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Il coraggio di essere Ilda la Rossa
Giovedì 07 Ottobre 2021 04:35

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Il coraggio di essere Ilda la Rossa

Ilda Boccassini durante il processo Imi-Sir 

Ritratto di Boccassini, l’inquirente più famosa d’Italia: dalle indagini di mafia al pool di Mani Pulite. “Donna e magistrato, un prezzo altissimo”

Ritrovarsi pensionata, nonna a tempo pieno come sono certe nonne di oggi, ex cardiochirurghe o esperte di big data, o come lei, magistrata, è una bizzarria, una fatica, una limitazione, un rifugio? O invece una scoperta, una vita nuova da assaporare, una serenità mai provata? Martino 4 anni, Sebastiano 2, figli di Alice, e Giona, pochi mesi, figlio di Alberto, hanno questa nonna speciale che sta vivendo lo stupore e la passione di chi forse si è spesso sentita con angoscia una madre assente, colpevole, perché in lei prevaleva la passione per le istituzioni, l'orgoglio della sua toga, e bisognava partire, stare lontano settimane, mesi, ed Alice piangeva e Alberto ammutoliva e il suo compagno di allora cercava invano di trattenerla. Nonna Ilda, Ilda la Rossa, Ilda Boccassini, ha ancora quell'espressione chiusa, quasi allarmata dei tempi grevi delle sue battaglie, e come allora i suoi capelli sono rosso fiamma, però non più a lucenti riccioli ma tagliati molto corti, e ancora sul nero del suo abbigliamento porta gli immancabili gioielli, una collana e un bracciale di fili di perle fermati dai cammei ereditati dalla nonna, e naturalmente gli orecchini, anche quelli di perle.

La stanza numero 30. Cronache di una vita, 343 pagine dedicate ai due figli e ai tre nipoti, è molto più della sua vita, è la vita drammatica di quarant'anni d'Italia, anni spaventosi oggi dimenticati o superati da altre tragedie. La stanza numero 30 al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano le fu assegnata quando molto giovane arrivò con altri nuovi uditori, in tutto nove di cui ben sei donne, il che infastidì subito il capo della procura, l'anziano Mario Gresti; e il Corriere della Sera citò il suo scontento, "Il lavoro di inquirente poco si adatta alle donne, specialmente se alle prime armi. Maternità, preoccupazioni famigliari soprattutto per quanto riguarda i figli...". Boccassini è cresciuta in una Napoli simile a quella raccontata da Elena Ferrante, si è laureata nel 1972 già sposata e col pancione, impreparata ad essere madre, la madre di Antonio che aveva già sette anni quando arrivarono a Milano.

 

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Era il 1979, le donne da anni occupavano le piazze, il femminismo e la sinistra avevano imposto nuove leggi di libertà e civiltà, ma certi maschilismi sono duri a morire ancora oggi. L'essere donna ha segnato la carriera di Ilda come di tutte le donne che sono uscite dal ruolo domestico con uno slancio nuovo che spesso non si adatta alle regole già stabilite. Quando da Caltanissetta le chiesero di unirsi al pool che avrebbe indagato sulle stragi di Capaci e via d'Amelio, il che l'avrebbe tenuta lontano dalla famiglia per mesi, dopo dubbi laceranti accettò. "Se anziché "una" pm fossi stata "un" pm, la scelta di partire per dedicarmi altrove al lavoro sarebbe stata normale... ma io sono una donna, un madre e nel pensiero comune la medesima scelta era come commettere un reato, qualcosa di innaturale che meritava una condanna senza appello...E poi avrei dovuto cambiare parrucchiere...". Per difesa o per oltraggio o semplicemente perché per fortuna la frivolezza è femmina, lei ha sempre curato molto il suo aspetto soprattutto nei grandi processi, tacchi alti, capelli fiammeggianti, vistosi bijoux.

Conserva ancora senza averlo mai più indossato il tailleur blu scelto per la commemorazione di Giovanni Falcone, il 2 maggio 1992 nell'aula magna del palazzo di giustizia di Milano: gli occhi gonfi di lacrime dietro i grandi occhiali neri, chiese di prendere la parola con una specie di ferocia, "Con le vostre critiche ... voi lo avete infangato. Voi diffidavate di lui. E adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali". "Al dolore che provavo per la perdita di Giovanni si sommarono attacchi e critiche impietose provenienti dai soliti avversari ma anche dagli amici". Gli uomini della sua carriera di sostituto procuratore della Repubblica di Milano che le hanno voluto bene, apprezzandola, difendendola, aiutandola talvolta sopportandola, se li ricorda tutti, con nostalgia, cominciando da Francesco Saverio Borrelli, uno dei suoi capi, il grande magistrato di "Resistere, resistere, resistere": "non ce l'avrei fatta senza la sua ala protettiva, la sua sapienza e saggezza...".

