusione (origini ed effetti sociali, ascolto, riproduzione, produzione discografica, comunicazione di massa, consumo giovanile). I primi tentativi sono stati realizzati non proprio da sociologi od antropologi bensì da due personaggi che, a modo loro, avevano competenze culturali per operare tali indagini. Primo fra tutti lo storico e docente inglese Eric J. Hobsbawm con il libro The Jazz Scene del 1961, e Amiri Baraka (Leroi Jones) con Blues people. Negro Music in White America del 1963, due libri basilari ed eccezionali tuttavia datati e relegati ad un periodo storico. Bisognerà aspettare il Terzo Millennio per completare la parte temporale mancante, con il libro Una storia sociale del jazz dei sociologi Gildo De Stefano e dell'autorevole Zygmunt Bauman, per una ricerca di natura epistemologica del fenomeno musicale, partendo dalla società schiavista fino al fenomeno peculiarmente baumiano del jazz liquido, sondando non solo le condizioni di vita dei giovani del Nuovo Millennio e, quindi, delle forme del consumo dei prodotti musicali e dell'attività ideologica e simbolica a questi collegata, bensì le condizioni di produzione, promozione, distribuzione, e di mercato.

De Stefano chiude il suo saggio analizzando il pubblico (soprattutto giovanile) ed il consumo della musica jazz. Su questo aspetto devo affermare che la 'società liquida' ha abbandonato il culto dei martiri ed eroi, e lo ha sostituito con l'ammirazione per le "celebrità", che è molto meno impegnativo. Le caratteristiche principali della celebrità sono la continua visibilità sui media, l'onnipresenza dell'immagine, la frequenza con cui viene pronunciato il nome della persona. Anche il jazzista rientra in questa categoria di persone note per la loro notorietà. Se si prova ammirazione per un eroe o per un martire, religioso o civile, ciò significa che si segue il suo pensiero, si professa la sua fede, si rientra in un gruppo di persone accomunate da un ideale. Essere fan di una celebrità provoca l'illusione di far parte di un gruppo sociale di persone accomunate da un'ammirazione per quel personaggio, sicuramente ciò non richiede alcun impegno, ci si può distaccare in qualunque momento, e rivolgere la propria ammirazione verso altri. E, naturalmente, si può essere al contempo fan di più celebrità: certamente non ci sarà nessuno a criticarvi

Giornata internazionale del jazz

Celebrata per la prima volta nel 2012, il 30 aprile è, per l'UNESCO, la giornata internazionale del jazz. Città grandi e piccole sia all'estero (da Parigi a New York) sia in Italia (da Roma a Torino e a Milano, da Forlì a Pozzuoli) programmano speciali eventi e concerti per l'occasione.

Il 30 aprile del 2012, anche la RAI aderì all'iniziativa con una puntata speciale di Sostiene Bollani.

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Inizia tutto da qui. E questo il primo passo del secondo storico quintetto di Miles Davis, un quintetto che dal 1965 al 1968 ci ha regalato perle inaudite. Qui non si tratta di essere retorici o meno, di usare frasi fatte per autocompiacersi. Quello che ha fatto Davis in quel periodo è qualcosa di unico nella storia del jazz, quel quintetto era arrivato a un livello di interplay davvero strepitoso, la loro sistematica "demolizione" della forma canzone aveva la stessa radicalità del free jazz storico, solo che partiva da presupposti diversi. Davis poteva contare non solo su quattro splendidi musicisti ma anche su quattro compositori, tutti magicamente allineati con la linea di pensiero del leader. E in "Esp" sia Carter che Shorter che Hancock si mettono in gioco con composizioni splendide. Williams non compone ma come ha ammesso lo stesso Davis è stato proprio il giovanissimo batterista a portare una pulsazione totalmente nuova (indicativo quel che disse Davis nella sua autobiografia: "se io ero l'ispirazione, la saggezza e il tessuto connettivo per quella band, Tony era la il fuoco, la scintilla creativa"... e Davis non era famoso per esser uno che lodava a destra e manca).
"esp" va goduto per tutti i piccoli particolari che vi sono in queste composizioni. Sono le sfumature, i dettagli, che rendono questo album unico. Come nel brano iniziale che da il titolo all'album, in apparenza un classico brano hard bop in cui però tutto è diverso dal solito...dal solo strascicato di Shorter, dalla pulsazione di Carter, dall'uso dei piatti di Williams.... o come le sfumature blues che animano "Eighty one" che cozzano contro il piano funky di Hancock... un Hancock che poi appare classicista in "Little one", quasi chopiniano, con Carter teso più che mai....ma la perla la firma il leader, "Agitation" vale da sola il prezzo del biglietto, nobiliterebbe la carriera di mille aspiranti jazzisti. Si parte con un conturbante solo di Williams (il fuoco, la scintilla) ma bisogna anche citare l'impressionante impalcatura allestita da Carter, autentico ingegnere sonoro, la tromba del leader calda come non mai, ma qui a farla da padrone è proprio lo stupefacente interplay tra i cinque.
Sei già ai loro piedi, non puoi farci niente ma poi Shorter ti indovina un pezzo come "Iris" dove Davis riesce a essere squillante e lirico allo stesso tempo, dove Hancock suona a note spezzate dove Williams gioca di fino con le bacchette e poi il solo di Shorter elogio alla purezza lirica....ma se volete capire cosa è la magia musicale ascoltate il solo di Hancock con il sostegno di Ron Carter... ecco per me la musica è questo.
Il colpo di grazia lo assesta Davis con la sua tromba prima sordinata e poi senza in "Mood" pezzo di Ron Carter che chiude un album splendido (le spazzole di Williams, ascoltate le spazzole di Williams)
E questo è solo il primo passo del quintetto...solo il primo. 

 

 

Scritto da Mario Arpaia   
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