Litigi furibondi rendevano più salda l'amicizia con Peppe D'Avanzo, giornalista di Repubblica, morto di infarto a 57 anni nel luglio di dieci anni fa. Quando lo seppe, ricorda Ilda, "Pietrificata e ancora incredula che non avrei mai più visto Peppe, riuscivo a pensare solo al dolore della sua compagna Marina e di sua figlia Giulia... Con la sua scomparsa prematura, Peppe ha lasciato una voragine nel giornalismo italiano. La sua potenza di reporter e di scrittore risiedevano nella ricerca meticolosa di dati e di documenti...". E Capitano Ultimo, il militare punk con cui arrestò Totò Riina, e gli agenti della scorta e delle indagini. E Giovanni Falcone incontrato a metà degli anni '80 quando era arrivato a Milano invasa dall'eroina per occuparsi insieme del traffico di stupefacenti e poi della Duomo Connection. Intanto era nata Alice, figlia del nuovo compagno, il magistrato Alberto Nobili, e la sua vita era diventata affannosa, lavorando con Falcone che le suscitava ammirazione, affetto, rabbia per l'ostruzionismo dei colleghi, l'indifferenza o peggio della politica, l'odio della mafia. La notte stessa dell'attentato volò a Palermo, all'obitorio il corpo del magistrato era disteso su un tavolo d'autopsia, il viso scoperto e intatto: "fu allora che giurai a lui e a me stessa... che avrei protetto la sua memoria, che avrei sempre agito in un modo che lo avrebbe reso orgoglioso di me". Sono stati i processi Lodo Mondadori, Sme-toghe sporche, Mani pulite, Ruby, a farle conoscere Silvio Berlusconi, il suo potere, il suo governo, le sue leggi, il suo denaro, i suoi avvocati, i suoi magistrati, le sue donnine, la spregiudicatezza sconfinata del suo mondo.

Un periodo orribile del nostro paese, durante il quale Boccassini, continuamente insultata, delegittimata, minacciata soprattutto in quanto donna (e in quegli anni oltretutto lei soffriva di una grave malattia autoimmune) dovette cominciare a difendersi anche dagli attacchi delle donne, tutte legate a Forza Italia, come l'attuale presidente del Senato Casellati, berlusconiana, e una folta corte di donnicciole. Sulle avvilenti vicende Ruby e delle Olgettine e delle Cene Eleganti, Boccassini si chiede se "Quella del corpo delle donne è una questione molto delicata ed è difficile, alla mia età, capire cosa possa spingere ragazze giovani e belle a barattarlo per un po' di successo in tv, per comprare una borsa griffata. Non credo che una donna possa amare le proprie rughe..." le donne non più giovani lo sanno, come lo sa lei, che varcar la soglia dei 70 anni e accettare lo status di donna anziana, con le mani rugose e qualche chilo di troppo, non è facile, soprattutto se come Ilda la Rossa è stata una bella donna. Con la fine della pandemia che l'ha costretta, data la sua malattia, a non uscire mai di casa, a non vedere per mesi e mesi né i familiari né gli amici, si concede il suo grande piacere di sempre, il cinema. In passato ha sempre cercato di andare per due o tre giorni alla Mostra di Venezia, e ricorda appassionatamente l'edizione del 2001, presidente della giuria Nanni Moretti quando l'amica Ottavia Piccolo glielo presentò: era il suo mito e "credo di non essere svenuta per miracolo!".

Nel marzo del 2006 andò all'Anteo a vedere Il Caimano sperando di non essere riconosciuta: "Il film mi piacque molto e sono grata a Nanni che grazie alla sua sensibilità ha compreso e magnificamente rappresentato le mie scelte". E naturalmente il giorno dopo fu attaccata, come osava andare al cinema come un essere normale una pericolosa magistrata?.

Il libro. La stanza numero 30 di Ilda Boccassini (Feltrinelli, pagg. 336, euro 19)

Boccassini: io e Falcone, un amore che mi ha travolto

 
Nell’autobiografia il racconto della loro relazione: “Che cosa avrebbe riservato il destino a me e Giovanni, se non fosse morto così precocemente? Non so ma so che ho onorato la sua memoria con il mio lavoro”

Con molto pudore non voleva se ne parlasse. Vien da chiedersi perché allora ne abbia scritto nella sua autobiografia, in quei percorsi mentali complicati che a una certa età ti portano a cercare espiazione o rispondono a un’urgenza di autoanalisi. llda Boccassini all’amore con Giovanni Falcone ha dedicato un intero capitolo del suo libro (edito da Feltrinelli)

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Scritto da Natalia Aspesi   
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